Juncker ovvero la fine dell’Europa

Juncker ovvero la fine dell’Europa

Lo scorso 13 settembre Jean Claude Juncker, in qualità del suo status di segretario della Commissione europea, ha pronunciato davanti al Parlamento europeo il suo usuale discorso sullo stato dell’Unione.

In teoria, conferendo il Trattato di Lisbona un ruolo meramente notarile, in quanto semplice garante del rispetto delle condizioni del trattato stesso da parte dei singoli stati, il segretario della Commissione Juncker si sarebbe dovuto astenere dal fare un discorso del tenore pronunciato. Avrebbe cioè dovuto evitare di farsi portavoce di una vera e propria agenda politica e programmatica.

Tuttavia, ben sappiamo come la Commissione europea in questi anni sia divenuta sempre di più una sorta di governo unico europeo, né d’altra parte si può dubitare che l’idea sottostante il Trattato di Lisbona fosse in ogni caso il tendere ad uno Stato unico europeo di tipo federale.

L’ipocrisia sottostante al Trattato, infatti, era proprio riproporre, facendoli rientrare “dalla finestra”, i punti cardine dell’idea della Costituzione europea, bocciata miseramente dai referendum francese e olandese del 2005.

Se dobbiamo ringraziare per qualcosa Juncker e il suo discorso del 13 settembre, è quantomeno l’aver fatto cadere ogni ambiguità al riguardo. Il lussemburghese ha tracciato uno scenario chiaro e netto di quello che dovrà essere il destino delle nazioni europee: la loro scomparsa totale.

Juncker ha tracciato alcune linee guida per la zona europea che, se attuate, porteranno a termine l’esautorazione completa degli stati e dei governi nazionali e il definitivo trionfo del modello federale, della costruzione effettiva di un superstato europeo, inevitabilmente nemico mortale di un’idea di Europa delle patrie e dei popoli.

Il primo passo dovrà essere, secondo l’avviso del segretario, la nomina di un Ministro unico delle finanze europeoQuesta nomina è d’altra parte strettamente necessaria se si vogliono prima o poi sanare le bizzarie insite nel sistema dell’euro.

Non è infatti mistero per alcuno che sia un minimo addentro alla materia che è assolutamente impossibile definire la zona dell’euro una zona monetaria ottimale, in quanto è un assurdo logico pretendere di condividere una politica monetaria senza che questa sia garantita da una comune politica fiscale.

Inevitabilmente l’attuale sistema dell’euro è un sistema votato alla scomparsa – lo abbiamo sempre sostenuto – scomparsa che di per sé può essere sanata solo tramite il ritorno delle monete nazionali, ognuna delle quali collegata alla politica fiscale della nazione di riferimento, oppure tramite la fine delle diverse e autonome politiche fiscali sovrane e l’unificazione completa dell’economia dell’eurozona.

In parte surrettiziamente, questo governo unico di politica economica si è già attuato, vuoi con l’invasività con cui la Commissione ha imposto le proprie linee guida ai singoli governi, vuoi con l’esproprio di autonomia legislativa degli stessi di determinati ambiti di competenza. Vedi ad esempio il caso dell’EBA, l’autorità europea bancaria che legifera in materia bancaria in maniera indipendente dalla volontà dei singoli governi, che dei suoi pareri divengono meri ricettori.

In ogni caso la politica di bilancio resta ancora in capo ai governi nazionali. Questa stortura, non difendibile sul lungo termine, Juncker ha chiaramente proposto di sanarla con la creazione di un Ministero unico delle finanze, un superministro che potrà, ad ogni stato membro, dettare la propria politica interna di bilancio.

In realtà il passo ultimo e definitivo per un’unione totale sarebbe la condivisione dei vari bilanci nazionali. Juncker, però, forse tenendo conto delle imminenti (nei giorni del discorso in esame) elezioni tedesche, non ha voluto difendere l’idea che il ministro unico delle finanze debba gestire un bilancio unico.

E’ nota, infatti, la diffidenza verso tale progetto presso l’opinione pubblica tedesca, per la quale il tema è quasi un tabù, visto che in Germania molti associano l’idea di un bilancio unico con il concetto che le pensioni e la spesa sociale degli sfaccendati mediterranei vada compensata con i surplus dell’economia tedesca.

Meglio quindi mantenere 27 bilanci formalmente separati, dando però voce in capitolo ad un solo supercommissario e non ai rispettivi governi.

In ogni caso è stata avanzata la proposta di costituire un fondo comune di investimento, nocciolo di un vero e proprio budget comune. Evidente come, nel tempo, le competenze di gestione di tale fondo si sostituiranno in maniera totale e definitiva ai bilanci sovrani.

Procedendo poi nell’illustrazione dei suoi progetti, Juncker ha anche sostenuto la necessità di superare il criterio delle decisioni all’unanimità per quanto riguarda le votazioni del Consiglio europeo, l’organismo attualmente presieduto da Donald Tusk (comunemente detto “Presidente dell’Eurogruppo”) che riunisce i capi di governo dell’Unione e che dovrebbe dettare la linea politica dell’Unione sulle materie che le sono di competenza.

Abbandonare l’unanimità a favore di un criterio di votazione a maggioranza qualificata significherebbe de facto, oltre che de jure, condannare nazioni dissenzienti su alcune tematiche particolari a veder sacrificato il proprio punto di vista e con esso il proprio interesse nazionale. Significherebbe, in una parola, cancellare formalmente la sovranità degli stati membri e annullare la responsabilità e la legittimità interna che un singolo governo ha nei confronti della rispettiva nazione.

Procedendo su questa scia, Juncker ha proposto, per ovviare all’attuale vuoto democratico sul quale si fondano quasi tutte le attuali istituzioni comunitarie, di eleggere un Presidente dell’Unione Europea con una votazione paneuropea, presidente che più o meno dovrebbe andare a ricoprire in simultanea i ruoli di segretario della Commissione e di presidente del Consiglio d’Europa. Similmente, ha sostenuto il suo favore verso l’idea – vecchio cavallo di battaglia dei radicali italiani – di costituire liste partitiche transnazionali per l’elezione dei deputati del Parlamento Europeo, il quale dovrà acquisire nuove competenze e verso il quale dovranno essere responsabili questo nuovo presidente e il suo ministro delle finanze unico.

Anche sul fronte giudiziario il giacobino Juncker ha voluto spendere qualche parola; con malcelati riferimenti alla controversa riforma del governo polacco, Juncker ha sottolineato che gli unici principi su cui si fonda la sua Europa sono “libertà, eguaglianza e stato di diritto”, e che perciò lo “stato di diritto” dovrà essere garantito dalle corti giudiziarie europee, alle cui sentenze tutti gli stati membri dovranno attenersi sempre e senza possibilità di eccezione.

Coerentemente con questi toni il segretario ha ricordato che l’adesione all’euro e all’area Schengen sono requisiti indispensabili per l’adesione all’Unione Europea.

Evidentemente, dal caso Brexit, a Bruxelles hanno tratto le debite lezioni, ossia che è meglio evitare che qualche nazione possa conservare la propria sovranità monetaria, rappresentando questa uno strumento di libertà e di autonomia troppo grande. Le nazioni dell’Europa Orientale, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, che ancora conservano le rispettive valute sono avvertite.

Inutile sottolineare come queste riforme siano dirompenti per il futuro dell’Europa e rappresentino un sostanziale e storico cambio di paradigma nel governo dei popoli del continenteCi si aspetterebbe quindi che si proponga di discuterle con nuove convenzioni intereuropee e, quanto meno, con la modifica dei trattati esistenti, cioè avviandone una nuova grande rinegoziazione.

Nulla di tutto questo.

Juncker è stato chiarissimo nell’auspicare che tutte queste riforme debbano essere concluse senza nessuna nuova rinegoziazione e senza rimettere in causa gli attuali trattati. Evidentemente l’astuto segretario teme che, qualora si riaprisse una negoziazione dei trattati, si possa come scoperchiare un vaso di Pandora, visto che si ridarebbe voce ai singoli governi nazionali e si potrebbe suscitare un pericoloso dibattito e una altrettanto pericolosa presa di coscienza presso le opinioni pubbliche nazionali circa quanto si sta mettendo all’opera.

Il rischio di un eventuale deragliamento sarebbe troppo alto. Meglio seguire il modus operandi che si è seguito da settant’anni ad oggi, ossia mettere i popoli davanti al fatto compiuto, spiegargli che l’integrazione era inevitabile, convincerli che ormai è divenuta irreversibile e, fugato ogni pericolo, infine, farli votare nell’ordalia democratica, nel grande gioco di distrazione dell’elezione del nuovo Parlamento Europeo e del Presidente dell’Unione.

Il voto arriverà solo a giochi fatti, e non sarà un voto pro o contro (l’esperienza della bocciatura del 2005 e della Brexit bruciano ancora), ma solo un voto di gestione, rinchiuso in un perimetro ormai definito.

Il fatto d’altra parte che oggi in Europa, a livello culturale ancor prima che politico, non esista una vera opposizione a tali disegni; il fatto cioè che un discorso tanto radicale non susciti quasi in nessuna nazione dell’Unione un vasto e acceso dibattito (in Italia evidentemente è più rilevante parlare dell’unzione di Di Maio sul palco di Rimini da parte dei 37mila votanti della piattaforma Rousseau), è già la controprova che la riuscita del progetto Juncker possa effettivamente risultare indolore: far morire l’Europa per eutanasia.

Ultima chiosa sul tema dell’immigrazione, per come è stato trattato da Juncker: constatando l’invecchiamento della popolazione europea – lo storico scozzese Niall Ferguson ha fatto notare che l’attuale spopolamento dell’Europa, alla faccia dei decenni di “progresso”, è il più grave dai tempi della peste nera del Trecento – potrà essere fronteggiato solamente grazie alla regolazione dei flussi migratori, in particolare africani.

Senza voler riaprire qui un lungo dibattito è evidente che basti quest’ultima dichiarazione, ammissione esplicita di un disegno di sostituzione dei vecchi popoli europei, a dimostrare che non è certo questa Unione Europea a rappresentare la vera, unica, millenaria, possente anima dell’Europa, quell’unica anima d’Europa che, se veramente abbracciata, farebbe anche noi applaudire all’edificazione di nuove strutture sovranazionali.

Quest’Unione Europea è solo la fine delle nazioni e dei popoli che da quando esistono hanno creato l’Europa che noi amiamo e che sogniamo.

Non si illuda chi, vagheggiando magari un’Europa forte per far fronte a Cina o a Stati Uniti, possa cadere nelle reti della propaganda mondialista. Come oggi l’Unione Europea sopprime le nazioni europee, un domani, qualora si compisse definitivamente, il passaggio successivo non sarà difendere questa nuova Europa unita (Juncker s’è prodigato a spiegare che la UE non è una “fortezza Europa”, per quanto noi non nutrissimo dubbi al riguardo), ma dissolvere anch’essa in nuove organizzazioni internazionali.

Il seme di creazione di un’area di libero scambio nordatlantica tra Canada, Europa e Stati Uniti, com’è in lavorazione oggi, non sarebbe d’altra parte diverso dal seme gettato settant’anni fa con il Trattato di Roma e la creazione della Comunità Economica Europea.