Basta con la retorica su Giuseppina Ghersi, ma basta anche con il mito della Resistenza

Basta con la retorica su Giuseppina Ghersi, ma basta anche con il mito della Resistenza

Questo autunno 2017 è iniziato all’insegna del solito oscurantismo storico da parte di chi pensa di detenere il monopolio della verità. La decisione del Comune di Noli (SV) di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi ha scatenato le solite reazioni rabbiose e pavloviane a cui ormai abbiamo un po’ fatto il callo.

Giuseppina Ghersi fu una giovane studentessa di 13 anni che venne torturata, violentata ed uccisa durante la cosiddetta “guerra di liberazione”, poiché accusata di essere una collaborazionista fascista. Questo fu uno dei tanti tristi episodi che caratterizzarono la resistenza ma che, per ovvi motivi, sono caduti nel dimenticatoio.

Fino agli anni ’90, quando la politica italiana era esclusiva quasi totale dei partiti che fecero la resistenza (fatto salvo il MSI), un’indagine storica obiettiva sul periodo che va dall’8 settembre ’43 al 25 aprile ‘45 è sempre stata impedita. Vigeva il mito dell’eroe partigiano senza macchia e senza paura, che sconfiggeva il malvagio soldato in camicia nera salvando la terra natia. Una concezione quasi fiabesca, tramandata ai figli e ai nipoti e nelle scuole, senza la benché minima concessione critica, senza la possibilità di alzare il dito e dire “ma”. La Resistenza era stata perfetta e questo era indiscutibile.

Con la fine della vecchia partitocrazia, con la cultura antifascista ridotta definitivamente a lotta per immigrazione, nozze gay, droga ed Europa, e con la scomparsa della vecchia militanza in favore di centri sociali e circoli benpensanti, il mito della Resistenza ha cominciato ad incrinarsi, consentendo a chi aveva dei dubbi di poter cercare delle risposte con meno ostacoli, anche se non ancora del tutto assenti.

Tra queste crepe è emersa, appunto, la storia di Giusppina Ghersi. Naturalmente, il caso è stato usato come bandiera da fazioni politiche che non si rifanno all’antifascismo, spesso sfociando in una vera e propria strumentalizzazione politica e snaturando il sacrificio della studentessa ligure.

Sia per rispetto a Giuseppina e alla sua famiglia, sia per amore della giustizia, è bene ricordare che la sofferenza e la morte della ragazza, così come quelle di tutte le altre vittime della Resistenza, non sono sufficienti a svalorizzare la lotta partigiana di per sé. Dalla notte dei tempi, ogni guerra è caratterizzata da episodi brutali da parte tutte le fazioni, il più delle volte frutto di istinti di chi, approfittando del clima di confusione che la guerra porta, sfoga il suo desiderio represso di violenza. Non sempre i crimini di guerra sono frutto dell’organizzazione di una delle fazioni, anche se quella avversaria tende sempre ad affermare il contrario.

La storiografia antifascista ha sempre identificato i fatti criminali compiuti in nome del fascismo con il fascismo stesso, usando questi episodi come arma per contrastarlo e non la forza delle idee. Per molti ancora il fascismo non è socializzazione, Stato corporativo, identità storica e nazionale, Romanità, ma sono solo gli eccidi, le violenze, i sadismi compiuti da ALCUNI sedicenti “fascisti” che si nascosero dietro l’uniforme per esternare la propria barbarie.

I fatti di Noli, e tutti gli altri crimini partigiani, non devono essere usati, quindi, come strumenti per delegittimare la Resistenza (già ampiamente circostanziata e ridotta per peso e importanza da una storiografia libera dalle ideologie che lentamente comincia a emergere anche in Italia), ma devono essere messi sul tavolo quando le scuole e i media ci propinano il solito mito del partigiano eroe senza se e senza ma. Per criticare la Resistenza dobbiamo analizzare gli “ideali” che la mossero, le conseguenze a cui essa ha portato, i secondi fini di chi la guidò.

A differenza degli antifascisti, noi ammettiamo che tra i nostri avversari vi furono anche persone che lottarono con coraggio ed in buona fede, e che probabilmente oggi sarebbero schifate da ciò che la loro lotta ha prodotto. E ammettiamo anche che nelle nostre fila vi furono dei mostri, ma non usiamo inutili giri di parole per giustificarli ad ogni costo. Perché per difendere la nostra idea, basta l’idea!