La crisi del sindacalismo, orfano dei lavoratori

La crisi del sindacalismo, orfano dei lavoratori

Venerdi 13 ottobre 2017, una data da segnare sui calendari. Non che ce ne fosse bisogno, ma il 13 ottobre, a Prato, si è ufficialmente celebrato il funerale del sindacalismo confederale pratese e italiano. La CGIL, quella che viene definito come la principale organizzazione sindacale d’Italia, ha chiamato a raccolta tutti gli iscritti, per un sit-in in favore dello ius soli in Piazza del Comune. Da subito si è potuto notare come l’iniziativa cigiellina si sia rivelata un fallimento. Circa 30 i partecipanti all’oceanica adunata, di cui più della metà non erano altro che pensionati.  

Fallimento totale, dunque. Ma non solo a Prato, la crisi di rappresentanza della triplice sindacale (CGIL, CISL e UIL) appare ormai irreversibile in tutta Italia. Capita ancora che i sindacati, ogni anno, si impossessino della festa del lavoro, anche se, dati alla mano, si capisce che ormai per la triplice non c’è nulla da festeggiare.

I numeri ufficiali sui siti dei tre principali sindacati parlano chiaro, certificando quello che non si può non classificare come un vero e proprio disastro.

La CIGL, il sindacato di Rosanna Camusso, nel 2015, secondo un documento interno, avrebbe perso 700 mila iscritti. A fine anno si sono perse per strada circa 200mila tessere. Il totale degli iscritti fa ora 5,4 milioni, di cui la metà pensionati.

La CISL (dati 2016) ha 4 milioni di iscritti, di cui poco meno della metà pensionati (1,8 milioni). La UIL (dati 2016) ha 2,2 milioni di iscritti, di cui attivi solo 1,36 milioni. In sintesi, i tre sindacati perdono ogni anno consenso e circa metà dei loro iscritti non lavora.

I sindacati, come si vede nelle tabelle pubbliche, sono relativamente forti sul lavoro dipendente, con punti di forza nella pubblica amministrazione (uno su due è iscritto), ma debolissimi sui nuovi lavori e sui giovani.

In Italia la disoccupazione giovanile è più alta della media europea (1,9 milioni di giovani tra i 25 e i 34 non ha lavoro, pari al 26%, contro una media europea del 15%), e i nuovi lavori (atipici) hanno tassi ridicoli di sindacalizzazione.

Secondo una ricerca dell’Università di Bari il 95% dei giovani di un campione rappresentativo di studenti (15-20 anni) sa cosa sia il sindacato, ma il 75% ha escluso il proprio impegno diretto in uno di essi. Il nuovo mondo non parla la lingua della Camusso.

Per non parlare dei clamorosi fallimenti dei sindacati nel proteggere anche le categorie che dovrebbero essere più protette.

Nel  2010 il caso PomiglianoLa spaccatura tra Cgil e Cisl e Uil sul referendum promosso da Sergio Marchionne. Maurizio Landini (FIOM, sindacato dei metalmeccanici legato alla Cigl) diceva che i due sindacati avversari si comportavano da sindacati gialli, collusi col padrone. Il referendum alla Fiat di Pomigliano alla fine passò e oggi la Fiom avrebbe perso (fonte Cisl) la metà dei suoi iscritti.

Nel 2016 il caso Almaviva. Il giudice del lavoro con una sentenza ha scritto che le divisioni all’interno della Cgil hanno cagionato la rottura della trattativa con l’azienda e il licenziamento di 1666 dipendenti. Nella filiale di Napoli, dove le rappresentanze sindacali sono state unite, sono stati mantenuti gli 800 posti di lavoro.

Nel 2017 il caso Alitalia. I tre sindacati confederali hanno sponsorizzato un referendum che la stragrande maggioranza dei dipendenti ha bocciato, avviando l’azienda verso l’amministrazione straordinaria.

Ma chi rappresenta davvero la triplice sindacale? La Camusso ha detto, il primo maggio del 2017, che “la gente non è più rassegnata alla flessibilità”. Sbaglia la Sora Susanna, i lavoratori conoscono molto bene la flessibilità, al contrario dei dirigenti sindacali, che non solo non conoscono la flessibilità, ma al contrario dei lavoratori, vivono, nascono e finiscono la propria carriera nel sindacato o magari con qualche poltrona in Parlamento.