I giorni del giglio – Capitolo 16. I falò di San Giovanni

I giorni del giglio – Capitolo 16. I falò di San Giovanni

C’è un’indicibile chiarezza nelle notti di prima estate. Il cielo è intatto da un capo all’altro dei monti: la stella del Vespro regna indisturbata.
Da secoli, la vigilia di San Giovanni, questa gente accende fuochi sulle montagne, fuochi poderosi ed impensabili sulle vette eccelse e sulle coste aspre dei dirupi. Così, in un unico sguardo, file e file di fiamme sfidano la notte in un’unica processione di scaglie di fuoco.

La guerra ha spezzato la tradizione. Troppo rischioso avventurarsi nei boschi, o peggio sulle gobbe nude dei costoni, sotto il tiro dei cecchini nemici che, ormai, come erba amara spuntano fra paese e paese.

A volte ci prende una sovrana malinconia e temiamo, vagando con lo sguardo fra le cime e i villaggi, di aver scosso troppo malamente il moribondo: questo paese si sarebbe immerso nel sonno della dissoluzione insieme a tutto il mondo, se non lo avessimo raggiunto e chiamato casa.

Ma ripensando alla nostra incursione a Fontainemore, a ciò che vi abbiamo trovato, alle case sfondate e abbandonate, ai drappi osceni arcobaleno, alla mezzaluna che abbiamo estirpato, questo sentore si sopisce e si alza una consapevolezza più forte: ben morire è più che male vivere.

Potrebbe essere la nostra ultima estate. Ogni giorno cerchiamo disperatamente di tenere insieme paese a paese, di riallacciare i fili che il nemico ha spezzato: i fili dei sentieri, dei rifornimenti, delle informazioni. E anche quelli invisibili, i fili della speranza.

Con le poche forze che abbiamo potuto distogliere dal fronte del Gabiet e dallo Sbarramento abbiamo ripulito i sentieri.
Abbiamo contato quarantaquattro nemici abbattuti nei boschi: un numero impressionante, mai visto. E adesso siamo pronti per il nostro primo ed ultimo San Giovanni.

Le vie del bosco si popolano nell’ultima ora di luce dopo il tramonto. È l’ora quieta, “l’ora che non c’è” incantata delle leggende Walser, quella degli incontri impossibili, del ritorno delle persone amate, delle fate silvane: è l’ora della bellezza.

Il viandante, nel chiarore incerto che declina, sente il mondo attorno cedere alla notte. Ed è proprio questo il momento in cui dentro e fuori di noi maggiormente occorre la luce.
File di torce risalgono i pendii fino agli speroni di roccia, ai pianori, alle cime dove per giorni abbiamo accatastato fascine e sterpaglie.

Le campane di Saint-Jean si sciolgono a suono ritmato nella quiete. Sono onde di note che cavalcano la vallata e si perdono sulle rive dei monti. Al segno, le fiamme crepitano sul ciglio di tutti i falò. È una sera quieta, degnata dal cielo per la sua luce più pura.

Ci inginocchiamo attorno ai fuochi e preghiamo. Le fiamme ci illuminano per ciò che siamo: pochi, stanchi. Ma anche forti, ultimi. Dopo di noi nessun piede umano calcherà i boschi: ci saranno soltanto caseggiati mostruosi, città brulicanti di utilitarie, bambini cenciosi, donne grasse e velate in tute da ginnastica, animali domestici deformati dagli incroci. Nessuno vedrà questa purezza.

San Giovanni, lo stesso che per mille anni ha guidato i pellegrinaggi glaciali di questa gente verso i santuari lontani, non ha abbandonato la valle.

Di fuoco in fuoco si rinnova la fede, appoggiati ai nostri fucili guardiamo la notte che avvolge ogni cosa. Ci scambiamo strette di mano forti, sincere. Non c’è livore, né invidia, né astio fra chi appartiene ad un’era perduta.

I fuochi diventano braci quando l’oscurità è già alta. Raccogliamo le ceneri candide: le spargeremo dove riposano i nostri camerati e gli altri figli di queste montagne. Scendiamo nel silenzio di chi avverte l’Ora.
Un breve riposo, poi daremo il cambio a chi ha vegliato per noi sui lembi corrosi del nostro mondo.