La Catalogna e le contraddizioni del costituzionalismo democratico

La Catalogna e le contraddizioni del costituzionalismo democratico

Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto della vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. E’ il Giappone. La Patria della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone. Non c’è nessuno tra voi nessuno disposto a morire per scagliarsi contro la costituzione che ha disossato la nostra Patria?”

Così Yukio Mishima nel suo disperato proclama ai giapponesi, prima di togliersi la vita secondo le tradizioni guerriere del samurai.

Pensando alla tragicommedia del separatismo catalano – ancora in pieno svolgimento in questi giorni con l’attivazione da parte del governo centrale dell’art.155 della Costituzione, che revoca l’autonomia amministrativa della Catalogna – sono queste le parole che più di ogni altre, nella loro asciutta semplicità, dovrebbero essere pronunciate per sciogliere un grave equivoco.

L’equivoco è quello che ha fatto presente il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont davanti al parlamento catalano, a seguito del referendum dello scorso 1 ottobre.

Il capo del governo catalano, infatti, nel commentare i risultati del referendum sull’indipendenza, ha ammesso l’ovvio, cioè che il referendum, stando alla lettera della costituzione spagnola, e quindi ai relativi pronunciamenti del tribunale costituzionale spagnolo, sarebbe nullo e invalido, ma che, tuttavia, essendo un’espressione democratica della volontà del popolo, esso supererebbe anche il dettato costituzionale.

Tralasciamo per un momento il fatto che ad aver votato per il sì sia stato meno del 40% dell’elettorato catalano.

Puigdemont ha però confessato quella che in fondo è una grande verità, ossia che nessuna costituzione, nessuna carta scritta in un determinato e circoscritto momento storico può arrogarsi il diritto di porsi come un assoluto vincolante per tutta la vita politica di un popolo. Ormai, da parte indipendentista, questo concetto è ripetuto chiaramente in faccia al governo di Madrid, che opera, invece, in punta di diritto, facendosi forte della Costituzione che, come qualunque costituzione al mondo, non prevede il diritto di secessione.

La democrazia, tuttavia, sarebbe più grande e precedente rispetto alla costituzione, secondo l’opinione di molti catalani. Nel caso di conflitto tra volontà materiale della democrazia e volontà formale di un articolo costituzionale, Puigdemont ha preteso che sia il concetto di democrazia a prevalere, supponendo, evidentemente, che la costituzione debba essere uno strumento al servizio della democrazia e che non possa configurarsi come padrona e riferimento ultimo della stessa.

Il ragionamento degli indipendentisti, in questo caso, non è privo di logica.

In una società, in fondo, che non fa che osannare la democrazia, che individua nella democrazia – sia nella prassi politica interna delle nazioni che in quella internazionale – un principio a sé stante, che descrive, insomma, la democrazia non come un semplice mezzo di governo, più o meno utile a seconda della situazione storica di una nazione, ma come un fine da raggiungersi di per sé stesso, perché dovrebbe la volontà di un popolo ad autodeterminarsi cedere ad un articolo di legge votato in un’altra situazione storica, ormai appartenente al passato ?

E’ evidente che ben pochi, secondo i moderni sistemi di pensiero, possano suggerire veramente che siano le costituzioni dei vari paesi democratici a fare la democrazia e non viceversa. Al contrario, è una precisa verità storica che le costituzioni democratiche siano nate successivamente e non precedentemente ai movimenti democratici che ne pretendevano l’instaurazione.

Così vale per la più antica democrazia al mondo, gli Stati Uniti, per cui è facile constatare che la costituzione americana sia figlia della lotta per l’indipendenza delle tredici colonie, che si posero illegalmente in contrasto con la corona britannica, giustificando tuttavia la loro lotta in nome dei più alti principi di libertà e democrazia, appunto non coercibili da nessuna forma di legalismo e formalismo normativo.

Fatte queste considerazioni bisogna riconoscere che, sebbene molto probabilmente sul breve e medio periodo la causa catalanista sia destinata al fallimento, le ragioni che Rajoy come capo di governo e Re Filippo VI come capo di stato oppongono all’indipendentismo risultano molto sfumate.

In queste settimane, infatti, se da Barcellona si invoca la democrazia e il principio di autodeterminazione dei popoli per giustificare la propria sfida, da parte di Madrid si oppone la legge e l’ordine costituzionale per sbarrare la via all’indipendenza.

Ossessivamente, da parte del primo ministro e da parte di tutti i membri del governo e dei principali partiti spagnoli, si denuncia il fatto che la Catalogna si sarebbe messa al di fuori dell’ordine costituzionale e che quindi – per questo e, sembrerebbe, solo per questo – ogni sua azione debba dirsi priva di valore.

Anche il Re, nel suo forse tardivo intervento del 2 ottobre, pur avendo doverosamente schierato la monarchia dalla parte dell’unità della Spagna, dando al contempo un messaggio politico molto chiaro, ha anch’egli ribadito che l’illegittimità delle azioni del governo catalano era causata da un mancato rispetto della legalità dell’ordine costituzionale.

Ebbene, ritornando alle parole di Mishima, sarebbe stato certamente ben più necessario argomentare che sì, esiste un valore più grande dell’inchiostro versato su una carta qualche decennio fa, e che sì, esiste un principio più grande della forma burocratica che uno stato decide di darsi.

Questo valore, tuttavia, non è ciò per cui si battono Puigdemont e la sua coalizione, e questo principio maggiore può essere solo la Spagna, la Patria presa in sé stessa.

La Patria, concetto politico ormai scandalosissimo e talmente decaduto nella coscienza collettiva da apparire quasi ridicolo nominarla, è l’idea che è maggiore sia della costituzione, che nei suoi articoli non può imbrigliarne realmente tutto il contenuto, sia di una specifica prassi di governo, come la democrazia.

Certo, a livello polemico è ben comprensibile che tanto il Re quanto il Governo si possano fare scudo della legge e della costituzione per squalificare il proprio avversario. Tuttavia, bisogna anche riconoscere che, qualora non si diffonda la consapevolezza che esista qualcosa di altro e di superiore alla lettera scritta che squalifichi il secessionismo catalano, è fuori di dubbio che, sebbene non nel breve o nel medio periodo, sarà alla fine quel bizzarro personaggio di Puigdemont a spuntarla.

Non è forse oggi, nel nostro mondo, la democrazia una forza e una volontà talmente potente da riscrivere anche le più banali leggi della natura? Non trasforma forse il voto democratico, con mirabile e miracolosa alchimia, due uomini in marito e marito e in padre e padre di un dolce pargolo?

Può una forza così dirompente essere costretta dagli argini di un banale documento scritto?

E’ evidente d’altra parte che il fallimento dell’ottenimento immediato dell’indipendenza da parte della Catalogna è stato determinato da un mancato riconoscimento internazionale delle sue pretese.

Il processo di integrazione nell’Unione Europea, ponendosi come liquidatore degli stati nazionali, è naturalmente alleato di ogni forma di regionalismo che possa minare le nazioni europee. Tuttavia il progetto di dissoluzione dell’Unione Europea è ancora incompleto, la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e l’Eurogruppo hanno mantenuto un modesto riserbo sulla questione catalana, che oggi sembrano ormai aver abbandonato a sé stessa.

Ovviamente, da parte di Bruxelles si sarà temuto che un riconoscimento della Catalogna avrebbe provocato le ire del popolo spagnolo e aperto una crisi inedita con una grande nazione dell’Europa occidentale, fatto potenzialmente fatale per tutto il processo d’integrazione. Da qui il non intervento.

In ogni caso, se si fosse invece già compiuto il disegno delineato da Juncker appena un mese fa al Parlamento Europeo in merito al futuro dell’Unione – in particolare l’elezione transnazionale di un Presidente con veri e propri poteri esecutivi – è evidente che la forza di un tale potere centrale, totalmente irresponsabile e superiore nei confronti degli stati nazionali, avrebbe anche potuto portare, in nome appunto dell’inviolabile democrazia e del principio di autodeterminazione, al riconoscimento della Catalogna e delle sue pretese, scavalcando e ignorando le proteste spagnole.

D’altra parte, giusto per fare un esempio, il Kosovo non è divenuto indipendente contro il parere del resto dei serbi poiché la comunità internazionale ha riconosciuto il “diritto” della sua popolazione di autodeterminarsi in via democratica?