“Verso una bella Nazione”: Abe e il Giappone moderno

“Verso una bella Nazione”: Abe e il Giappone moderno

Utsukushii kuni e” era il titolo che Abe Shinzo aveva dato al suo libro. “Verso una bella Nazione” voleva dire, ed era un bel titolo, per varie ragioni. Innanzitutto perché c’è ancora qualcuno che sa usare la parola bello. Bello è una parola così semplice e così difficile da usare, in un mondo in cui il bello dell’arte è passato di moda, anche nelle chiese, in un cui il bello dell’amore è scaduto nel sentimentalismo, il bello del Creato è diventato panteismo, e il bello della donna è diventato discriminazione verso chi non ha ben capito chi essere.

Poi, perché c’è ancora qualcuno che sa e vuole usare la parola Nazione. Nazione è una parola cara, troppo spesso vilipesa dalla scure di quanti, in nome della pace, sono dispostissimi a fare la guerra. Nazione viene da nascere, e oggi anche il nascere sembra qualcosa di obsoleto, tra figli comprati che si commissionano in provetta, e confini violati da un’invasione che, prima o poi, verrà a chiederci il conto, a noi che odiamo le nascite, e che quindi dovremo abituarci alle morti.

Lo aveva scelto bene, il titolo, perché “una bella Nazione” è qualcosa che, una volta, si poteva dare per scontato, qualcosa di semplice e di caro, come i fiori di sakura nell’aria del mese di aprile, o i matsuri delle stelle nell’afa di luglio. Ma non oggi, quando il tweet prevale sul buon senso, quando processi e progressi si fanno mediante le comparsate mediatiche del sabato sera, e quando l’ultimo criterio, ed arbiter elegantiae, del presente è sempre e solo l’applauso.

Abe Shinzo aveva scelto bene il titolo del suo libro. Ed evidentemente aveva scelto altrettanto bene il suo programma di Governo, visto che, per i canoni giapponesi, essere eletti nel 2012 e governare ancora è qualcosa di più unico che raro. E in un Paese che, in politica, non ha mai avuto il principio personalistico, conquistare di nuovo, in queste ultime elezioni di ottobre, i due terzi della Dieta nazionale, non è qualcosa di scontato. Ancora un anno, un anno e mezzo, e quest’uomo che ha scelto così bene il titolo del suo libro potrebbe diventare il Primo Ministro più longevo della storia del Giappone moderno. Perché?

Magari per il suo piano di rinascita economica mediante interventi statali volti a gettare le basi per chiudere una deflazione che ha fatto perdere un decennio al Giappone, alla faccia dei sacerdoti di un neo liberismo che, altrove, ha portato solo rovine e perbenismo. Magari per le politiche di sicurezza e la volontà di riarmare un Paese che, oggi più che mai, vuole essere un vero attore della politica internazionale. Magari per l’attenzione agli ultimi del Giappone, come i pensionati, in un Paese dai bassissimi tassi di natalità. Magari, ancora, per essere il Primo Ministro nel corso del cui mandato un Imperatore, per la prima volta nella storia del Giappone moderno, ha dichiarato la volontà di abdicare. Non lo so, nessuno lo sa, forse. E non mi interessa.

Forse anche solo per quel titolo di un libro che, probabilmente, pochissimi fuori dal Paese hanno anche solo sentito nominare, che, cionondimeno, ha un titolo che, da solo, mi riesce a rassicurare. E con me milioni di giapponesi che vogliono un futuro. E mi rassicura perché mi ricorda che le parole “bello” e “Nazione”, così semplici e difficili da usare, esistono ancora.