I giorni del Giglio – Capitolo 17. Di ghiacci, mortai e fashion blogger

I giorni del Giglio – Capitolo 17. Di ghiacci, mortai e fashion blogger

Non tutto il mondo può essere Gressoney. Al di là dei nostri muri di speranze e di cemento, le trame degli avversari proseguivano indisturbate.

Con grande disgusto e disappunto ragionavamo sulle acque del Lys che, sgorgando purissime dai ghiacciai millenari, finivano per morire tra le raffinerie e le fabbriche di armi del Nemico, dove la pianura si stendeva sempre uguale.

Ed oltre i fili spinati, oltre i giovani che riposano nel camposanto sotto al campanile ferito, oltre le balze silvane della lunga valle, per centinaia di chilometri sapevamo che qualcosa era in atto, che intelligenze prestate alla morte non avevano pace sapendo che un lembo di Italia era ancora sottratto al loro democratico tiranneggiare.

Talvolta, appostati fra le crepe dei monti o fra i sacchi di sabbia delle trincee, ragionavamo quasi allegramente su quale sarebbe stata la fine che questi signori ci avrebbero riservato. Per quanto ne sapevamo, non avevano fretta. Del resto, è antica scienza anche dei più abietti che avere un nemico cementa ed azzera il dissenso. E che nemico perfetto eravamo noi, che rappresentavamo tutto ciò che loro più temevano ed invidiavano.

L’estate era nel pieno. Per chi pascolava le nostre poche bestie, per chi riparava i crateri delle bombe, per tutti era istintivamente chiaro che sarebbe stata l’ultima. Ma i giorni passavano nella operosa monotonia delle consegne, tra nascite – poche – e morti più o meno serene. E il Monte Rosa troneggiava sempre identico a sé stesso: ultima vetta di fedeltà antica che si spiegava a proteggere i suoi figli immiseriti.

E se fosse stato questo il nostro destino? Combattere per frontiere visibili e invisibili, per non arretrare di fronte al nemico e di fronte a chi sarebbe venuto dopo di noi? Ora che tutto pare finito, sembra così semplice dare la risposta. Ma allora, dico allora non era così.

Nella mia vita precedente, prima di questo esilio, potevo usare internet anche io. Ricordo distintamente che uno degli ultimi giorni prima della partenza mi aveva colpito la parola “fashion blogger”: in sostanza, digitandola appariva una vaporosa bionda con tazze di caffè piene di cuori, pensieri profondi a gettone e improbabili mode che duravano il tempo di un “Mi piace”. Ma cosa è adesso una fashion blogger? So caricare un mortaio, ma questo non lo so più. Per fortuna.

In questo angolo sperduto che Dio ci ha voluto consegnare, sono sparite queste brutture e ha ripreso vita la Bellezza. Quella senza spettatori, quella che non dipende dall’effetto impresso ad una foto, che se ne frega della luce e dell’opportunità e che vive di vita propria, immune al veleno delle mode e delle occasioni. Ma là fuori, cosa era rimasto? Quasi in sogno, volando sopra le ciminiere sempre uguali dell’avversario, vedevo esseri topiformi lisciarsi i baffi davanti all’invasore, vedevo esecuzioni negli stadi che avevano ospitato il rito domenicale del calcio.

C’erano riunioni improbabili per discutere di che colore avesse le brache Maometto. C’erano giovani bianche, le ultime, le poche, consegnate appena adolescenti nelle mani laide di vecchie volpi straniere. Stringo le mani attorno al fucile fino a farmi male. Noi siamo qui, quando dovremmo essere ovunque, quando vorremmo essere milioni e schiacciare la massa con la stessa arma del suo peso.

Nel luglio più radioso che questa terra abbia mai visto, affacciati alle nostre alte terrazze, alla fine abbiamo compreso quale sarà il nostro destino.