La brama di potere politico ed economico alla base della nascita e della diffusione del Protestantesimo

La brama di potere politico ed economico alla base della nascita e della diffusione del Protestantesimo

Nel 500° della nascita, convenzionale, della riforma (31 ottobre 1517) l’articolo si propone di riflettere sui veri motivi che portarono alla nascita e alla diffusione del luteranesimo, che non sono motivi teologici ma economici e di potere.

In queste brevi righe daremo una risposta alla domanda: perché è nata e perché si è diffusa la dottrina luterana? Per meglio individuare le cause è opportuno fare alcune succinte premesse.

Ci troviamo, in Europa, in una società che è in qualche modo consapevole dello sviluppo economico, ma allo stesso tempo legata alla tradizione e soprattutto alla ricerca di giustizia, nel senso più ampio del termine. Infatti, in ambito religioso vi era un’alta spiritualità e una ricerca della purezza della vita cristiana propria dei primi seguaci di Cristo; ma nel contempo, lo sviluppo economico portava anche interessi privati contrastanti con questa ricerca di religiosità.

Non diversamente dai giorni nostri, dove i ceti economici in espansione non ampliano pari passo il loro potere politico e pertanto cercano di scardinare le strutture politiche che limitano la loro bramosia (vedasi gli ultimi avvenimenti per l’“indipendenza” della Catalogna, o il referendum in Lombardia e Veneto), l’Impero (che comprendeva tutta l’Europa centrale, esclusa la Francia) era attaccato da queste forze economiche desiderose di aggiungere al loro potere economico anche il potere politico.

Pertanto, come succede anche oggi, il potere centrale forzatamente è costretto a fare delle prime concessioni (queste iniziali punte di deterioramento della  struttura poi portano ad una metastasi totale!) dando (riforma del 1495-1500), a questi potentati economici (“ceti” dell’Impero), la possibilità di gestire la giustizia: riforma del Tribunale Supremo, dei giudici e l’applicazione del diritto romano; ma ai “ceti” non basta, vogliono una netta vittoria sulla gestione del potere, soprattutto in ambito fiscale! Vogliono l’autonomia! Questo sovvertimento dei poteri non è stato un caso, ma è maturato nel tempo ed è stato ben programmato.

A livello cittadino accadeva la stessa cosa: il ceto cittadino ha cercato di accaparrarsi il potere del ceto ecclesiastico (il vescovo) arrivando, addirittura, a governarlo.

I due ceti, quello “nobiliare” e quello “cittadino”, cercavano ambedue di togliere potere all’ordine costituito, ma non mancavano frizioni anche tra loro, in quanto il ceto cittadino erodeva sempre più potere a quello “nobiliare” (quasi totalmente agrario).

Nel 1500 la depressione agraria fece perdere potere economico, e di conseguenza anche politico, al ceto nobiliare, il quale si trovava di fatto (economicamente) al di sotto della rampante borghesia agiata (ceto cittadino). Inoltre, la stessa crisi aveva portato ad una restrizione dei già pochi benefici dei contadini (assimilabili ai servi della gleba – anzi la loro situazione, soprattutto in Polonia, era peggiore della schiavitù!) creando malcontento e rivolte contadine. In città la nascente borghesia si comportava (in questo caso senza motivi contingenti) in maniera ancora più restrittiva nei confronti dei cittadini. La condizione degli abitanti della città, nel 1500 nell’Europa centrale, era peggiore di quella della campagna anche se le rivolte cittadine hanno fatto meno “rumore”.

Inoltre, la spiritualità nata dal XI secolo in Europa, oltre a desiderare purezza della vita cristiana, vedeva con scandalo alcuni comportamenti del clero (poco istruito, poca cura delle anime, concubinato, privilegi agli ecclesiastici di estrazione sociale alta). Insomma, tutti avevano un interesse economico e politico ad aggredire i privilegi del clero.

In questa situazione spirituale, economica e politica nasceva nel 1483, a Lutherstadt Eisleben, Martin Lutero. Culturalmente Lutero assaporava proprio le aspettative proto-borghesi dei genitori, i quali avevano elevato il loro tenore economico gestendo un’attività industriale (mineraria) e aspiravano che il loro figlio diventasse un dottore in diritto (aspettativa comune delle classi dominanti cittadine dell’Europa in quei secoli), anche se lui si definì in seguito “figlio di contadini”, in quanto lo era il nonno. Nel 1505, a ventidue anni, entrò nel convento agostiniano di Erfurt; tra il 1512 e il 1514 provò l’esperienza della torre (Turmerlebnis): la «rivelazione», mentre si trovava nella torre del convento, avuta leggendo e meditando sulla lettera di San Paolo ai Romani, e in particolare su alcuni passi, sulla giustificazione per grazia di Dio. Da qui venne una delle differenze più essenziali tra cattolicesimo e luteranesimo: mentre il cattolico ha i sacramenti per raggiungere il perdono e la grazia di Dio, il luterano non dispone di mezzi per raggiungere la grazia di Dio ma è solo predestinato, e pertanto può solo “avere fede” di appartenere ai predestinati.

Ora, senza dilungarci in sottili discussioni teologiche, possiamo affermare che la dottrina della giustificazione, o salvezza, per fede e non mediante le opere era derivata da quelli di John Wyclif e di Jan Hus e che le altre dottrine propugnate da Lutero non erano affrontate per prima volta dalla Chiesa cattolica; addirittura, anche il potere temporale della Chiesa e l’opinione della falsità della donazione di Costantino erano temi già ampiamente dibattuti, vedasi per tutti il De Monarchia di Dante Alighieri (anzi alcune parti della Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca di Lutero sembrano copiate dall’opera di Dante). Insomma, niente di nuovo!

Ma ritorniamo al momento in cui la convenzione storica fa iniziare il luteranesimo: 31 ottobre 1517. Nel 1517 il principe Alberto di Brandeburgo incaricò il monaco domenicano Johann Tetzel di predicare le indulgenze nei suoi territori. Al fine di non far togliere denaro, destinato alla Chiesa cattolica e quindi principalmente a Roma, i principi confinanti (che, oltretutto, erano in concorrenza anche per la vendita delle indulgenze), Federico e il duca Giorgio di Sassonia vietarono a Tetzel l’ingresso nelle loro terre. Quando i parrocchiani di Lutero si misero in viaggio per acquistare le indulgenze, Lutero, i cui interessi collimavano con i principi in parola, giudicò la predicazione di Tetzel assurda e decise di ostacolarla: il 31 ottobre 1517 Lutero (o i suoi studenti), affissero sulla porta della chiesa di Wittenberg, com’era uso a quel tempo, 95 tesi in latino riguardanti le qualità e l’efficacia delle indulgenze; il testo era indirizzato all’arcivescovo Alberto, a cui Lutero proponeva mostrare il pessimo comportamento di Tetzel.

La fama di Lutero si diffuse in tutta la Sassonia, moltissimi di varia estrazione culturale e sociale parteggiarono con Lutero. Tre condizioni contribuirono a questo successo: l’interesse economico-politico dei ceti superiori, l’interesse generale (trattava tematiche molto vicine alle esigenze materiali e spirituali della popolazione) e la facile stesura e diffusione dovuta alla stampa a caratteri mobili; ma da parte della gerarchia cattolica la cosa fu presa alla leggera, come una “bega tra frati”, senza scorgere che dietro Lutero vi erano gli interessi economici e politici dei ceti superiori.

Nel frattempo che le (prime) idee luterane presero piede in alcune zone dell’odierna Germania e iniziava a crearsi un contraddittorio con la chiesa istituzionale, morì, nel 1519, l’imperatore Massimiliano. Le alte gerarchie cattoliche avevano interesse a portare a termine le trattative di elezione del nuovo imperatore e quindi anche di mantenere basso il livello di attrito tra gli “elettori”, in quanto l’elezione di Francesco di Francia avrebbe allargato l’Impero alla Francia e l’elezione di Carlo d’Asburgo (nipote dell’imperatore defunto) avrebbe allargato l’Impero alla Spagna e ai suoi possedimenti. Le gerarchie cattoliche cercavano il candidato che meno avrebbe inciso sugli equilibri della penisola italiana. Pertanto, eletto Carlo V imperatore, sia la chiesa cattolica sia l’Impero iniziarono a valutare i comportamenti di Lutero stabilendo l’eresia del frate. Ma già siamo al 1520, la Germania, sobillata dai ceti emergenti è in rivolta (una costante della storia: i ceti sfruttati combattono la battaglia per i loro sfruttatori senza rendersene conto!). Inoltre, anche i ceti imperiali cercavano la loro autonomia dall’Impero, con pressioni nella Dieta imperiale e prese di posizione su casi pratici.

Uno di questi casi pratici vedeva proprio Lutero come un’occasione dei ceti imperiali di far valere la loro autonomia: Lutero fu chiamato dall’Imperatore per scagionarsi dalle accuse, ma doveva anche sottostare al giudizio imperiale, in luogo imposto, fin tanto che finisse il processo. Ed ecco che Federico il Saggio, a cui le tesi di Lutero non interessavano più di tanto da punto di vista teologico, appartenente al ceto imperiale, volenteroso di essere “autonomo”, si oppose alla procedura imperiale perché un “suo” suddito non poteva essere toccato (Lutero apparteneva al territorio sotto la sua giurisdizione). L’Imperatore si trovò non solo spiazzato da un suo principe, ma anche dalla freddezza di altri ceti imperiali che appoggiarono Federico. Il “caso Lutero” fu una scusa del ceto imperiale per un colpo di stato costituzionale che nulla aveva a che vedere con la religione e con la predestinazione dell’anima! Le pressioni del ceto imperiale contro l’Imperatore continuarono anche dopo l’Editto di Worms, che doveva essere un primo accordo con i ceti. Non diversamente, la borghesia cittadina di Zurigo, prettamente per motivi politici ed economici, per avere “autonomia”, abbracciò le idee di Zwingli.

Ebbene dal 1520 Lutero iniziò a capire che le sue idee iniziali, solo teologiche, non avrebbero fatto presa se non abbinate ad un movente economico-politico. Da allora le sue idee non si rivolgevano più ad un astratto lettore interessato alle verità divine, ma alla nobiltà tedesca  («noi tedeschi») per incitarli all’autonomia dall’impero, ma soprattutto per incitarli a non dare denaro a Roma. (È impressionante che le stesse frasi e le stesse parole usate da Lutero contro “Roma ladrona”, come l’impiego delle tasse in loco, eccetera, vengono oggi usate da movimenti politici nell’Italia settentrionale, soprattutto in Veneto. La cosa ancora più sorprendente è che moltissime persone, per gli stessi motivi di 500 anni fa, credono di abbracciare la giusta causa, senza rendersi conto che fanno il gioco di potentati economici!)

Quanto alle idee teoriche e per il sociale un seguace di Lutero, Muntzen, le aveva più chiare: era un teologo superiore a Lutero e proponeva la liberazione dei contadini («se la rivoluzione non l’avessero fatta i principi l’avrebbe fatta il popolo»). Ma “il denaro fa la guerra”, Muntzen fu sconfitto militarmente dai principi (lo stesso Lutero incitò i principi alla strage per «coloro che si rivoltano contro l’autorità, in quanto titolari di un ufficio assegnato da Dio, di conseguenza è giusto usare la spada») e migliaia di contadini furono massacrati e giustiziati, tra cui lo stesso Muntzen. Alcuni secoli dopo lo stesso Engels definì Lutero «servo dei principi».

Nelle città, dove i nuovi ricchi non avevano il potere politico, la riforma fu un viatico per il cambiamento dell’élite di governo, quindi una scusa per l’autonomia sia dall’Impero sia dai ceti territoriali. Il caso eclatante fu Lubecca, dove i nuovi ricchi, eliminata, anche fisicamente, l’élite precedente, crearono un consiglio cittadino che governava la politica, l’economia e la religione, controllava tutta la finanza, il sistema assistenziale sociale e il sistema educativo, mentre gli oppositori e coloro che non accettavano le nuove regole venivano eliminati immediatamente. Il popolo che “fece” la riforma non ebbe niente, anzi la sua condizione di libertà fu peggiore. I finanzieri e i mercanti, tra cui Wullenwever (1492-1537), acquisirono tutto il potere economico sociale e politico. Questo, “giustamente”, è stato visto dagli storici illuministi come un «assaggio di liberalismo»!

I ceti imperiali e la borghesia cittadina cercarono dunque con vari pretesti la propria autonomia economica e politica. A questi ceti bisogna aggiungere anche un altro ceto che trova l’occasione in Lutero per mantenere il suo potere: i Cavalieri. I Cavalieri erano la bassa nobiltà che stava perdendo inesorabilmente il peso politico, anche in relazione alla crisi agraria, ma soprattutto alla caduta degli ideali cavallereschi. E quale miglior occasione di seguire Lutero, anche se furono fermati dai luterani più forti, il Longario d’Assia, Federico I, che addirittura si alleò con i cattolici per sconfiggere i cavalieri che si erano «spinti oltre» (aspiravano anche loro all’indipendenza territoriale).

Dopo la Dieta di Spira (1526) l’iniziativa politica ormai era nelle mani dei ceti dell’impero, le “comunità” e i pastori luterani avevano un ruolo secondario.

Come abbiamo visto, ceti dell’impero, nuovi ricchi, finanzieri, mercanti e cavalieri, ognuno per un proprio tornaconto economico-politico, abbracciarono la riforma, ma c’è un altro caso che è bene non tacere: i cavalieri Teutonici. I Teutonici per conquistare tutti i beni ecclesiastici sulla loro giurisdizione territoriale passarono alla riforma e con tale scusa requisirono tutti i beni ecclesiastici a favore del principe dell’Ordine, che accumulò sia i beni dell’ordine sia quelli acquisiti in tutta la Prussia, creando le basi di un principato.

Inoltre, un altro avvenimento favorì i ceti: la guerra dell’Imperatore cattolico Carlo V proprio contro il Papa. L’Imperatore nel 1526 era in guerra con il Papa e reclutò anche gente d’arme di fede luterana (coloro che fecero il sacco di Roma del 1527, abbandonandosi a omicidi di religiosi e a stupri di suore! Successivamente l’Imperatore si “scusò” con la Santa Sede si riappacificò con il papato); questo non fece altro che esporre l’Imperatore alle richieste sempre più pressanti dei ceti, obbligando l’Imperatore a una nuova dieta (di Spira) nel 1529, nella quale l’Imperatore, forte degli ultimi successi, decise che era ancora applicabile l’editto di Worms del 1521 (che oltre al caso Lutero riguardava l’amministrazione dell’Impero e la riscossione di tributi per la guerra contro il Turco). Ma i ceti ormai imperavano, volevano decidere soprattutto sulla finanza, quindi il 19 aprile 1529 “protestarono” (da qui il nome protestanti) usando uno strumento costituzionale per motivi economici e politici verniciati da motivi religiosi.

Tanto è certa la loro mala fede che, senza attendere la contro-deduzione imperiale, crearono un’alleanza segreta (poi chiamata Lega di Smalcalda) contro l’Imperatore (modalità, in prima battuta, non tanto gradita dallo stesso Lutero, in quanto contraddittoria alle sue stesse teorizzazioni – ma ormai l’avevano usato e le sue idee, se non collimavano con gli interesse dei ceti, non venivano prese in considerazione!). Successivamente i ceti giustificarono, oltre che dal punto di vista teologico, anche dal punto di vista giuridico il loro colpo di stato: l’Imperatore aveva “sovranità limitata” in quanto eletto dagli stessi ceti e pertanto doveva sottostare ai ceti (comunque, questi ceti erano, nella Dieta, in minoranza, ma dovevano forzare la mano per raggiungere il loro obiettivo).

Dal 1530 sia da parte imperiale sia da quella dei ceti si cercava un accordo, anche in funzione di estromettere altre correnti della riforma, ma quest’accordo non si formò mai anche perché l’Impero era in guerra con i Turchi e quest’ultimi, musulmani, fecero degli accordi con i protestanti in funzione anti-imperiale. Nel 1546 (Dieta di Ratisbona), finita la guerra contro i Turchi, l’amministrazione imperiale ebbe la meglio sulla Lega di Smalcalda, ma fu una “vittoria di Pirro”; i protestanti avevano consolidato, soprattutto approfittando della guerra tra Impero e Turchi, il potere politico, economico e religioso, estromettendo i cattolici da tutti i loro territori e confiscando tutti i loro beni. Il fallimento degli accordi del 1548 non avvenne per cause teologiche (si era arrivati ad un accordo religioso, con l’accettazione da parte cattolica del matrimonio dei preti e la comunione sotto le due specie), ma per cause di potere questo “non accordo” portò lacerazioni anche all’interno dei protestanti.

Così si arrivò alla Dieta di Augusta, 1555, con la quasi-sconfitta militare ma la completa sconfitta politica dell’Imperatore contro i principi ribelli: la scelta della religione apparteneva ai principi (cuius regio eius religio, quindi non agli individui, che erano obbligati a seguire la religione del principe territoriale). Ma il vero obiettivo dei principi territoriali fu raggiunto: rex imperator in regno suo, cioè i territori del principe sono autonomi dall’impero, anzi il principe è imperatore nei suoi territori, quindi potere politico, economico e soprattutto fiscale esclusivo! Da tale accordo erano comunque esclusi gli altri evangelici non facenti parte di un territorio governato dai principi interessati. Successivamente anche i ceti emergenti dei “Paesi Bassi” spagnoli si voteranno al protestantesimo per l’autonomia politica-economica dalla Spagna.

Inoltre, dal punto di vista teorico, il protestantesimo ha legittimato sul piano etico-religioso (l’idealismo lo farà su quello filosofico-politico) un’azione, quella dello sfruttamento individuale (nobiliare o borghese che fosse), sottraendola dal peso di un giudizio (ecclesiale, pubblico) di condanna morale.

Per quanto riguarda Lutero, egli diventò, per ammissione del suo stesso devoto biografo, «un vecchiaccio irascibile, petulante, maldicente, e talvolta addirittura scurrile». Obeso, morì nel 1546 di ulcera, in quanto aveva preso a mangiare e bere birra smisuratamente. O forse morì suicida, come affermarono Thomas Bozius nel 1592, Paul Majunke nel 1890 e Jacques Maritain nel 1925, a seguito dell’affermazione di un domestico di Lutero di aver trovato il suo padrone impiccato alle colonne del letto).

Oggi il protestantesimo è un veterano Cavallo di Troia di nuove forze economiche, già emergenti da qualche secolo, contro il cattolicesimo e la cultura europea. Infatti, don Pitra riferisce che a Vienna, nel 1859, un alto personaggio affermava: “Una volta vinte le nazioni cattoliche dalle protestanti, basterà un soffio per fare sparire il protestantesimo“. E ancora, Michelet (storico liberale francese, 1798-1874) scriveva ad Eugenio Sue (scrittore francese, 1804-1857): «Il protestantesimo è una pianta parassita che vive del succo del cattolicesimo. Quando l’avremo finita colla Chiesa cattolica, egli morrà da se stesso, o, se ve ne sarà bisogno, lo finiremo noi con un calcio del nostro stivale». C’è da meditare.