L’universo del Fondo Marega: un Ponte dal passato al futuro tra Giappone e Vaticano

L’universo del Fondo Marega: un Ponte dal passato al futuro tra Giappone e Vaticano

Giovedì 26 ottobre 2017, la suggestiva sede dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma ha ospitato il convegno L’universo del Fondo Marega: un Ponte dal passato al futuro tra Giappone e Vaticano, nell’intento di divulgare il lascito di Padre Mario Marega (1902 – 1978), missionario salesiano per ben quarant’anni in Giappone – stabilitosi a partire dal 1929 principalmente nella Prefettura di Ōita (Kyūshū) – attraverso lo studio del suo Fondo documentario, che rappresenta un assoluto unicum. I relatori dell’incontro sono stati: Kazuo Otomo (National Institute of Japanese Literature), Silvio Vita (Kyōto University of Foreign Studies), a cui si deve la maggior parte delle informazioni riportate in questo articolo, e Ángela Nunez Gaitàn (Biblioteca Apostolica Vaticana, BAV).

Nel marzo del 2011 alla BAV, per la precisione nel Deposito A, vennero scoperti 21 colli ancora sigillati, e da quel momento in poi ci sentiamo di affermare che la yamatologia sia cambiata, arricchendosi di un nuovo protagonista, un Grande Italiano fin troppo misconosciuto. Le casse inviate nel 1953 dal Giappone da Padre Marega contenevano più di 10.000 unità tra libri, atti notarili, giornali, lettere e foto. Un corpus eccezionale di notizie sulla vita dei cristiani nell’Arcipelago, che va dal XVII al XIX secolo, introvabile, per estensione e completezza, addirittura in Giappone. Per questo e, come sinteticamente illustreremo, per altri motivi riteniamo sia corretto sostenere che Marega vada considerato il maggior yamatologo del ‘900, insieme al sempre nostro Fosco Maraini e a Karl Haushofer.

Sinora il nome di questo missionario era esclusivamente conosciuto per  la sua traduzione del Kojiki, il testo sacro del Giappone, composto all’incirca nel periodo 711 – 712, si pensa da Ō no Yasumaro, per volere dell’Imperatore Tenmu (ca. 631 – 686). Vi si narrano le gesta e la storia dei primi “mitici” imperatori giapponesi e del loro rapporto con le divinità shintoiste. La traduzione di Marega, probabilmente la seconda in ordine cronologico da parte di un occidentale, uscì nel 1938 per i tipi della Laterza. Tra le prime versioni per un pubblico straniero, la sua si attesta quale la migliore, per la ricchezza delle annotazioni e l’apparato critico, tanto che questa impresa editoriale gli valse grande notorietà nel Giappone dell’epoca, quando il Vaticano da lì a quattro anni (1942) avrebbe instaurato le sue relazioni diplomatiche col Sol Levante. Eppure, il suo contributo come studioso non si limitò al Kojiki, visto che tra traduzioni, articoli, l’essere uno dei fondatori della più prestigiosa rivista nel settore (Monumenta Nipponica), egli fu capace come nessun altro, eccetto forse il suddetto Maraini, di raccontare sia il Giappone antico che quello moderno, riuscendo a “mediare” tra la giusta istanza divulgativa e il rigore scientifico. Ma vi è ancora altro! Oltre a questo autentico tesoro scoperto alla BAV, esiste pure un Fondo Marega altrettanto prezioso presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, che custodisce vari testi giapponesi e ben 2000 stampe Ukiyo-e. Per i ricercatori, segnaliamo questo link, dove è possibile farsi un’idea della natura di tale raccolta.

L’“Universo Marega” sconfinava anche nella peculiarità del personaggio, un uomo poliedrico, estremamente attivo, il quale commentò tutta la sua vita con delle vignette pungenti degne quasi di Mario Sironi. Ciliegina sulla torta, Marega fu altresì un appassionato praticante di Kyūdō, tanto da scegliere come suo ex libris per l’appunto l’immagine di un arciere.

Cosa altro aggiungere? Un giorno, nel 2011, a Roma, si è scoperto un pezzo unico di storia del Giappone, questa è l’Italia vera, che va protetta, conosciuta e studiata, resa grande, degna del suo destino. Il Marega Project, come è stato ribattezzato questo programma di ricerca in sinergia tra Santa Sede e Giappone, dovrebbe terminare nel 2018. Ci auguriamo che vi sia in futuro una collaborazione crescente tra i due Fondi (quello della BAV e quello della Salesiana), cosa che potrebbe, e lo speriamo con tutto noi stessi, spostare l’asse degli studi yamatologici internazionali, indirizzandoli nuovamente in Italia, dove da sempre sono di casa, togliendoli almeno in parte agli americani, che non per amore e disinteressata scienza, come è stato invece nei secoli per gli italiani, ma solamente per presenza imposta sul territorio ed egemonia politica se ne sono appropriati.