“Essere catalani significa essere spagnoli”: intervista con il prof. Josep Alsina, presidente di Somatemps

“Essere catalani significa essere spagnoli”: intervista con il prof. Josep Alsina, presidente di Somatemps

Nei tumultuosi giorni del referendum catalano, mi sono trovato a Barcellona per esprimere solidarietà con il popolo spagnolo in lotta per difendere l’unità della nazione. Ho approfittato dell’occasione per recarmi alla presentazione del libro Catalanitat és Hispanitat organizzata nel centro del capoluogo catalano dall’associazione culturale Somatemps, che da diversi anni si batte a livello istituzionale per promuovere l’identità e la lingua catalana in un quadro eminentemente ispanico.

Alla fine dell’incontro ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con lo storico catalano Josep Alsina, presidente dell’associazione.

Buongiorno professore! Con che finalità nasce Somatemps?

Buongiorno! Somatemps sorge con l’obbiettivo di essere un istituto storico, culturale ed editoriale. Il compito primario che ci siamo prefissati è di radunare accademici e studiosi volenterosi che vogliano contrastare la falsificazione storiografica in atto in Catalogna, ad ogni livello. Mi riferisco nello specifico a quanto viene spiegato nelle scuole della nostra regione, ma anche nei nostri atenei. Ai nostri giovani viene raccontata una storia contraffatta, costruita ad uso e consumo della propaganda separatista.

Potrebbe farci un esempio?

Ma certo. Lei avrà sentito spesso parlare dell’uso strumentale che si fa della Corona di Aragona per giustificare storicamente l’indipendenza della Catalogna? Gli aragonesi hanno effettivamente avuto un ruolo centrale nello sviluppo di questa regione, ma non è sostenibile in alcuna maniera derivarvi l’assunto che la Catalogna sia esistita come entità statuale autonoma. Anzi, è più vero il contrario.
La corona aragonese ha concesso in diversi casi dei bandi di autonomia in maniera speculare al vassallaggio del Sacro Romano Impero, è il caso di Valencia e del territorio ad essa annessa. E’ il caso, e lei da italiano dovrebbe saperlo meglio di me, della Sardegna e della Sicilia. Ecco ciò invece non è mai capitato nell’area catalana. Non esiste alcun bando, alcuna fonte che possa lasciarci pensare che la Catalogna sia anche solo stata riconosciuta come un’entità distinta dall’Aragona. Eppure, a leggere dei sussidiari che mi capita di trovare nelle scuole, parrebbe che Aragona e Catalogna siano due modi per intendere la medesima cosa.

Spesso si fa anche riferimento alle sollevazioni contadine nell’area contro Ferdinando VII.

Anche in quel caso si tratta di una distorsione, infatti le rivolte contro Fernando VII erano agitate chiaramente da quello che sarà lo spirito carlista: “Dio, Fueros e Re”! Un attacco ad una monarchia decadente per opporsi all’uniformazione del neonato stato liberale spagnolo. Nulla a che vedere con pretese secessionistiche.

E come risponderebbe a chi parla di differenze, a chi parla di autodeterminazione del popolo catalano?

La pretestuosa volontà di scindere identità catalana ed identità spagnola è una menzogna del separatismo. Non sarebbe nemmeno concepibile la Catalogna come la conosciamo senza l’investimento costante che ebbe Madrid su questa regione. Ma sopratutto senza la politica protezionista attuata dall’Impero Spagnolo tra i primi del ‘600 e la metà ‘800, che favorirono la nascita e fiorente crescita di un’industria in Catalogna. Senza la Spagna, senza “l’oppressione di Madrid” questa regione sarebbe ben lontana dall’essere la Silicon Valley mediterranea che vantiamo di essere oggi.

Tutta colpa della Generalitat, quindi?

Assolutamente no. Il regime del ’78 (termine con cui viene designato lo stato spagnolo da dopo la promulgazione della Costituzione post-franchista, ndr) ed il suo regionalismo anti-federale è a sua volta imputabile della situazione. Non si è mai creduto in un regionalismo autentico, ma solo dei più ricchi o di chi aveva abbastanza voce per esigerlo. Non si sono mai costituite vere autonomie, ma soltanto sporadiche quanto deleterie semi-indipendenze, come qui in Catalogna o nei Paesi Baschi. Del resto, dopo la Transizione lo spirito patriottico è completamente accantonato in questo paese: oggi esporre una “nacional” (la bandiera spagnola, ndr) durante una manifestazione equivale a nostalgia per il franchismo. Ovviamente, laddove diserta l’amor patrio, fioriscono identità posticce come quella separatista.

Anche questo referendum farlocco… Puigdemont ha voluto scatenare questo clima per dare l’impressione di una rivoluzione in atto e Rajoy, vedendosi finalmente costretto ad intervenire (sebbene troppo tardi), gli ha concesso una vittoria simbolica evidente. Ma non è sicuramente una vittoria per noi catalani, purtroppo.

Cosa ne pensa del regionalismo?

Le regioni vanno ripensate e riqualificate, tutte, lingue comprese. Il centralismo funziona in molti luoghi in Europa: pensi alla Francia, pensarla come stato federale a mio avviso sarebbe completamente assurdo. Non penso sia il caso della Spagna, ma per far ciò bisogna avere un’idea chiara di cosa siano le identità regionali e conoscerle. I separatisti non hanno la minima cognizione di quanto affermano, navigano in fiumi di retorica a buon mercato funzionale a portare avanti il discorso che motiva l’esistenza delle poltrone su cui siedono. Guardi la loro bandiera, l’Estelada, a loro detta un simbolo “nazionale”: una pessima imitazione dei primi del ‘900 dei movimenti nazionalisti latino-americani. Quale correlazione con la Catalogna? Nessuna. La verità è che essere catalani significa essere spagnoli.

Ad oggi, siete riusciti ad instaurare un dialogo con le istituzione regionali?

Guardi, la domanda è quasi retorica visto il controllo totale che i separatisti hanno degli organi istituzionali della regione. Infinite volte in questi anni abbiamo cercato di promuovere attività con il patrocinio della Generalitat o del Comune di Barcellona. Abbiamo persino tentato di organizzare convegni in università con relatori e studiosi di prestigio nazionale. Tutto inutile. Non abbiamo l’appoggio di nessuno, nemmeno dalle realtà politiche unioniste.

Un’ultima domanda, professore: anche lei trova quantomeno curioso che nella mobilitazione separatista si fondano alla perfezione sinistra radicale (dagli elementi marxisti più ortodossi a trotzkismo ed anarchismo) e la destra più schiettamente liberale e liberista?

A rifletterci bene, non vi trovo nulla di strano. Il separatismo catalano origina da un mix letale di “sinistrismo” da occupazione scolastica ed un ben più consapevole liberalismo economico. I discendenti di Louis Companys hanno creato un mostro che non riescono più a controllare. Mi viene in mente un esempio abbastanza descrittivo. In tutti questi anni, la sinistra separatista non ha fatto assolutamente nulla oltre a strillare all’Indipendenza. L’unico risultato politico di cui si fa forte Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana di Catalogna) è l’eliminazione dei fondi regionali alle scuole cattoliche, applaudita come una riforma volta a favorire l’istruzione pubblica. Piccolo problema: la maggior parte delle scuole private presenti in Catalogna non sono cattoliche e sono quelle senz’altro più elitarie ed economicamente onerose. Le scuole della nostra classe dirigente, insomma.
Secondo lei i fondi pubblici a quelle scuole sono stati toccati? Si risponda da solo.