Il calcio, lo ius soli e i collegamenti inesistenti

Il calcio, lo ius soli e i collegamenti inesistenti

La mancata qualificazione della Nazionale italiana di calcio ha offerto nuovi spunti alle riflessioni (o ai deliri) dei sostenitori dello ius soli. Sostanzialmente, secondo tali pensatori della domenica, se non vedremo gli Azzurri ai prossimi Mondiali in Russia dovremo additare come colpevoli i soliti razzisti che impediscono l’approvazione del cosiddetto “diritto di cittadinanza”. Ancora una volta, i razzisti (una parola che è diventata un pentolone in cui convogliare tutti coloro che non si conformano al pensiero unico) sono quindi i responsabili del male del mondo, persino di una sconfitta calcistica.

Cerchiamo di comprendere il ragionamento che lega la fuoriuscita dell’Italia dalla Coppa del Mondo con lo ius soli. Secondo i nuovi esperti del calcio, per vincere una partita è condicio sine qua non la presenza di tante razze diverse nella rosa, meglio ancora se di religioni e lingue differenti. Non importano gli allenamenti, la strategia, l’esperienza dell’allenatore o la prestanza atletica dei giocatori; prima di tutto, per alzare la Coppa, la Nazionale deve essere multietnica, inficiando il concetto stesso di “Nazionale”.

A differenza delle società locali, scelte dai rispettivi tifosi, le squadre nazionali rappresentano, in ambito sportivo, i Popoli: il sostegno alla propria Nazionale, nel calcio ma non solo, in un certo senso proietta sul campo anche il sostenitore stesso, rappresentato a livello sportivo dai giocatori in sfide contro altre nazioni, altre culture, altre realtà. Non segna solo l’attaccante, ma segna l’intera Nazione di cui quell’attaccante è parte. In questo ragionamento, la parola chiave è proprio “nazione” e non “Stato”: quest’ultimo, infatti, quando perde il legame con la prima, diventa una comunità amorfa di individui senza legami spirituali e culturali, ma considerati solo ingranaggi di un meccanismo senz’anima né fini ultimi. Se la rosa dei giocatori deve rappresentare una nazione, cosa rappresenterebbe una squadra multietnica? Dove sarebbe la sana competizione tra i Popoli, che invece di spararsi addosso possono confrontarsi in pacifiche e divertenti sfide? Come potremmo dire che l’Italia è sportivamente meglio della Germania o della Francia o dell’Inghilterra, se Italia, Francia, Spagna e Inghilterra sono mescolate tra loro o con altri popoli?

Per contestare la presunta superiorità atletica dei “nuovi europei” è sufficiente osservare l’albo d’oro dei Mondiali passati: fatto salvo il Brasile, la cui tradizione calcistica ha una storia a parte, la maggior parte dei vincitori dei titoli erano squadre monorazziali, tra cui la nostra, vincitrice di 4 titoli (e che, da quando ha deciso di colorarsi, ha fatto quasi sempre figure barbine). Dove sono i campioni provenienti dai Paesi dei migranti? Quanti titoli hanno vinto? Nemmeno gli USA e, quando esisteva, l’URSS, paesi multietnici per definizione, hanno vinto nulla.

Si può controbattere mettendo sul tavolo le società locali, in particolare quelle che militano nei massimi campionati, dove le percentuali di stranieri sono molto alte e sovente superano quelle degli italiani. Tuttavia, in questo caso, oltre a trattarsi di società private, si parla anche di aziende che investono su campioni per vincere e creare un utile e il cui tifo viene scelto, come accennato poc’anzi. Le squadre locali non rappresentano una città, fatto salvo forse per i campionati minori, ma il tifo; le squadre nazionali rappresentano invece i Popoli.

Nessuno nega che una “Nazionale” multietnica, guidata da un buon allenatore e costituita da fuoriclasse, possa vincere il Mondiale. Ma se il Mondiale viene vinto da una squadra contenente Italiani, Ugandesi, Cinesi, Venezuelani o Neozelandesi, allora il Mondiale sarà vinto da Italia, Uganda, Cina, Venezuela e Nuova Zelanda. Quindi, inevitabilmente, cessa la rappresentatività della Nazionale e ci si riduce al tifo standard che troviamo per le società locali.