I giorni del giglio. Capitolo 19 – Oberteil

I giorni del giglio. Capitolo 19 – Oberteil

Il fronte è arretrato. È un eufemismo, a dire la verità. Lo Sbarramento ha ceduto il primo giorno di agosto e, disordinatamente, abbiamo lasciato al nemico più della metà del nostro territorio. Le case, i depositi, i ricordi. Persino i nostri morti.

Saint Jean, aperto il varco, è diventata indifendibile. La piana centrale della vallata è perduta. Arroccati su entrambe le pareti che si arrampicano ai fianchi del paese, abbiamo fatto danni alla meno peggio con le ultime postazioni di mitragliatrici. Quella sopra la cappella ha taciuto quasi subito.

Per tutta la notte, come il lamento di un malato troppo ostinato, la Roccia Castello ha tuonato contro il nemico. Rabbiosamente, furiosamente. Lo sperone che aggetta sull’abitato è stato difeso fieramente. Poco prima dell’alba, però, anche lassù è stato silenzio.

La valle, risalendo alle giogaie del Rosa, conosce un salto brusco e pietroso, dove la strada sale tortuosa verso Trinité. Lì finisce Mittelteil ed inizia Oberteil, la Valle Alta, il nostro ultimo regno.

“La Terra di Mezzo è perduta”, penso quasi ironicamente. Ma qui non c’è nessun Anello da distruggere. Cinque chilometri al più di lunghezza, un chilometro di larghezza. Pochi prati, soltanto l’acqua e la legna non mancano. E millecinquecento bocche da sfamare.

Quando le nostre difese inferiori sono collassate, una colonna ininterrotta di ceffi neri e bassi ha risalito i bei prati del Lys, bruciando ogni cosa e ridendo in faccia alle montagne. Suprema bestemmia.

Anche adesso, mentre scrivo appoggiato al muro del nuovo alloggiamento, mi sembra di sentire quelle risate. Abbiamo minato la strada, in più e più punti. Ne moriranno molti, ma non mi consola più di tanto: abbiamo perso molto di più di quanto loro potrebbero mai smarrire.

L’Hotel Miravalle è una struttura grigia e imponente che sorge in disparte sopra Noversch. Già albergo liberty, riattato alla bell’e meglio a condominio, adesso è l’umido quartiere delle nostre brigate. Incessantemente gli stivali battono sul legno dei piani e sulle scale pretenziose dell’atrio. Si studia come morir bene.

Di cinque fabbriche di munizioni, ne rimane una. Due mulini su dieci. Una centrale elettrica quasi ridicola. Cento animali da latte, a voler concedere tanto. Pollame, poche cose. Non che ormai servissero a molto, ma abbiamo perso anche gli ultimi autocarri.

Facendo saltare la strada dove le anse del torrente sono più affossate abbiamo guadagnato qualche giorno. A mani, pala e piccone, abbiamo creato una fitta serie di dossi fortificati. Quasi a ridosso del Miravalle, poche curve più in basso, un vallo più imponente. Per miracolo abbiamo salvato alcuni pezzi di artiglieria: medi calibri, ma li sapremo far fruttare.

Nel frattempo, non ci giungono buone notizie neppure dal fronte del Gabiet: gli attacchi, da basso, incalzano giorno dopo giorno con maggiore intensità. Due notti fa abbiamo falciato l’avversario mentre era già in forze sul pianoro superiore. Ma resistiamo.

Sto pensando che questi cinque chilometri quadrati ci devono essere più cari di tutto ciò che abbiamo mai amato. Là fuori non vi saranno più sorgenti, né larici antichi, né il profumo dell’erba fra le selve ombrose. Ci sarà soltanto odio, per noi e per chi verrà.

Ho perso quasi tutti i miei libri. Rimangono pochi appunti sparsi, qualche citazione, scarne note. Su una pagina spiegazzata leggo poche parole: “Dopo le nostre Termopili, verrà la nostra Maratona”.