Dopo il tramonto dell’Occidente:  verso una “civiltà” bolscevica? (1)

Dopo il tramonto dell’Occidente: verso una “civiltà” bolscevica? (1)

Uno dei principali filosofi della Storia del Novecento è senza dubbio Oswald Spengler (1880-1936), reso celebre dal suo approfondito studio sulla storia delle civiltà, il cui ciclo è da lui paragonato a quello biologico della vita umana. Ciò avviene nella ponderosa opera Il tramonto dell’Occidente (Das Untergang des Abendlandes, 1918 e 1922) in cui, comparando le varie civiltà e ripercorrendone le fasi di crescita e decadenza, Spengler traccia una serie di quadri sinottici (dei campi filosofici, artistici, politici) che corroborano l’idea di una “biologia delle civiltà”, la quale prevede una fase di crescita (infanzia, adolescenza, gioventù), definita Kultur; seguita da un periodo di stasi e quindi di decadenza (maturità e vecchiaia), chiamato Zivilisation; a quest’ultimo segue, naturalmente, la morte e l’avvento di un’altra civiltà. In Europa, alla civiltà classica (greco-romana) è succeduta quella faustiana o occidentale (nata nell’Alto Medioevo, sviluppatasi nel Basso Medioevo e Rinascimento, in fase di decadenza dal Settecento in poi).

Altri filosofi della Storia – tra tutti, Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) e Francisco Elías de Tejada (1917-1978), entrambi di impostazione cattolica e di cui parleremo in altra occasione – concorderebbero solo in parte con questa visione, attribuendo semmai al Rinascimento un momento di stasi dopo l’apogeo medioevale, ma converrebbero, anche se in maniera differente rispetto al filosofo tedesco, sulla attuale decadenza della civiltà “occidentale”.

Nonostante Spengler fosse conosciuto da tempo in Italia (ed ammirato personalmente da Mussolini –negli anni Trenta uscirono in italiano solo due sue opere minori, L’uomo e la macchina nel 1932 e nel 1934 Anni decisivi, che Mussolini stesso aveva già calorosamente segnalato sul Popolo d’Italia riassumendone il contenuto e citandone i passi più significativi), la prima traduzione del Tramonto dell’Occidente, pubblicato in Germania all’inizio degli anni Venti, vide la luce solo nel 1957, grazie a Julius Evola, che ne curò la traduzione ed in particolare adottò per la dicotomia «Kultur/Zivilisation» la soluzione «civiltà/civilizzazione».

Al di là delle diverse possibilità di traduzione, va compreso, come detto, che la Kultur è la fase ascendente e la Zivilisation la fase discendente: la prima rappresenta la primavera e l’estate di una determinata civiltà, l’altra l’autunno – che può essere lussureggiante – e l’inverno: «ogni civiltà ha una sua civilizzazione. Qui – scrive lo stesso Spengler – per la prima volta, queste due parole [civiltà e civilizzazione] che finora avevano designato una vaga distinzione d’ordine etico, vengono assunte in un senso periodico a esprimere una successione organica rigorosa e necessaria. La civilizzazione è l’inevitabile destino di una civiltà» (1).

Ipotesi per il futuro dall’analisi del passato

Secondo Spengler – che morendo nel 1936 non poté assistere agli eventi che pure aveva profetato – la nostra civiltà, quella dei cavalieri e delle cattedrali, per intenderci, è sul punto di crollare, travolta dall’egemonia della plebe e dal culto del denaro. Egli infatti individua: «Il trapasso dallo stadio di civiltà a quello di civilizzazione si è compiuto nel quarto secolo [avanti Cristo] nel mondo antico, nel diciannovesimo secolo in quello moderno occidentale».

Per comprendere meglio su quali analisi si basa il pensiero del filosofo tedesco, riporto nel seguente specchietto la parte relativa alla “civilizzazione” (cioè alla decadenza dopo l’apogeo) della Tavola delle epoche “sincroniche” dedicata alla politica, eliminando il riferimento sinottico alla civiltà cinese, semplicemente per questioni di spazio e per la scarsa familiarità del grande pubblico con la storia di quella terra. Chiedo venia ai sinologi.

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Civilizzazione: dissoluzione delle Nazioni, ormai compenetrate dallo spirito delle grandi città, in masse deformi. La metropoli e la provincia: il Quarto Stato (la massa) inorganico e cosmopolita.

1) Dominio del danaro (della “democrazia”). Le potenze economiche penetrano nelle forme e nei poteri politici.

Egitto: 1675-1550 a.C.: Periodo degli Hyksos. Profonda decadenza. Dittatura di generali stranieri (Chian). Vittoria finale del re di Tebe

Mondo Antico: 300-100 a.C.: Ellenismo politico. Onnipotenza regia da Alessandro ad Annibale. Tribuni del popolo radicalisti da Cleomene III a C[aio] Flaminio (220)

Mondo Occidentale: 1800-2000: XIX secolo: da Napoleone alla prima guerra mondiale. «Sistema delle grandi potenze». Eserciti permanenti, costituzioni. XX secolo: passaggio dei poteri costituzionali al potere informe di un singolo, guerre di distruzione, imperialismo.

2) Formazione del cesarismo. Vittoria del potere politico sul danaro. Carattere primitivo crescente delle forme politiche. Dissoluzione interna delle nazioni in una popolazione amorfa. Sua organizzazione in un Imperium che torna gradatamente ad avere un carattere primitivistico e dispotico.

Egitto: 1550-1328 a.C.: XVIII dinastia. Thutmosis III

Mondo Antico: 100 a.C.-100 d.C.: da Silla a Domiziano Cesare, Tiberio.

Mondo Occidentale: 2000-2200. – – –

3) Maturazione della forma definitiva: politica privata e di famiglia in singoli dominatori. Il mondo come preda. Egizianismo, mandarinismo, bizantinismo. Irrigidimento astorico e impotenza dello stesso meccanismo imperiale di fronte alla volontà predatrice di popoli giovani o di conquistatori stranieri. Lento riaffiorare di stadi primitivi in una vita supercivilizzata.

Egitto: 1328-1195: XIX dinastia Sethos I, Ramses II.

Mondo Antico: 100-200: da Traiano ad Aureliano. Traiano, Settimio Severo.

Mondo Occidentale: Dopo il 2200. – – –

Una “profezia” che si sta avverando

Come detto, non essendo né un astrologo né un profeta, Spengler lasciò vuote le caselle riguardanti i secoli XXI-XXIII. Noi possiamo solamente notare che – almeno per quanto riguarda il tempo in cui viviamo – «la vittoria del potere politico sul danaro» si è dimostrata assai effimera, essendo stata spazzata via dalla vittoria delle “demoplutocrazie” nel 1945 (e dalla successiva “demonìa dell’economia”, per citare il traduttore di Spengler…). Dobbiamo dare invece ragione al filosofo nel constatare che stiamo comunque assistendo alla «dissoluzione interna delle nazioni in una popolazione amorfa», dovuta soprattutto alla volontà di trasformare il “cittadino” da membro attivo della vita politica in semplice produttore e consumatore (e le migrazioni “pilotate” fanno pienamente parte di questo progetto).

Che dire poi dell’«impotenza dello stesso meccanismo imperiale di fronte alla volontà predatrice di popoli giovani o di conquistatori stranieri»? Oppure del «lento riaffiorare di stadi primitivi in una vita supercivilizzata»? Per quest’ultimo caso, basti citare il saggio Selvaggi con il telefonino di Maurizio Blondet: al di là delle considerazioni dell’autore sulla scarsa conoscenza tecnologica dei fruitori di tecnologia (in effetti non è una colpa non conoscere i meccanismi di ciò che si usa: possiamo pedalare in bicicletta ignorando cosa sia il pignone – Antonio de Curtis docet… – o guidare un’automobile senza renderci conto della funzione dello spinterogeno, così come possiamo scrivere con un computer o telefonare con un cellulare ignari dei loro meccanismi interni), rimane il fatto che le masse, sia pur ultra-tecnologicizzate, stanno perdendo ogni riferimento morale, affascinate più dai guru (o dai bimbominkia) di internet che dai consigli dei genitori e sentendosi sempre più spesso spinte ad usare il telefono portatile per filmare un pestaggio e “postarlo” su YouTube, anziché correre in aiuto della vittima.

Per quanto riguarda invece il primo punto, quello dell’impotenza di fronte ai flussi migratori, le considerazioni sarebbero tante (e i riferimenti letterari obbligati a Il campo dei Santi di Jean Raspail e a Guerriglia di Laurent Obertone). Ricordiamo solo il “mantra”, ripetuto a tutti i livelli, della “necessità” di tali flussi per ovviare alla denatalità nostrana. E constatare come «la sintonia ideologica tra Spengler e il regime fascista esisteva di fatto ancor prima della traduzione di Anni decisivi ed era documentata dalla presenza di uno strano, ma significativo volumetto, pubblicato a Roma nel 1928, di un certo Richard Korher: Regresso delle nascite: morte dei popoli, con prefazione di Spengler e Mussolini». Stupisce la preveggenza dei due prefatori nel comprendere – solo ad un terzo del XX secolo – quale sarebbe stato uno dei maggiori pericoli che un secolo dopo avrebbe gravato sulla nostra civiltà.

Note

(1) Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Introduzione, 12.