Mingong, la Cina legata a Confucio che sta dimenticando Mao

Mingong, la Cina legata a Confucio che sta dimenticando Mao

Cosa vuol dire andarsene? Lasciare amici, figli e il luogo in cui si è cresciuti? Salire su un autobus, recandoti per lunghi e dolorosi anni in una delle tante sterminate e disumane città della Cina, dove ti aspetta una stanzetta angusta, uguale a migliaia di altre sparse per questo enorme Paese, provando, senza riuscirci, a chiamarla “casa”. E ancora di più, cosa vuol dire tornare? Rivedere quel tuo villaggio dove non è semplice ritrovare una propria identità, poiché troppo tempo è passato. Tutta questa sofferenza e solitudine soltanto per riuscire un giorno a sostituire una abitazione in legno, con una praticamente identica, ma almeno di cemento. Di questo e solo questo parla Mingong.

Il primo lungometraggio-documentario di Davide Crudetti, benché non sia qualcosa che lasci particolarmente impressionati, è il benvenuto nel mostrare il doveroso interesse che gli italiani, inventori con il gesuita Matteo Ricci (1552 – 1610) della sinologia, dovrebbero sempre avere verso quello che noi ostinatamente amiamo ancora chiamare il Celeste Impero.

Prima di continuare nell’analisi della pellicola è necessario però spiegarlo questo titolo, e nel far ciò essere per l’appunto dei sinologi aiuta. Del resto, per gli specialisti, la visione dell’opera di Crudetti, malgrado la sua essenzialità, può fornire degli ottimi spunti di riflessione. “Mingong” è una parola composta da due caratteri: (mín, “popolo”) e (gōng. “operaio”). Il termine si potrebbe quindi tradurre come “lavoratori”, anche se ormai viene sovente utilizzato per indicare i cosiddetti “operai migranti”, i quali sono degli individui sradicati dalle proprie origini prettamente contadine, per ricollocarsi in degli enormi contesti industriali. Pertanto, quello qui proposto è stato un tentativo di raccontare le vicende di quei milioni di cinesi che, dalle campagne dell’interno della Nazione, si riversano nelle megalopoli costiere, dove la qualità della vita è nettamente migliore.

La storia parte da una zona periferica del Guangdong, per arrivare nel villaggio di Dimen, nella provincia di Guizhou, nel Sud-Ovest della Cina. Gli abitanti di Dimen appartengono all’etnia Dong, che possiede una lingua esclusivamente orale, cosa che li rende tanto coesi, quanto isolati nella Nazione. Infatti, non tutti i dialoghi presenti nel film sono stati tradotti, per via della difficoltà di riuscire a comprendere un idioma talmente radicato nel luogo in cui viene parlato, da risultare talora incomprensibile per la maggioranza dei cinesi, che appartiene all’etnia Han.

La pellicola narra le storie di questi contadini, soffermandosi sui loro volti, facendo di Mingong un piccolo viaggio nel tempo, dalla Cina di oggi a una che va celermente scomparendo. Si assiste così a un mosaico di facce, il quale rivela una storia inscindibile da quella del villaggio stesso. Voci ed espressioni, connotate perlopiù da parole in libertà, educate confessioni che appaiono quale un ritornello: partenza, soldi, figli, lavoro, fatica e tanta mancanza. L’unico conforto che resta a questa gente sta nel motto tenuto in vita dai vecchi: “Non importa dove andrai, sempre tornerai al tuo villaggio natale, sempre tornerai a Dimen”.

In vari nostri scritti abbiamo stigmatizzato questa Cina dal progresso disarmonico. Un tipo di sviluppo che richiede ormai nuove formule – cambiamenti effettivamente messi in atto dall’attuale e potentissimo Presidente Xi Jinping – e che vede in questi “migranti interni” la sua più profonda debolezza. In altre parole, il problema della Cina è il medesimo da secoli, non riuscire a non considerare il Popolo esclusivamente quale una “massa” informe. Eppure, i cinesi oggi viaggiano e non sono, allora, tanto inclini come in passato ad accettare qualsivoglia tipo di privazione in nome della causa. Il Celeste Impero, per tornare almeno in parte a essere tale, deve opporsi a quel grigiore tipico della Cina postmaoista, che trova nell’ottimo film di Jia Zhangke, Still Life (三峡好人, “Sānxiá hǎorén”, 2006), la sua tristemente perfetta rappresentazione.

Mingong non affronta però tali questioni e, alla fine, perché dovrebbe? Questa che potremmo definire una pellicola etnografica assolve al suo compito, il raccontare delle vicende umane che possono essere riassunte in due parole: “casa” e “mancanza”. Un detto del villaggio di Dimen parla dei “figli lasciati indietro”. Prima o poi la Cina dovrà porre rimedio al dolore silente di molti di questi figli, quelli dimenticati delle regioni più povere, i quali non anelano al lusso e al benessere in stile occidentale delle moderne metropoli, bensì solo a un’esistenza decente e in compagnia della propria famiglia. Il vero dramma dei “migranti interni” lo si comprende dalle lapidarie parole che un’anziana signora rivolge alla macchina da presa: “In ogni caso, non possono tornare”. Costruirsi la casa è l’unico traguardo della loro vita, un’abitazione in cui saranno presenti anche i genitori, nel rispetto della Pietà Filiale confuciana. Costoro non chiedono molto, tuttavia devono sacrificare gli anni migliori della propria esistenza per raggiungere un traguardo che in Occidente consideriamo minimo. Il documentario di Crudetti non fornisce perciò solo un interessante spaccato di una Cina meno conosciuta, ma specialmente l’ennesima dimostrazione che qualcosa deve cambiare in quel grande Paese e, a quanto pare, qualcosa sta forse cambiando: Mao è un ingombrante ricordo, mentre Confucio un vanto nazionale.