Robert Ervin Howard: oltre a Conan, “L’Ultimo Uomo Bianco”.

Robert Ervin Howard: oltre a Conan, “L’Ultimo Uomo Bianco”.

All’inizio degli anni Venti, mentre in Italia cominciava il ventennio fascista, negli Stati Uniti d’America saliva agli onori la stessa dello scrittore Robert Ervin Howard, nato nel 1906 nel Texas e famoso soprattutto per essere stato il “papà” di Conan il barbaro.

Con i suoi libri ci ha affascinato e fatto immergere in ambientazioni tipicamente indoeuropee. Prima di lasciarci prematuramente all’età di 30 anni, però, scriverà anche The Last White Man, tradotto in italiano con il titolo “L’ultimo bianco”, edito dalle edizioni di Ar. Howard, in questo racconto, ipotizza una guerra razziale mondiale vista dalla prospettiva dell’ultimo bianco rimasto in vita sulla terra, ultimo rappresentante della sua civiltà ormai decaduta, circondato da genti di diverse razze e destinato ad una disperata resistenza. In molti passi da lui descritti possiamo riscontrare una certa attualità in riferimento ai bianchi, che: “con la mente annebbiata scordarono tutto, tranne la ricerca ossessiva di piaceri estenuanti”. Oppure: “snervati e infiacchiti, oramai non si riproducevano più. Si decimavano in spietate guerre intestine, uomo bianco contro uomo bianco”.

Durante tutto lo svolgimento del racconto ci viene spiegato quali sono state le cause di questa spaventosa guerra mondiale, dove alla fine non ci saranno né vincitori né vinti. Perché non solo i bianchi verranno annientati, ma tutte le razze tranne quella nera, l’unica che rimarrà, finita la guerra, ad abitare la terra. In principio la guerra era stata guidata da un carismatico leader arabo, che aveva dato il via alla guerra contro l’Occidente. Successivamente, tale guerra si sarebbe estesa a macchia d’olio su scala mondiale.

Questo brevissimo quanto inteso racconto sull’infausto destino della civiltà occidentale ricorda, per la sua tragicità, “I Leoni morti” di Saint-Paulien edito dalle edizioni Ritter. Dopotutto, anche lui ci parla di una fine, quella del nazionalsocialismo, con la stessa intensità e pathos di Howard nel descrivere la fine della civiltà occidentale.

Il tema della fine del mondo bianco è destinato a ripercuotersi nel tempo. Infatti, negli anni ’70, uscirà in seguito in Francia, dalla penna di un sagace Jean Raspail, “Il campo dei santi” dove possiamo leggere: “Un fatto, però, mi sorprende oltremodo, ovvero che nessuno abbia sottolineato il rischio fondamentale che stiamo correndo: quello derivante dall’estrema vulnerabilità della razza bianca e del suo carattere tragicamente minoritario. Io sono bianco, bianco e occidentale. Noi siamo bianchi occidentali, che cosa rappresentiamo in totale? Settecento milioni di individui, concentrati principalmente in Europa, di fronte a parecchi miliardi di non-bianchi.” Questo perché anche Raspail tratterà il medesimo argomento di Howard, sotto forma di romanzo.

Dopo averlo letto possiamo dire con assoluta certezza, guardando i vari sviluppi geopolitici, le trasformazioni antropologiche e sociali e la piega intrapresa dall’Occidente dall’uscita di questo romanzo ad oggi che è un testo “profetico”, per aver anticipato con struggente lucidità gran parte degli eventi che stiamo vivendo noi, oggi, sulla nostra pelle.

A più di quarant’anni di distanza dall’uscita, l’eredità di Raspail la ritroviamo in “Guerriglia” di Laurent Obertone. Questo perché la scomparsa dell’uomo bianco, se per Howard era una lontana previsione e per Raspail un forte avvertimento, sfogliando le pagine del libro di Obertone, si deve tristemente ammettere che è diventata una realtà conclamata. In alcune città periferiche parigine i bianchi autoctoni sono diventati una minoranza nel loro stesso paese, e viceversa gli allogeni i nuovi residenti.

L’ultimo bianco di Howard, così come un soldato tedesco descritto da Saint-Paulien, sono il simbolo dell’estremo ultimo sacrificio,del martirio di un intero popolo. Esattamente come un vichingo oppure uno spartano che, trovandosi in inferiorità numerica, anziché scappare di fronte al nemico, si getta solo contro tutti. Lui non scappa, accetta in maniera del tutto volontaria il suo destino, che abbraccia seppur tragico, dato che lo condurrà alla morte. Questo suo sacrificio, dai toni nietzscheani di un “nichilismo attivo”, viene descritto da Howard in maniera solenne, quasi metafisico come una catarsi, una liberazione spirituale, per raggiungere il Valhalla da quanto è stato grande il suo gesto. Se Plutarco di Cheronea con la sua famosa frase “Pan è morto”, facendo riferimento al tramonto dell’Impero romano, e duemila anni dopo “il martellatore”, Nietzsche, dirà: “Dio è morto”, Howard ci parla di un’altra morte, quella delll’uomo bianco. Con la morte dell’ultimo bianco termina anche tutto il suo mondo e i suoi valori, che aveva creato nei secoli. Con esso svanisce anche la sua storia. Una storia iniziata secoli fa con le invasioni indoeuropee, passando per la civiltà Greco-Romana, Medievale, rinascimentale, e infine quella moderna della tecnica scientifica. A questo punto, c’è da chiedersi, è questo il destino in serbo per noi? A voi l’ardua sentenza.