La UE proroga l’uso del glifosato: cerchiamo di fare chiarezza

La UE proroga l’uso del glifosato: cerchiamo di fare chiarezza

Pochi giorni fa, i Paesi membri dell’UE, riuniti in Comitato d’appello, hanno votato, a larga maggioranza, il rinnovo dell’impiego del glifosato per altri 5 anni.

Per capirne di più, Ordine Futuro ha intervistato Federico Trotta, Responsabile del Dipartimento Agricoltura, Energia e Ambiente di Forza Nuova.

Federico, partiamo dal principio: come si sono svolte queste votazioni nei mesi precedenti e quali sono le reazioni nel mondo agricolo, specialmente da parte delle associazioni di categoria?

In Europa, la democrazia è morta – sempre che sia mai esistita – con il CETA, visto che è stato introdotto “in via provvisoria” in attesa delle decisioni dei singoli Parlamenti degli Stati membri. Col glifosato non è successa la stessa cosa, ma la regia è la solita. Nelle precedenti votazioni, la Germania si era sempre astenuta. Questa volta, invece, si è espressa favorevolmente ed il suo voto ha pesato sulla maggioranza che è risultata essere schiacciante – 18 favorevoli, 9 contrari (tra cui l’Italia) ed 1 astenuto, il Portogallo. Questo cambio di rotta della Germania è intuibile che possa essere dovuto alle trattative di fusione tra il gruppo Bayer e la Monsanto – multinazionale detentrice del brevetto del glifosato fino al 2001. Chiaramente, alcune associazioni di categoria – quali, ad esempio, Confagricoltura e CIA – che fanno parte del Sistema, plaudono a questo tipo di scelta: non ne siamo certamente sbigottiti.

Quali sono gli impatti del Glifosato sulla salute?

Come accade per ogni cosa, si fa a gara a trovare l’istituzione (o la fonte) più autorevole per cercare di dare ragione alle proprie convinzioni. Cerchiamo di fare chiarezza: molte agenzie dicono che sia dannoso per la salute, o comunque che sia sospettato di essere cancerogeno; quest’ultima convinzione proviene, per esempio, dall’IARC – l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Diversamente, altre non sono dello stesso parere; per esempio l’EFSA – l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – considera il glifosato come un prodotto non dannoso, visti anche i pochi residui che si possono ritrovare negli alimenti. Non è, quindi, facile fare chiarezza, ma un ragionamento possiamo farlo: innanzitutto, se i residui negli alimenti sono “pochi”, bisogna ricordare che i regolamenti variano, specialmente in relazione al fatto che – grazie al sopracitato CETA – ci troveremo prodotti canadesi, quali ad esempio il grano, che vengono trattati anche col glifosato, ed in maniera pesante; quindi, forse, bisognerebbe rivedere i parametri. Secondariamente, la logica dovrebbe imporre che se un prodotto è sospettato di essere cancerogeno – o, comunque, pericoloso per la salute – andrebbe testato bene prima di immetterlo sul mercato, per essere sicuri che sia innocuo. D’altra parte, l’americanismo ci impone prima di consumare un prodotto e poi, se fa male, si vedrà di trovare una soluzione (e – magari – chi crea il problema è lo stesso che darà questa soluzione).

Per l’agricoltura italiana cambierà qualcosa? Ma soprattutto: credi che il glifosato possa servire al nostro comparto agricolo?

Allo stato attuale delle cose, a meno che il Governo non si inventi una delle sue, per noi cambia poco. In Italia, almeno ad oggi, resta il divieto di usare il glifosato – che è un erbicida – nelle zone in cui sono presenti bambini (parchi, campi sportivi, ecc…), ma anche in campagna nel periodo precedente alla raccolta; questo perché le sementi attualmente impiegate in Italia, non essendo OGM, non potrebbero resistere al glifosato. Il problema, come detto in precedenza, riguarda i prodotti provenienti dai Paesi esteri, per esempio dal Canada. Ad oggi, non mi risulta che siano state prese delle norme coerenti in questo senso, per cui, dal nostro punto di vista, in questo momento cambia poco: nonostante qualcosa di buono, seppur troppo poco, siamo riusciti a fare, siamo in totale balia della UE; ma questo, evidentemente, vale per tutti gli ambiti relativi alla politica! Infine, personalmente, non ritengo che possa essere utile nella nostra agricoltura – così come tanti altri prodotti chimici – per un semplice motivo: il “made in Italy” è da sempre sinonimo di qualità e non di quantità. L’impiego di prodotti chimici – piuttosto che di OGM – serve a creare prodotti di quantità, snaturando proprio il concetto di “made in Italy”. D’altra parte, si consideri una cosa: oggi sono i prodotti biologici ad avere un marchio. Sebbene nell’agricoltura biologica i concimi (non di sintesi chimica, i quali sono ammessi solo in casi straordinari) siano permessi, si va a marchiare quei prodotti che sono del tutto (o quasi) prodotti naturalmente, invece di quelli in cui si impiegano – più o meno pesantemente – prodotti chimici. D’altra parte, anche l’iscrizione al registro del biologico ha un costo…