Buon Natale a noi

Buon Natale a noi

“Nulla di più indegno e detestabile e meritevole di maggior castigo che, vedendo Dio fatto Bambino, l’uomo continui a esaltarsi sopra la terra! Che un piccolo verme si gonfi e si glorifichi, per scalzare la maestà di Dio, è insolenza insopportabile” (San Bernardo di Chiaravalle: “In Nativitate Domini”, Sermo I,1).

Voglio essere più medioevale che mai in questi ultimi giorni d’Avvento, non voglio mettere alcun freno al mio oscurantismo, perché la cifra stessa della mia inevitabile modernità lo esige, in quella che è una sorta di compensazione salutare.

Pur senza nulla togliere alle mie tante colpe personali, voglio, per ciò, sciogliere un’invettiva contro i corifei di quest’epoca – cieca perché perversa – criminale; un tempo in cui l’uomo continua a perseguire la detronizzazione di Dio con il ghigno insolente di chi crede di poter trionfare contro ogni normalità.

Alle immagini delle sorridenti – o piangenti di gioia per nuove, mortifere vittorie – Arpie – le Cirinnà, le Bonino, le Boldrini, le Scalfarotte – voglio contrapporre le furiose Erinni, ché si scaglino nella giusta vendetta contro chi colpisce la famiglia e i parenti, perché questo significa detronizzare, scalzare la maestà di Dio.

All’istantanea del monacale, laico e grigio profilo di un Minniti – che dovrebbe difendere un territorio sacro e, invece, scava trincee a difesa della sua piccolissima patria, che è la Repubblica saccente e giacobina – voglio opporre l’immagine di quel senso di autentica giustizia che, quando è violentato, si scaglia contro chi, per di più in nome della giustizia stessa, toglie le case ai parenti per consegnarle ai lontani, per poi per di più, senza merito né vergogna, indossare i panni della giustizia e privare della libertà quegli uomini e quelle donne che, animati da uno spirito genuino di legittimità, volevano impedire il compiersi di un’ennesima ingiustizia.

Chi altera la tela della verità, dipingendo armi nelle mani vuote dei disarmati, e volta lo sguardo in direzione dell’angolo opposto a quello in cui si spara veramente, non merita che un profondo disprezzo. Il medesimo disprezzo che deve colpire chi chiama pietà la spietatezza e morte la vita, uomo la donna e la donna uomo, padre la madre e madre il padre.

Quale insolenza è più grave dell’insolenza del potere? «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto»; la passione a cui i piccoli sono sottoposti anche in prossimità del Natale possa alimentare in loro, in noi, e in chi con loro patisce, quell’umiltà che prelude alla resurrezione, che è, essa pure, una nascita, trionfante come quella con cui termina l’attesa dell’Avvento.

È certo che questa famiglia di piccoli non si gonfierà fino a scoppiare, perché sorretta, seppure imperfettamente, com’è inevitabile, dall’amore; quando, invece, si gonfiano sempre più quei “piccoli vermi” che hanno in odio Dio e quel popolo che dovrebbero difendere.

Ci esenta l’essere nel giusto dal crescere fino a diventare bambini? Tutt’altro, ci sprona ad esserlo sempre di più; in ginocchio davanti alla mangiatoia che ospita quel Re Bambino – che in tanti moderni presepi è stato sostituito da soggetti estranei e blasfemi, spesso ad opera dei suoi stessi, indegni sacerdoti – la cui maestà non potrà mai soccombere. La maestà che si fa piccola ci spinga all’imitazione, la rana che si gonfia non diventa un bue.

Lucidiamo le armature e vegliamo, in vista di ogni battaglia, vicina o lontana che sia; l’umiltà del guerriero preluda al suo trionfo, la vanagloria del nemico all’inevitabile sconfitta. Estote parati, buon Natale a noi.