Il Re al Pantheon

Il Re al Pantheon

Ha suscitato polemiche il rientro in Italia, presso il santuario piemontese di Vicoforte, da Alessandria d’Egitto, della salma di Vittorio Emanuele III; nella povertà dell’Italia odierna, difficilmente ci saremmo aspettati qualcosa di diverso.

Nel clima storiofobo di questi tempi – vuoi che la storiofobia assuma le forme di una legge Fiano volta a  cancellare vent’anni di storia italiana, o quella di una pestilenza iconoclasta sognante di gettare nella polvere indifferentemente statue e ricordi di un Cristoforo Colombo, di un Cecil Rhodes o di un Generale Robert E. Lee – c’era da aspettarselo che il Re che coabitò col fascismo, per quanto morto e inerte, venisse additato come pericoloso nemico della cosa pubblica.

Sia chiaro, questo non è un appello monarchico e tanto meno un panegirico di Casa Savoia o della persona di Vittorio Emanuele III. Tanto verso Casa Savoia che verso Vittorio Emanuele avremmo anche noi le nostre rimostranze. Basti pensare alla vergognosa fuga in macchina verso le linee nemiche dell’8 settembre, la firma di una resa senza condizioni in tradimento dell’alleato d’arme, l’abbandono precipitoso della capitale d’Italia, lo sfacelo di un esercito lasciato senza ordini. Basta questo a farci giudicare negativamente l’operato come Capo di Stato di Vittorio Emanuele III.

Più in generale, estendendo la vista sull’ultimo secolo di dominio di Casa Savoia sull’Italia, non possiamo non constatare che questa antica casa regnante abbia ricoperto ruoli molto discutibili nel corso della nostra storia. Dall’aver guidato un Risorgimento che per molti frangenti non fu che conquista e sottomissione forzata di una parte d’Italia ad un’altra, all’avervi diffuso, in tutta Italia, l’ideologia liberale e aver sostenuto con forza e per decenni governi di stampo schiettamente massonico, fino al tradimento della Triplice Alleanza, sono sicuramente molti i capi di accusa che si possono rivolgere a questa dinastia.

Capi d’accusa che, come visto, possono esserle rivolti sia da “destra” che da “sinistra”. Vittorio Emanuele, può essere rimproverato-elogiato d’esser stato l’uomo che mise Mussolini al governo, come d’esser stato l’uomo che fece arrestare Mussolini da parte dei Carabinieri.

Tuttavia che si giudichi la monarchia in generale e la vicenda particolare della monarchia sabauda in un modo o nell’altro, resta un fatto, un fatto principe, di per sé stesso ineludibile. Vittorio Emanuele III è stato Re d’Italia, Re di una sola Italia sono stati suo padre Umberto e suo nonno Vittorio Emanuele II, Re d’Italia è stato, seppur per breve periodo, suo figlio Umberto II.

Re, ossia colui regge, in questo caso che regge una nazione, la nostra Italia. Che si ami o che si odi la monarchia e che si disprezzi o si apprezzi l’operato di questi quattro uomini, resta che l’Italia sia stata, nella propria storia, retta da essi sotto la forma di monarchia.

Stupisce quindi la piccolezza spirituale di una Virginia Raggi, che all’idea di un trasferimento della salma di Vittorio Emanuele III al Pantheon di Roma, dove già riposano suo padre e suo nonno, risponda sdegnosamente “fortunatamente la monarchia fa parte del passato” come se una tumulazione significasse un riportare in auge quell’istituto e quella dinastia.

Una nazione che si rispetti non ha paura della propria storia, né tantomeno ha disprezzo di essa. Una nazione che si rispetti ha, quantomeno per istinto di autoconservazione, il senso di continuità di sé stessa.

L’Italia esisteva prima dell’unificazione sabauda, ed è continuata a vivere sotto Casa Savoia – inclusi i vent’anni in cui Benito Mussolini ha ricoperto la carica di Capo del Governo – è vissuta, seppur tragicamente negli anni della guerra civile e, in un modo o nell’altro, sopravvive sotto le vesti della Repubblica democratica. 

Il rifiuto della Raggi, condiviso dalla grancassa dell’élite pseudoculturale di questa nazione, di accogliere la salma del Re a Roma in nome della fedeltà alla Repubblica non fa che manifestare quella sorprendente povertà ideale per la quale si dovrebbe confondere l’Italia con la Repubblica del 1946. 

Come non crediamo che l’Italia sia nata nel 1861 per opera dei Savoia, non crediamo che essa sia morta nel 1922 (o nel 1943, a seconda dei punti di vista), per poi risorgere miracolosamente nel 1946. Ci piacerebbe insomma vivere in una nazione fiera di sé stessa, che sappia onorare i propri padri, al di là dei meriti oggettivi degli stessi.

Un esempio ci può venire dalla Russia, in cui la Chiesa Ortodossa ha canonizzato la famiglia Romanov, caduta sotto il piombo bolscevico delle guardie rosse, le cui salme oggi sono periodicamente riverite dalle massime autorità che risiedono al Cremlino. Quelle stesse autorità che, ogni 9 maggio, celebrando la vittoria russa della seconda guerra mondiale, fanno sfilare sulla piazza rossa accanto ai simboli della Russia di oggi i gagliardetti con falce e martello della Russia di ieri.

Evidentemente, al Cremlino di oggi, diversamente da quanto accade a Roma, ci si rende conto che per patriottismo si può onorare uno Zar defunto come il milite ignoto dell’Armata Rossa.

Il quarto comandamento dato dal Signore a Mosè sul Sinai, in fondo, non recita “onora il padre buono e la madre buona”, ma solamente “onora il padre e la madre”. Si onorano anche i padri disgraziati e la madri snaturate, per il solo fatto di aver quel legame genitoriale che ci rende loro eternamente debitori.

Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III e Umberto II sono stati tutti e quattro Re d’Italia, cioè, in un certo senso, padri della patria, padri della nostra storia.

Possiamo criticarli e condannarli, ma non mancare d’onorarli.