Un primo commento sull’impegno dei nostri militari in Niger

Un primo commento sull’impegno dei nostri militari in Niger

E’ ancora presto per capire quale compito sarà assegnato ai nostri soldati chiamati a schierarsi in Niger, lungo la fascia di confine con la Libia, ma, visto che siamo inseriti in seno ad un’alleanza europea costituitasi alla bisogna (dare supporto ai 5 paesi sahelo-sahariani – Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad – nel contrasto ai gruppi jihadisti nel Sahel), mi arrischio a immaginare che il comando dell’operazione resterà ai francesi, già schierati nel Sahel da 4 anni con l’operazione “Berkhane” (nome evocativo, perché Berkhane era la la località del deserto algerino dove i francesi avevano installato il loro poligono atomico).

Buon per Parigi, che così manterrà una tradizionale primazia in quell’area e si troverà nella comoda situazione di poter alleggerire l’impegno delle sue FF.AA. e contenere la spesa.

A quanto mi sembra di capire, l’obiettivo principale del nostro governo è quello di fermare i flussi migratori clandestini (leggo dalla stampa: “Il nostro obiettivo è stabilizzare un’area che è fondamentale per il flusso sempre maggiore di esseri umani e nella lotta al terrorismo”).

Basta conoscere un minimo la regione o consultare una carta geografica per rendersi conto che è velleitario pretendere di contrastare i flussi migratori  provenienti dall’Africa sub-sahariana sorvegliando solo il confine Niger-Libia, perché i migranti muovono in piccoli gruppi diradati seguendo dei passatori (quindi per antonomasia profondi conoscitori del territorio in cui si muovono), i quali possono contare sulla complicità di tutta una popolazione che lucra su tale fenomeno; non ci vuole nulla a by-passare quella regione.

Inoltre, non bisogna essere dei fini strateghi per prevedere che la presenza di un contingente in quell’area sortirà l’effetto di attivare e attirare proprio lì i vari gruppi jihadisti dormienti  presenti nel Sahelo-Sahara (AQMI, gruppi Ansar, GSPC, etc), che da un po’ di tempo languono tra sud di Libia, Tunisia e Algeria e nord del Mali, al traino delle numerose bande di contrabbando e preda che muovono in quell’area e con le quali hanno stabilito rapporti di parentela attraverso matrimoni e di complicità tramite azioni predatorie comuni.

E non bisogna nemmeno essere degli esperti tattici per immaginare che i gruppi jihadisti si faranno un vanto di compiere attentati in ambiente urbano (penso alla capitale del Niger e alla città di Agadez) e azioni di guerriglia ai danni del contingente, con imboscate e posa di IED lungo rotabili e direttrici percorse dai nostri militari.

Ma torniamo all’obbiettivo primario della missione, ossia l’interruzione del flusso migratorio; stante l’impossibilità di controllare le infinite rotte del deserto che i migranti percorrono al seguito di passatori esperti e collaudati, appare evidente che il metodo cartesianamente più adeguato alla bisogna rimane il blocco navale, l’unico in grado di dare garanzie di riuscita perché:

  • le zone di imbarco e partenza per l’attraversata del Mediterraneo sono più o meno tutte note (dove invece nulla si sa delle zone di assembramento e partenza dall’Africa sub sahariana per attraversare il deserto e giungere a quelle zone di imbarco), pertanto l’efficacia del blocco sarà elevatissima;
  • a fronte di un elevato numero di abortite partenze di gommoni, il migrante saprà da chi l’ha preceduto che appena lasciato il bagnasciuga è stato intercettato da una nave militare che l’ha costretto a fare dietrofront e non riterrà più remunerativo intraprendere il «pasagium» sahelo-sahariano, dispendioso, faticoso, lungo e pericoloso, e per di più con nulle o scarsissime possibilità di andare a buon fine.

Quanto alla stabilizzazione di quell’area, non é un contingente militare di alcune centinaia di uomini che potrà risolvere problematiche ormai sclerotizzate dallo scontro tra  usi, consuetudini e costumi locali con ingerenze occidentali spesso indebite.