Tratti della civiltà bolscevica (2)

Tratti della civiltà bolscevica (2)

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Il termine bolscevico nasce semplicemente per indicare coloro che, nelle votazioni del II Congresso del  Partito Operaio Socialdemocratico Russo, tenutosi in clandestinità tra Bruxelles e Londra nel 1903, appoggiarono le posizioni di Lenin: in russo, infatti, il significato della parola bolscevico significa “appartenente alla maggioranza”; è contrapposto a menscevico, cioè “appartenente alla minoranza”.

L’uso corrente del termine, però, è completamente staccato dal significato etimologico (come del resto fascista non fa certo pensare ad “appartenente ad una unione (fascio) politica o sindacale” – si pensi ai Fasci siciliani dei lavoratori, un movimento di ispirazione socialista sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1894, in cui il termine fascio indicava, appunto, null’altro che l’unione degli aderenti).

Se, dal punto di vista storico, il termine bolscevismo continua ad indicare la corrente maggioritaria e quindi prevalente di quello che sarebbe divenuto il PCUS (quindi, il leninismo e lo stalinismo), normalmente esso è utilizzato in maniera critica, per definire un «comunista rivoluzionario e intransigente» (Treccani) e in ogni caso viene associato allo stalinismo e quindi alla brutalità del “terrore rosso”.

Fatto curioso che il termine che dovrebbe indicare uomini e metodi del leninismo venga impiegato per indicare uomini e metodi dello stalinismo. Infatti, lo stesso Lenin disprezzava Stalin, che considerava «troppo rozzo», e consigliò il Comitato Centrale di sostituire il georgiano con qualcuno che fosse «più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc.» (la citazione è tratta dal cosiddetto Testamento di Lenin – “aggiunta del 24 dicembre 1922” – scritto quando un ictus gli impedì di reggere il partito). Il timore di Lenin, ovviamente, non era per le scarse capacità diplomatiche di Stalin o per la sua barbarie, ma esclusivamente perché vedeva nel suo conflitto con Trockij un possibile pericolo di scissione. Questa evenienza fu risolta – ancor vivo Lenin, che sarebbe morto nel 1924 – con l’eliminazione fisica degli oppositori interni, prassi che sarebbe continuata negli anni a venire, Trockij compreso, fatto assassinare nel 1940 (donde la celebre battuta negli ambienti di Destra: «Il nostro miglior combattente è stato Stalin: nessuno ha ucciso più comunisti di lui!»).

Naturale, allora, che l’aggettivo bolscevico fosse utilizzato più facilmente per indicare un fanatico comunista (quello che bonariamente Giannino Guareschi definiva “trinariciuto”), piuttosto che un semplice appartenente alla corrente maggioritaria del PCUS. Ed ecco perché, già negli anni Venti, un raffinato studioso come Spengler usava il termine come sinonimo di comunismo più brutale, definendo quella bolscevica «la rivoluzione della Storia mondiale più stupida e vile, senza onore e idee» (Il tramonto dell’Occidente, Guanda, Milano 1978, p. XIII), equiparandola al buddhismo ed allo stoicismo in quanto forme di nichilismo distruttrici delle civiltà in cui erano rispettivamente nate (quella orientale, quella classica e quella occidentale): «Ogni civiltà ha dunque un suo modo di estinguersi spiritualmente, modo ben determinato, risultante secondo necessità del carattere di tutta la sua vita. Il buddhismo, lo stoicismo e il socialismo sono, morfologicamente, fenomeni conclusivi di egual valore». Conclusivi nel senso etimologico: che portano a conclusione il ciclo, la “civiltà” in cui operano e da cui derivano.

Infatti, sostenendo che «anche la ghigliottina è una figlia legittima di Versailles» (Tramonto, cit., p. 936) – cioè che il Terrore nasce dalla rivoluzione, figlia dell’Illuminismo, che a sua volta nasce dalla degenerazione del ruolo dell’aristocrazia, tolta ai suoi doveri di governo fuedale per diventare elegante tappezzeria alla corte del Re Sole – Spengler vede nel parlamentarismo di fine Ottocento e di inizio Novecento (l’epoca in cui viveva) null’altro che «una continuazione della rivoluzione borghese con altri mezzi» (citando ironicamente Carl von Clausewitz, che nel suo celebre Della guerra aveva sostenuto che la guerra era la «prosecuzione della politica con altri mezzi»). Scrive Spengler: «Di fatto ogni lotta elettorale moderna è una guerra civile condotta con schede e con tutti i mezzi di sobillamento offerti dall’oratoria e dalla stampa, ed ogni grande capo-partito è una specie di Napoleone borghese. Questa forma, fatta per durare, che appartiene esclusivamente alla civiltà occidentale e che in ogni altra civiltà sarebbe stata assurda e impossibile, rivela di nuovo una tendenza verso l’infinito, una predeterminazione storica, una preoccupazione e una volontà di organizzare il lontano futuro secondo i princìpi borghesi del presente» (ivi, p. 1271).

Predisposto ad una visione negativa del futuro (e, nella sua Weltanschauung, non sarebbe potuto essere diversamente), Spengler poteva dunque prevedere l’avvento del bolscevismo a sostituire le traballanti democrazie parlamentari.

Apparentemente, i fatti sembrano avergli dato torto: se intendiamo il bolscevismo in senso stretto (comunismo leninista, ovvero marxismo-leninismo) ed il parlamentarismo come demoplutocrazia (per usare un’espressione passata di moda, ma non certo di valore), si direbbe che la seconda ha ampiamente sconfitto il primo. Il trionfo della tecnocrazia di impronta liberista sembra trionfare. Il mondo politico dipende dai mercati finanziari e le oscillazioni della valuta, del petrolio o del più intangibile “spread” fanno crollare i governi… Solo trent’anni fa non era (o non sembrava) (1) così, ma in fondo già allora si confrontavano due visioni del mondo, entrambe di matrice economicista: da una parte il liberismo occidentale, cioè, per somma sintesi, la teoria del laissez faire; e dall’altra il marxismo sovietico, vale a dire una teoria che pone proprio l’economia al centro della vita (la struttura) e intorno alla quale ruota e dipende tutto il resto (la sovrastruttura), dalla religiosità alla cultura: in una parola, il mondo degli ideali subordinati all’economia per i marxisti, come per i liberali la politica era anch’essa subordinata all’economia. Evola avrebbe sintetizzato le due visioni nel motto: demonìa dell’economia.

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Tornando al concetto di bolscevismo, Spengler afferma che esso «non è l’antitesi del Petrinismo [cioè del tentativo di occidentalizzare la Russia, ndr], ma la sua estrema conseguenza, l’estremo degradarsi di ciò che è metafisico in ciò che è sociale, e proprio per questo esso altro non costituisce se non una nuova forma della pseudomorfosi. […]. I bolscevichi non sono il popolo, anzi non sono nemmeno una parte di esso. Essi sono lo strato più basso della “società”, strato straniero ed occidentalizzante al pari di essa, ma da essa non riconosciuto epperò animato dall’odio proprio di chi è inferiore» (Tramonto, cit., p. 938).

Animati da bassi istinti di invidia, di vendetta, di spoliazione altrui ed arricchimento proprio, portano un abbassamento anche nelle cosiddette élites: «Per gli uomini del modo politico vi è il pericolo che il loro volere e il loro pensare si distolgano dai compiti storici e si degradino in cura per assicurarsi un certo alto livello di vita privata. Allora il nobile dà luogo al cavaliere-predone; allora appaiono i noti tipi di principi, di ministri, di capi-popolo e di eroi rivoluzionari la cui unica preoccupazione è assicurarsi la possibilità di condurre una vita dissoluta e di accumulare enormi ricchezze – fra Versailles e il Club dei Giacobini, fra gli imprenditori e i capi proletari, fra i governatori dell’antica Russia e i bolscevichi corre, a tale riguardo, ben poca differenza – e nella democrazia matura la politica degli “arrivati” non solo si identifica all’affare ma anche alle più sporche specie di speculazione da grande città» (Tramonto, p. 1355).

La visione di Spengler quindi può essere intesa come un progressivo imbarbarimento, come una perdita costante di valori: pensiamo alla dittatura del relativismo, al pensiero “debole” a cui – peraltro – si affianca una repressione “forte”, che demonizza, mettendoli nello stesso calderone, tutti i tipi di pensiero controcorrente o tradizionale, dal rifiuto della democrazia (immediatamente bollato come neo-fascismo) alla difesa della famiglia tradizionale contro il gender.

Nasce così un nuovo tipo di bolscevismo, non legato alla maggioranza nei congressi comunisti di inizio Novecento e neppure alla dittatura stalinista o agli ammiratori (ne esistono tuttora, ahimè) dell’una e dell’altra. È un “bolscevismo dello spirito”, espressione della feccia dell’umanità, frutto di un livellamento verso il basso causato anche dalla “retorica degli ultimi” che è stata contrapposta, nel secondo dopoguerra, alla cultura dell’eroismo che aveva sostanzialmente caratterizzato la nostra civiltà in tutti i settori, da quello militare a quello sportivo, da quello scientifico a quello religioso. Gli esempi eroici da additare alle nuove generazioni, fossero di guerrieri o di santi, sono stati accantonati e sostituiti da un più rassicurante tipo di “mediocre senza spina dorsale”, il Tersite di cui parlava Spengler; una figura, quella del vile personaggio omerico, rassicurante per chi deve uniformarsi – perché è più facile imitare Tersite che Achille – e preferita da chi deve dominare – perché è più semplice tenere a bada una massa di imbelli che un manipolo di coraggiosi!

«Un popolo di poeti di artisti di eroi | di santi di pensatori di scienziati | di navigatori di trasmigratori» si diceva un tempo, quando si sognava di civilizzare l’Africa: ora si desidera essere un popolo di calciatori, di veline e di partecipanti al “Grande Fratello” e la massima aspirazione di molti giovani è quella di pettinarsi come un mohicano, tatuarsi come un maori e assumere l’abito – nel duplice senso di vesti e di movenze – di uno spacciatore afro-americano…

Ecco l’avvento del “bolscevismo dello spirito”, limite estremo indubbio di una decadenza che un secolo fa era limitata agli atteggiamenti elitari di un d’Annunzio ed ai nostri tempi è dilagata nel comportamento, sempre più da selvaggio – o da bolscevico – della persona media.

Note

(1) Una personale reminiscenza radiofonica, peraltro riscontrabile con una ricerca negli archivi della Rai: negli anni Ottanta del Novecento la terza rete radiofonica italiana – allora espressione di grande cultura – limitava le informazioni sull’economia ad un’unica intervista settimanale a uno studioso il venerdì sera al Gr3 delle 18.45, al termine della chiusura di Piazza Affari. Con il tempo le informazioni sono state sempre più frequenti, inducendo l’ascoltatore medio a prendere confidenza con la borsa ed un sempre maggiore numero di persone ad investire in titoli azionari, mentre un tempo l’investitore medio si limitava ai titoli di Stato.