La grande distribuzione, il cancro della piccola impresa

La grande distribuzione, il cancro della piccola impresa

E’ di non troppi anni fa il ricordo delle piccole botteghe e negozi presenti in ogni centro abitato d’Italia: c’era il barbiere, il salumiere, la merceria – ove trovavi ogni tipo di prodotto – la salumeria, il pescivendolo ed il fruttivendolo.

Mi ci rivedo ancora, piccolo, mano nella mano con mia madre, a “fare la spesa”.

Si faceva il giro delle bottegucce, c’era sempre un sorriso, un giovane garzone – che imparava il mestiere e che di lì a qualche anno avrebbe aperto il suo negozio – e soprattutto c’era un tessuto sociale sano.

Ogni negoziante o artigiano, infatti, aveva la sua attività indipendente e, fra una chiacchiera ed un commento, costruiva l’economia di un centro abitato. Se è vero infatti che un prodotto poteva costare leggermente di più, l’economia si auto-sosteneva in loco. Al contrario dei grossi centri commerciali, infatti, la ricchezza che si sviluppava e che finiva nella piccola impresa rimaneva sul posto, aumentando il benessere della comunità.

Il salumiere infatti spendeva i suoi soldi dal fruttivendolo, che poi li spendeva in merceria e dal salumiere stesso, che poi li rispendeva di nuovo in merceria e dal barbiere, che pagavano lo stipendio ai loro garzoni che poi avrebbero aperto la loro bottega, e così via.

Negli ultimi anni, però, c’è stato uno sviluppo totalmente sregolato dei grandi centri commerciali che, a discapito delle economie locali, sono cresciuti mostruosamente grazie ai loro prezzi vantaggiosi, causando, de facto, il fallimento di molte delle attività commerciali presenti sul territorio.

Eppure si potrebbe ribattere che questi grandi centri assumono gente. E’ vero, ma a quali condizioni? C’è davvero un vantaggio economico complessivo da questa evoluzione? 

Multinazionali del commercio vs. reperibilità locale delle materie prime: se è vero infatti che i grossi centri commerciali assumono personale, è altrettanto vero che i piccoli negozianti premiavano i fornitori locali. La grande distribuzione, infatti, tende ad acquistare i prodotti dove costano meno, ma il costare meno determina l’acquisto dei prodotti altrove, penalizzando di fatto anche il settore primario di ogni comunità e causando l’impoverimento – se non il fallimento – di realtà altrimenti solide e produttive.

Ricchezza delocalizzata: se è vero infatti che la grande distribuzione, fagocitando ogni altra attività commerciale, genera un grosso passaggio di ricchezza, è vero anche che questa ricchezza sparisce dalla realtà locale. Grossi guadagni, e quindi grandi risorse vengono accumulate da pochi soggetti – che non vivono la comunità – creando un importante impoverimento delle realtà locali.

Turismo: perde ogni senso anche il turismo; se infatti prima il mercato locale riceveva nuove risorse dalle comunità esterne, con l’attuale sistema le nuove risorse economiche vengono assorbite da un sistema esterno alla comunità.

Dunque, se è vero che con il centro commerciale si creano posti di lavoro, è pur vero che la ricchezza indotta nella comunità è data dalle briciole, briciole che poi saranno riassorbite dai grossi centri commerciali stessi, che si pongono come unica alternativa nel locale per gli acquisti. In parole povere: ci sono meno soldi, non posso più spendere nel negozietto sotto casa, vado al centro commerciale.

Nel frattempo, un settore primario a pezzi è costretto al fallimento, portando alla fame numerose famiglie, che non avendo più risorse non produrranno più ricchezza. Le cooperative – moderni latifondi – assumeranno stranieri per risparmiare sulla manodopera e per poter a loro volta offrire prodotti a basso costo ai centri commerciali, affinché possano continuare a far fallire l’impresa italiana ed il settore primario stesso.

In nome del risparmio e della modernità si è creato il nuovo schiavismo; non esistono più la chiacchiera e il sorriso, non esiste più la madre che porta il figlio mano nella mano a far la spesa, esistono solo consumatori compulsivi e dipendenti che non avranno mai il sogno e la libertà di immaginare un futuro da uomini liberi.