La crisi economica è finita: ne siete davvero sicuri?

La crisi economica è finita: ne siete davvero sicuri?

Capita tutti i giorni di sentire in tv come l’Italia sia uscita dalla crisi e che c’è la ripresa! Ma è vero? Vediamo alcuni dati presi dal sito del DIPE (cioè del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica) e dal sito di finanza Trading Economics, che raccoglie ed aggiorna costantemente i dati dei più importanti istituti di statistica di tutte le nazioni.

 

La prima immagine è relativa al numero totale di persone disoccupate; come si può notare, l’andamento è tutt’altro che positivo, anzi il picco di disoccupazione è stato registrato proprio durante il governo Renzi.

 

 

La seconda immagine è relativa alla disoccupazione a lungo termine, persone senza lavoro da un anno o più, e l’andamento è ancora più drammatico rispetto al precedente.

Nell’immagine successiva invece (presa dal Dipe, mentre le precedenti erano prese da TradingEconomics) è mostrato il PIL su base trimestrale. Da come si può vedere, siamo nettamente lontani dai valori pre-crisi, quando il PIL trimestrale era maggiore di 25 miliardi rispetto ad ora. Come mai tuttavia questo leggero miglioramento? E’ veramente sintomo di creazione di maggiore benessere per la popolazione? Tenete bene a mente il dato precedente della disoccupazione per capire come a maggiore PIL non corrisponda affatto necessariamente più lavoro e ricchezza per i residenti. Per quanto riguarda la produzione industriale, i risultati sono altrettanto deludenti; dopo il 2015 si assiste ad una insignificante ripresa, che non è assolutamente sufficiente per parlare di un “andamento positivo” dato il tonfo realizzato a seguito della crisi economica del 2008 e quello avvenuto con il governo del “salvatore” Mario Monti.

Un PIL che aumenta non significa che la maggior parte della popolazione sia diventata più benestante, così come una maggiore occupazione non significa che siamo tutti più ricchi, perché questo dato non considera i lavori precari, di poche ore e mal retribuiti. Vediamo infatti nel grafico successivo che la percentuale delle famiglie povere presenta un andamento nettamente ascendente e ciò vale addirittura per il “ricco” nord Italia.

Il grafico di cui sopra rappresenta l’andamento della cosiddetta povertà relativa, che si differenzia dalla povertà assoluta in quanto si basa su una soglia di valore di spesa per consumi che varia solo in base al numero dei componenti di un nucleo famigliare e non è differenziata per regione geografica, dimensione del comune di residenza o età dei componenti del nucleo. Vediamo che nel tempo, senza ombra di dubbio, si verifica un sostanziale aumento della povertà.

Tirando le somme, abbiamo visto che la situazione dell’economia italiana è tutt’altro che felice. Da dove deriva allora questo rialzo del PIL? Dalla domanda estera. Dato che la domanda interna è quasi ferma (causa riduzione del deficit), l’unico modo di far aumentare il PIL in questa situazione è vendere all’estero. L’Italia lo ha fatto, vendendo a basso prezzo all’estero, ma come fare a essere competivi all’estero se non è possibile svalutare la moneta? Semplice, svalutando il lavoro tramite la distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, che spingono i loro salari al ribasso.

Ecco, infine, una dimostrazione grafica dell’evoluzione del reddito procapite.

Non fidatevi dei media, che vi faranno amare i carnefici e odiare le vittime.