Mediaset condannata per la “bufala” sui musulmani di Pioltello. Ma che il radicalismo sia diffuso è un dato di fatto

Mediaset condannata per la “bufala” sui musulmani di Pioltello. Ma che il radicalismo sia diffuso è un dato di fatto

Alcuni giornalisti di Mediaset sono stati rinviati a giudizio per aver divulgato una «bufala»; ossia, avevano dato notizia che, in un bar del milanese, un gruppo di nordafricani musulmani aveva brindato alla notizia dell’attentato occorso a Manchester durante un concerto.

Trattandosi di «bufala» (o, come la vulgata corretta vuole, di «fake news») è giusto che la magistratura intervenga a ristabilire la verità e, aggiungo io, andrebbe rispolverato il sano buonsenso dei nostri nonni, quello che permetteva loro di non abboccare come lucci all’amo delle numerose bufale, per capire che pur insistendo un rischio attinente all’islamismo militante e jihadista, non tutti i musulmani sono islamisti e jihadisti, anzi, molti di loro, come noi, sono le vittime predestinate di quella degenerazione dell’Islam che è l’islamismo.

Tuttavia, proprio in ossequio a quel buonsenso, non possiamo non chiederci cosa pensino i musulmani, soprattutto quelli nostrani (probabili destinatari dello ius soli), dell’attuale situazione caratterizzata sia dalla presenza di una comunità islamica dal profilo integralista che chiede una maggior incisività sulla società, sia da un’incombente minaccia proveniente dall’internazionale jihadista.

Ebbene, prima di tutto è necessario evidenziare che non è così scontato riuscire ad avere una chiara conoscenza di quel che pensano e dicono circa la militanza e il jihadismo. Non è chiaro quel che pensano e dicono gli organi di comunicazione ufficiale del mondo arabo – perché spesso quel che dichiarano ai media «europofoni» (passatemi l’ardito neologismo) è quasi sempre invertito rispetto a quel che dichiarano ai media «arabofoni» – e non è nemmeno chiaro ciò che si dicono tra loro quelli che assiduamente frequentano le moschee, i quali, quando interpellati per un parere su episodi jihadisti, nella maggior parte dei casi esprimono il contrario di quel che si sono detti.

Tale dato di fatto evidenzia che gli islamisti militanti, almeno potenzialmente, sono prevalenti perché sanno di essere protetti sia da una lingua ostica, sia da un’estesa solidarietà di stampo “massonico” che tende a coprire le espressioni estremistiche. E’ evidente che l’impiego di un doppio linguaggio è strumentale ad una volontà di apparire, in casa d’altri, quel che non si è.

Tale fattore, che ha un nome preciso – la takiya, ossia la “dissimulazione” (precetto islamico volutamente tenuto occulto) – unito ad altri che abbiamo già sviscerato circa l’insediamento di comunità islamiche militanti auto-referenti, lascia intravedere il progetto che sottende l’islamismo: creare una nazione arabo-islamica all’interno dell’Europa. Infatti, non sono pochi gli osservatori qualificati del fenomeno che affermano che l’interpretazione integralista dell’Islam suscettibile di degenerare in jihadismo non è più solo appannaggio di una minoranza proveniente dal focolare dell’Islam tradizionale, ma è diffusa molto più di quanto si pensi tra i musulmani europei.

Quanto precede attiene ad un’analisi di situazione empirica ma oggettiva, perché basata su un’esperienza fatta di rapporti umani diretti e prolungati, frutto di una vita trascorsa nel mondo arabo-islamico a contatto con persone delle più diverse estrazioni – fra cui annovero amici musulmani ormai di vecchia data – alle quali mai ho nascosto il mio punto di vista, riscontrando, in generale, anche una certa condivisione della mia analisi.   

Lasciamo però ora da parte l’empirismo e diamo un’occhiata ad alcuni dati statistici del periodo 2015-2016. Un’indagine del Sunday Times ha rilevato che:

 

  • solo il 34% degli intervistati si dichiara disposto a denunciare eventuali foreign fighters; 

 

  • il 32% si dichiara favorevole alle violenza contro chi è colpevole di aver offeso Maometto. 

Non posso confermare l’esattezza stechiometrica di tali dati percentuali, ma per esperienza diretta posso dire che corrispondono più o meno alla realtà generale che ho avuto, e ho tuttora, modo di sperimentare.

A titolo di ampliamento di informazione, riporto anche alcuni dati da Arab Youth Survey, che ha intervistato alcuni giovani del Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia) e del Mashrek (Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Iraq e paesi del Golfo), i quali evidenziano una situazione articolata.

Come sono percepiti gli USA: 

  • il 63% li definisce un alleato (il dato non tragga in inganno, tra gli intervistati vi sono giordani, marocchini, libanesi); 
  • il 32% un nemico. 

Circa la guerra in Siria :

  • il 39% la considera un conflitto per procura;
  • il 29% una rivoluzione contro Bashar al-Assad;
  • il 22% una guerra civile. 

Circa ISIS/DAESH: 

  • il 76% ritiene che lo Stato islamico è destinato a sparire, tuttavia (evidenzio io, perché nell’indagine è omesso) la maggior parte di essi non lo condanna espressamente;
  • il 13% si dichiara disponibile almeno al sostegno esterno.

Infine, una nota che potrebbe dare ragione all’analisi sociologica di stampo un po’ marxista: la stragrande maggioranza di quei giovani indica come paese modello gli EAU (Emirati Arabi Uniti) in forza della loro stabilità economica e sociale.