L’ultimo Congresso del Front National

L’ultimo Congresso del Front National

E’ la città di Lille, ex-bastione socialcomunista, di quel nord-ovest della Francia, ricco di miniere e industrie, che alle ultime presidenziali è stato uno dei pochi angoli del paese ad essere contendibile per Marine Le Pen rispetto al vincitore Macron, a tenere a battesimo il Rassemblement National, ormai erede designato di quel Front National fondato nel lontano 1972 da Jean Marie Le Pen, ormai ex-presidente onorario del Front e grande escluso del congresso.

Chiaramente, l’iniziativa sembra voler rappresentare un cambio di passo rispetto alla crisi che la débacle elettorale delle scorse presidenziali, gravata da una disastrosa campagna elettorale tra primo e secondo turno e un dibattito TV da cui Marine uscì con le ossa rotte, aveva scatenato, sembra senza soluzione di continuità, sul movimento frontista.

Marine Le Pen detta così la propria linea politica dopo una deludente tornata elettorale legislativa e numerosi regolamenti di conti interni al campo Le Pen, tra cui a spiccare sono stati il salto della testa di Florian Philippot, certamente poco amato dai militanti di vecchia data, l’abbandono della vita politica, forse solo momentaneo, a giudicare dal suo intervento ad una convention conservatrice a Washington, dell’astro nascente Marion Le Pen, e i continui dissidi con il padre della leader e nonno di Marion, Jean Marie Le Pen.

La vicenda, vista da questo lato delle Alpi, non può non rimandare ad un altro congresso, l’infausto congresso di Fiuggi, di finiana memoria. L’esito e i risultati portati da quel congresso sui destini della destra nazionale italiana sono d’altra parte sotto gli occhi di tutti: svendita di un enorme patrimonio morale e ideale, accettazione di un sistema e all’interno di un sistema che, in precedenza, si voleva quanto meno, se non abbattere, fronteggiare a viso aperto.

Questo perciò è il primo e più evidente rischio che corre il movimento lepenista: cadere nella tentazione del potere e vendere la propria primogenitura per un piatto lenticchie, convincersi dell’illusoria e menzognera promessa che, rinnegando se stessi e avvicinandosi ad avere un posto a tavola con gli altri “presentabili”, si possano veramente cambiare le cose.

D’altra parte, già da quando Marine Le Pen nel lontano 2011 era giunta alla guida del FN, il suo impegno per la “dédiabolisation” dell’immagine del Front National ricordava sinistramente il concetto fiuggiano di “sdoganamento”. Purtroppo, al passaggio di dogana gli ex-MSI pensarono bene di disfarsi della merce scottante che potevano ancora avere nel bagagliaio. Se lo sdoganamento del MSI in AN volle cioè essere un tentativo per “contrabbandare oltre dogana” idee, temi, lotte e battaglie che precedentemente erano escluse dal panorama politico italiano, dobbiamo pacificamente riconoscere che questo tentativo fallì miseramente.

Il rischio fiuggiano non è tuttavia l’unico da cui debba guardarsi il popolo dell’opposizione nazionale francese. Un’altra possibile deriva, infatti, in cui potrebbe incorrere l’ex-FN a guida Marine, potrebbe prevedere un drammatico scivolamento su posizioni simil-grilline, divenendo l’alter ego francese del nostrano Movimento 5 Stelle.

Per giudicare questo rischio, basti guardare la recente opposizione che Marine Le Pen ha ingaggiato contro la riforma dello Statuto Speciale dei lavoratori ferroviari, una categoria iperprotetta da uno speciale statuto del 1909, ormai da lungo tempo divenuto obsoleto e finito nelle mire riformatrici di Macron e del suo governo.

Il vecchio Jean Marie, dal canto suo, memore delle battaglie che in un tempo passato il Front National conduceva contro gli eccessi di uno statalismo di ispirazione paramarxista, ha criticato la condotta a questo riguardo della figlia, sostenendo che una riforma giusta resti tale anche qualora sia a firma Macron.

In effetti, in tale questione solo apparentemente marginale, si può scorgere il rischio che l’ex-FN si muova sempre più in una logica protestataria e sempre meno identitaria, che in perenne ricerca di nuovi elettori e nuovi sdoganamenti si rivolga sempre di più ai ceti più sofferenti e disagiati della società francese, ma che nel farlo non veicoli più contenuti nazionali e identitari, quanto un mero e generico sentimento di protesta, sempre più privo di un vero substrato ideologico quanto di risposte concrete, credibili ed efficaci.

Il fatto che, ad oggi, l’elettorato del Front National sia in gran parte costituito da quelli che sono stati “i perdenti della globalizzazione”, ossia i ceti operai e popolari che subiscono maggiormente le conseguenze tanto dell’immigrazione quanto dell’abbattimento delle frontiere economiche delle nazioni, rischia di creare il falso concetto che la carta vincente possa essere quella di adagiarsi ad essere i megafoni e i ripetitori di questo malessere, finendo così nel trasformarsi nel partito delle battaglie di retroguardia, il partito del no ad ogni riforma e ad ogni proposta, il partito, insomma, non più della rivoluzione nazionale, ma dell’assistenzialismo di stato.

Ad oggi, bisogna riconoscerlo, il nascente Rassemblement National sembra potenzialmente ancora in grado di evitare di percorrere entrambe le infelici strade di Gianfranco Fini e Beppe Grillo. La presenza a Lille di Steve Bannon, l’epurato campione dell’alt-right americana, sembra una cifra positiva, un segno vitale di un’anima che, in fondo, fa pur sempre parte della sovranità nazionale, in questo tempo in cui Macron propone liste elettorali transeuropee come proprio cavallo di battaglia. Lo stesso termine “Rassembement” sembra indicare, d’altra parte, l’idea che il movimento cerchi di aggregare a sé, più che di aggregarsi ad altri, come fece la nostrana Alleanza Nazionale. Si può cioè continuare a sperare che il nome Le Pen resti ad indicare, in un modo o nell’altro, un polo d’attrazione per tutta l’opposizione nazionale francese (e di conseguenza europea), in crescita anziché in diminuzione.

Confesso, in ogni caso, che quest’ultima riflessione mi sembra essere più un auspicio che un destino probabile; al riguardo, può anche essere utile ascoltare le parole che, in una lettera aperta, rimasta priva di risposta, a Marine, il 15 febbraio, Jean Marie indirizzava alla figlia:

“La Francia tale come la storia l’ha fatta si trova oggi sotto minaccia di scomparsa. Questo fatto senza precedenti ci impone di elevarci al di sopra delle nostre querelles.

Tu porti un nome, Le Pen, e tu dirigi un partito, il Front National, che il potere vilipende ma che hanno incarnato la speranza del popolo francese. Non rovinare tutto questo. Quando mi hai cacciato dal Front National, non hai ferito solamente me.

Noi abbiamo, è vero, delle divergenze politiche. I progressi elettorali considerevoli che il movimento ha ottenuto sotto la tua direzione, te e i tuoi prossimi pensate di esserne gli autori, mentre ne siete i beneficiari. E’ alla lunga pedagogia esercitata da migliaia e migliaia di militanti per quarant’anni, che bisogna attribuirne il merito, e ai francesi, che sempre di più aprono gli occhi sui pericoli che noi annunciavamo, a causa degli accadimenti drammatici che vivono.

Questo primo errore di considerazione ne comporta un altro, sulla dédiabolisation. La politica di dédiabolisation è vana, illusoria e pericolosa. E questo per una ragione semplice: la dédiabolisation non è una sentenza pronunciata da un tribunale imparziale, ma un’arma di guerra politica utilizzata da dei nemici politici erettisi a giudici. Tentare di dediabiolizzarsi, è un rimettersi a costoro, ai loro criteri, alla loro ideologia, è capitolare davanti ad essi, senza d’altra parte speranza di poter mai essere tranquilli: bisogna fare sempre di più per compiacerli, è un circolo senza fine. Ciò che il sistema proscrive è la Nazione. Fino a quando il Front National resterà nazionale sarà diabolizzato.

Pretendere di dediabolizzarsi oggi è un altro errore tattico, al momento dove i popoli, anziché farsi ingannare da delle élites rivoluzionarie, si liberano della tutela del politicamente corretto, in America, in Austria e in altre parti d’Europa.

Per un capo politico niente vale di più della speranza del popolo: il Front National se n’è mostrato degno precisamente conservando le proprie convinzioni e il proprio programma, durante le peggiori traversate e i tempi più cattivi, qualsiasi siano stati gli attacchi ricevuti. Questa è la sola politica degna, la sola efficace. Quando si ha ragione, si traggono gli altri a sé, non si trae se stesso agli altri.

Adesso bisogna che tu riprenda questo solco, e bisogna farlo con tutte le buone volontà e tutte le competenze che si sono sforzate a tracciarlo. L’ora è quella di una grande riconciliazione nazionale, con tutti i patrioti che oggi aspettano fuori le mura. Te ne scongiuro, aprigli le porte! Io ho espresso il desiderio di assistere al prossimo congresso del FN, come gli statuti me ne danno diritto. Noi abbiamo portato le nostre divergenze in sede di giustizia e quest’ultima ha parlato. La sua decisione non piace né all’uno né all’altro. Tu non gradisci che io rimanga presidente d’onore, a me non sembra giusto d’esservi escluso. Ma infine questa decisione si applica a noi come a tutti i cittadini: come puoi pretendere di essere un giorno il primo magistrato della Repubblica se rifiuti le sentenze dei suoi tribunali?

Uno dei tuoi amici, Monsieur Briois, ha fatto sapere che mi impedirebbe di viva forza l’entrata al congresso. Se scendessimo a questo livello di confronto, ci sarebbero degli scontri di strada tra di noi [ndr, successivamente Jean Marie ha ritirato il suo intendimento di recarsi al congresso di Lille, dicendo di non voler assistere al “tradimento del Front National” ], degli eccellenti militanti rimarrebbero feriti, il Front e la sua immagine non se ne riprenderebbero più e l’opposizione nazionale si sfalderebbe senza rimedio. Ti propongo quindi di ritrovarci nei prossimi giorni per fissare insieme una posizione comune, dove tu voglia, sola o con amici. È una mano che ti tendo. Ti scongiuro di non rifiutarla.

Tuo Padre,

Jean Marie Le Pen”