Una tesi per noi

Una tesi per noi

Se i risultati elettorali dipendessero dal cuore, dalla passione, dalla fiducia con cui dirigenti, quadri, militanti e candidati dei movimenti nazionalpopolari affrontano, e non solo in occasione del voto, la battaglia politica, difficilmente questi rimarrebbero esclusi dal circuito parlamentare.

Purtroppo, né cuore, né passione, né sacrifici e neppure quel diffuso profondo malcontento che pare avvolgere tante nostre città, le sue piazze e soprattutto le più disagiate periferie – un’atmosfera che quasi sempre c’illude, ma che è figlia di umori tanto viscerali quanto repentini e fuggevoli – costituiscono il metro dell’esito elettorale; e ancor meno contano recriminazioni, piagnistei, accuse di boicottaggi mediatici e giudiziari, o maledizioni contro un destino cinico e baro.   

Una premessa è doverosa. Un “nostro mondo “ esiste ancora; non è un sogno o una finzione con cui c’illudiamo di appartenere ad una comunità di destino, una maniera per non sentirci soli o, ancor peggio, un’entità in fase terminale. Esiste davvero, anche se i suoi confini sono labili e trovano in una comune“mentalità”, in un medesimo “stato d’animo” la sua caratteristica essenziale. Questa comune impronta – fatta di senso della nazione e di rispetto delle tradizioni, di una concezione non liberale della libertà (che vede come soggetto beneficiario non l’individuo ma la patria), della prevalenza del noi sull‘io, pur nel riconoscimento dei veri meriti individuali, di un sentimento tragico ed eroico della vita, di un sovrano disprezzo dell’uguaglianza  – non impedisce a questo mondo di essere variegato, anzi spesso variopinto, spezzettato e litigioso, fino ad abbracciare dai conservatori ai radicali rivoluzionari, dai cattolici ai più furiosi anticlericali, dai pragmatici ai dottrinari, dagli asceti ai più incalliti trasgressori.

E’ una nebulosa che però, al momento del voto, fino a una trentina d’anni fa si condensava in un pianeta di media grandezza che, a seguito di esperimenti atomici che ne hanno spostato successivamente l’asse di rotazione, ha smesso di girare attorno al sole ed è andato alla deriva nello spazio, sbriciolandosi in tanti pezzi.

Questa nebulosa dispersa ora si condensa in molti pianeti nani, più o meno nani, o viene attratta per simpatia da un vicino pianeta verde più grande, o addirittura si aggrega a cinque comete dal percorso instabile ed oscuro.

Non ci sono attualmente un polo di attrazione, un’orbita, una traiettoria che possano riunire questi pezzi vaganti. Forse ci si è illusi che il collante di una stessa appartenenza fosse sufficiente, insieme alle parole d’ordine urlate per le strade, a ricompattare questo capitale umano. Ma non è così e non sarà mai così, e quindi dobbiamo rassegnarci a ritrovare una rotta.

Di fronte al conclamato fallimento della destra postfascista di governo, diventata incolore, svirilizzata perché ostaggio dei propri timori ed incapace di elaborare un’idea originale di stato e di società differente dai modelli progressisti o berlusconiani, il nocciolo duro del nostro mondo in molti anni di opposizione, davvero difficile ma marginale, non ha espresso programmi in grado di fare breccia e di rendersi politicamente credibile e le fughe verso il voto utile, quello protestatario, quello del tanto peggio tanto meglio – o magari del non voto – hanno sfiancato le pur oneste intenzioni dei dirigenti rimasti alla guida. E’ un dato di fatto, non una critica.

Come è pure un dato di fatto che l’approccio ideologico o dottrinale o l’insistenza sui temi abituali, quelli più “muscolari” per intenderci – l’immigrazione, l’euroscetticismo o alcuni temi etici – non portano ad aumentare significativamente il consenso, né tantomeno ad aprire spiragli d’attenzione verso quell’area estesa – ceto medio, professionale, piccolo borghese –  che pure potrebbe essere alla sua portata.

I proclami, le promesse roboanti, le analisi dietrologiche, i richiami ideologici non la smuovono – e neppure smuovono più i suoi più naturali destinatari, quindi figuriamoci… – ed allora bisogna trarne le dovute conseguenze. La politica è l’arte del possibile, non dell’impossibile, ed è con la realtà che bisogna fare i conti, non con la sua rappresentazione ideale, figlia d’un romanticismo dalle cui scorie bisognerebbe liberarsi al più presto. E tra i segmenti di realtà che occorre cogliere e considerare sta la percezione che l’Italiano medio – quello a cui ci si dovrebbe rivolgere – ha di certi nostri messaggi. Che in molti casi non riesce a decifrare o, per lo meno, a misurare nella loro concreta possibilità di successo, o anche di semplice declinazione pratica.

Per uscire dall’angolo in cui, obiettivamente, la nostra rappresentatività si trova oggi relegata, non esistono ricette prestabilite ed io non ne posseggo e mi limito alla più – per me – obiettiva analisi di ciò che è, magari azzardando una sintesi, a costo di attirarmi qualche frecciata o facili ironie del tipo “tutti bravi ad insegnare”. Ma vale la pena rischiare perché ci sono centinaia, migliaia di bravi militanti che meritano soddisfazioni e risposte.

E allora, non sarebbe il caso di intuire, costruire, elaborare, dare forma concreta ed attuabile a qualche progetto – politico, istituzionale, di riforme profonde – capace di attirare l’attenzione, di captare l’interesse e, conseguentemente, di contrassegnare – oltre i soliti stereotipi dei facili slogan – la nostra azione politica, affrancandola dai pregiudizi che l’avvolgono come una ragnatela e che finiscono per limitare i suoi spazi di manovra? Mi si obietterà che i pregiudizi rimarranno comunque; e qui sta l’errore, duplice. Di supina rassegnazione ad un ruolo prestabilito e di miopia politica.  Non c’è nulla di scritto, il destino lo si deve sfidare, con intelligenza, umiltà e competenza; e saremmo poi pronti a giurare che quello che chiamiamo “pregiudizio” non sia magari anche frutto di nostri errori di prospettiva, di valutazione, di comunicazione? Non finiamo sempre per giocare sui campi da gioco che altri ci riservano? Non sarebbe ora di sceglierlo noi il campo da gioco?

Bisogna, in questo, essere visionari. E voglio precisare che intendo per visionario colui che ha una visione di ciò che potrà accadere di qui a un futuro prossimo; una visione però concreta, possibile, magari inaspettata, ma che rientra nell’ordine delle cose una volta tenuti presenti tutti i prevedibili sviluppi politici e sociali. Il visionario, a differenza dell’allucinato, ossia colui che vede ciò che non esiste e non potrà mai accadere, si muove nella realtà e sulla sua proiezione scommette, investendo in programmi, uomini, energie e scelte.

La realtà, appunto. Che non sta solo nelle strade, ma anche nelle fabbriche, nelle botteghe, nelle università, negli ospedali, nei tribunali, negli studi professionali.

Vado al sodo e, fra le tesi possibili, ne indico qualcuna: in primo luogo, la riforma del Parlamento in senso corporativo, prevedendo l’istituzione di una camera a rappresentanza lavorativa e professionale. Utopia? Nient’affatto. In sede di lavori preparatori alla Costituzione fu un’ipotesi tenuta in alta considerazione, al fine di evitare quel bicameralismo perfetto che oggi costituisce l’ossessione di molti costituzionalisti, ma fu poi abbandonato per timore – il fascismo era caduto da poco… – di riproporre la vecchia Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Non è questa una vera sfida alla partitocrazia, alle segreterie dei partiti che oggi hanno sostituito il parlamento? Dare voce al paese reale, a quello che crea, produce, dà posti di lavoro e che oggi è umiliato e bastonato.

Ed ancora, in linea con l’impellente necessità di una “democrazia economica”, senza la quale nessuna democrazia politica è compiuta, l’istituzione di un quarto potere, oltre la tripartizione montesquieana, che assicuri – in vista di cambiamenti che potrebbero verificarsi molto prima di quanto noi possiamo immaginare –  l’autonomia finanziaria dello Stato e l’indipendenza della banca nazionale di emissione dai capricci dei governi in nome di una continuità strategica. Non sarebbe una sfida avvincente?

E non rompiamoci le corna con utopie (pronte a trasformarsi in isterie) a-democratiche, perché è con questo sistema che dovremo convivere per i decenni a venire, facendo i conti con questa prospettiva sia pur per migliorarla e forgiarla secondo la nostra mentalità, a meno di non voler fondare simpatiche comunità agricole e artigianali nelle isole di Tonga. E se vogliamo confrontarci, l’appuntamento con le urne non deve trasformarsi in una romantica cavalcata, ma in un feroce e scientifico assalto al palazzo.

Ed ancora, quante proposte, in tema di giustizia, fisco, burocrazia – temi quotidiani di milioni di Italiani – potrebbero essere formulate, con senso di equilibrio ma senza rinnegare le nostre impostazioni politiche, per fornire risposte credibili e non urlate, per dimostrarci capaci, come gli altri, meglio degli altri – saldi come siamo nelle nostre convinzioni – di essere forza di governo e non solo di rumorosa, per quanto generosa, opposizione.

Si tratta sicuramente d’un cambio di atteggiamento – una doverosa evoluzione, mi viene da aggiungere – ma anche d’un salto di qualità che consentirebbe un confronto politico più ampio; non tanto coi partiti ma con i nostri naturali interlocutori, ossia gli Italiani. Dobbiamo catturarne un consenso strutturato e non solo la possibile emozione d’un momento. Ben vengano poi le giuste battaglie etiche, la lotta contro l’immigrazione, ma ben venga anche una militanza che sia capace di trasmettere le nostre tesi – di cui dovrà essere avanguardia e messaggera – nelle scuole, nei posti di lavoro, nei negozi, nei mercati, nelle famiglie. Proposte concrete, precise, possibili, discusse, elaborate e trasmesse da persone competenti.

Questo è – secondo me – il compito. Altro discorso è quello delle alleanze elettorali, politiche. Ma quello non dipenderà da noi o solo da noi. E’ un altro paio di maniche e una questione ulteriore e successiva. Che dipenderà però anche dalle premesse che ho cercato di sintetizzare e dalla loro realizzazione.