Traditori di Cesare e traditori di Cristo

Traditori di Cesare e traditori di Cristo

“Anche tu Bruto, figlio mio?”

“Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”

Un amico di vecchia data, tra l’altro di sinistra, che da ragazzo aveva frequentato una grande università in Gran Bretagna mi raccontava di essere rimasto sorpreso, persino impressionato, dall’importanza che i suoi professori anglosassoni attribuivano alla storia romana, verso la quale sembravano sentirsi culturalmente debitori più dei nostri – forse troppo complessati e ammalati di antifascismo cattedratico per fare altrettanto. In particolare, gli avevano inculcato il concetto che, tra tutti gli eventi puramente umani – escludendo cioè tutti quelli che hanno diretta attinenza col Divino – nessuno era divenuto più universale e patrimonio delle genti dell’omicidio di Giulio Cesare. L’immagine di Cesare che cade sotto i colpi dei congiurati, molti dei quali proprio lui aveva in precedenza perdonato e persino ricolmato di benefici, le esitazioni dei traditori dovute alla coscienza sporca, la pronta reazione da combattente di Cesare stesso, che si batte vigorosamente da vero veterano, per poi coprirsi il volto e lasciarsi uccidere quando vede tra i traditori Bruto (“anche tu Bruto, figlio mio?”) hanno colpito l’immaginazione e sono rimasti impressi nella mente dei popoli nel corso dei millenni. Sempre secondo gli attenti professori britannici, l’uccisione di Cesare costituiva il culmine della storia umana in tanti sensi. Culmine di amore per il popolo e lo stato, di coraggio di fronte alla morte, di generosità disinteressata e persino autolesionista da parte di Cesare, ma anche culmine di tragico, di abbietto, di immorale da parte dei congiurati, accaniti contro un uomo semplicemente troppo grande e nobile per loro.

Si potrà facilmente obiettare che Cesare stesso non era andato certo per il sottile in tempo di guerra, anzi. Resta tuttavia il fatto che ebbe una grande intuizione strategica: se lo Stato romano in crisi doveva sopravvivere e dominare il mondo, la violenza da sola non bastava, specie in politica interna. Dopo guerre civili, epurazioni e regolamenti di conti spietati tra i diversi contendenti, Cesare riesce a introdurre i concetti di perdono, magnanimità, fratellanza tra cittadini di uno stesso Stato. Quando gli archivi dei servizi segreti del rivale Pompeo cadono nelle sue mani, Cesare preferisce bruciarli senza leggere nulla (con immenso sollievo dei tanti doppiogiochisti in preda ai sudori freddi!) e quando gli viene presentata la testa del rivale, Cesare non esulta, anzi: piange – in fondo era pur sempre morto un grande Romano! In un mondo di violenza e vendetta spietata, Cesare capisce e ci insegna che alla lunga il sangue non si lava sempre con il sangue!   

A prima vista si potrebbe dire che Cesare ha commesso una serie di errori per eccesso di generosità, finendo vittima della sua stessa politica di pacificazione, ma, a ben guardare, è risultato invece talmente lungimirante da uscirne totalmente vincitore sul piano politico. Anzi, storicamente Cesare è un risorto politico e ne esce persino immortale! Non solo i cesariani sconfiggeranno tutti gli avversari interni dopo la sua morte, ma daranno allo Stato romano una forma – quella imperiale – destinata a divenire un Mito potente e perenne nella storia europea e mondiale. Fino alla prima guerra mondiale grandi potenze europee sono state governate da “Cesari” (Kaiser e Zar) e anche in seguito i fascismi non hanno esitato a rifarsi apertamente all’eredità della Roma imperiale.  Nel corso di due millenni, il Mito trascinante e infiammante è stato quello cesariano, non certo quello dei suoi astuti assassini, arroccati intorno a interessi economici egoistici e meschini.

Ma se come detto, l’assassinio di Cesare è il culmine della storia puramente umana e alla sua morte segue una glorificazione mitica e politica, appare chiaro che questo è a sua volta prefigurazione di un altro culmine e di un’altra storia: quella divina e provvidenziale destinata al riscatto dell’umanità nella Verità rivelata del Cristianesimo. Il perdono e la generosità cesariane sono prefigurazioni di quelle cristiane: Cristo non esita a operare i suoi miracoli tra quelle stesse folle che alla fine della sua predicazione dovevano linciarlo e pretenderne la crocifissione – anzi, proprio quando confrontati con l’ovvia obiezione che Cristo non aveva fatto nulla di male, grideranno più forte: “crocifiggilo!”. Gloria e immortalità ottenute da Cesare sono prefigurazioni di quelle conquistate da Cristo sulla Croce, la trasfigurazione dello Stato romano – da semplice Repubblica a Impero – è prefigurazione della trasfigurazione dell’umanità e della sua ascesa al Paradiso celeste. Similmente, anche il tradimento dei congiurati costituisce una prefigurazione di quello di Giuda e del Sinedrio. Emblematicamente, Dante nel suo Inferno mette Giuda, Bruto e Cassio come i peggiori dannati, stritolati insieme nelle fauci di Satana – non a caso il primo angelo a tradire Dio – come per ricordarci che tra gli angeli come tra gli uomini, nella storia politica come in quella divina, nulla è peggio del tradimento e del traditore!

Per secoli, il sogno di ricostruire l’Impero dei Cesari ha rappresentato un filo conduttore tra i più potenti della storia europea. Quando a Ovest i conquistadores si impadronivano oltreoceano di un intero continente appena scoperto e a Est i cosacchi arrivavano a colonizzare la Siberia fino all’estremità dell’Asia, ampliando a dismisura i confini della civiltà europea, lo facevano in nome di una struttura statale e politica che era ancora imperiale e cesariana, e di una fede che era sempre quella di Cristo.

Per contro, quale eredità ci hanno lasciato i congiurati delle oligarchie corrotte e i loro strumenti, come Bruto e Giuda? Certo, in 2000 anni non sono mancati tanti nuovi traditori, ma in fondo, quale grande stato, quale eccelso sogno politico hanno mai generato? L’unico modello rimasto impresso nelle menti dei popoli resta appunto quello dell’inferno dantesco.  

Verrebbe ora spontaneo chiedersi come Dante avrebbe trattato i traditori a noi più vicini, quelli degli ultimi 100 anni. Come avrebbe giudicato certi vescovi e cardinali che hanno tradito sistematicamente la Dottrina? Oppure, tanto per restare in ambiti italiani, come avrebbe visto i responsabili del 25 luglio e dell’8 settembre 1943? Quelli delle “svolte di Fiuggi”, quelli che hanno ripetuto di voler difendere gli interessi nazionali e li hanno svenduti alla massoneria internazionale? E i tanti piccoli giuda che vediamo di continuo: quelli che partono da “rivoluzionari” e da idealisti e poi ripiegano a fare i servi della democrazia liberale, i cani che mangiano gli avanzi dei loro padroni mondialisti?

Guardiamo ai popoli dell’Asse sconfitti nella seconda guerra mondiale e al loro complesso “rapporto col padre”: è ben noto infatti che un popolo vive il suo rapporto con un grande capo autoritario come dei figli vivono il loro rapporto con il padre. I giapponesi sono rimasti fedeli al padre – l’Imperatore – fino alla fine e anche nella sconfitta. Persino l’umiliazione è stata sopportata insieme dal padre e dai figli cementandoli ulteriormente. Per i tedeschi, invece, il padre è morto e sono un popolo orfano: gli sono stati “fedeli fino all’amara fine”, ma oggi non potrebbero più esserlo, perché il padre è sepolto e non ne hanno un altro. Per noi italiani, infine, il rapporto appare ancor più tragicamente dilaniante: abbiamo tradito e ucciso noi il padre a piazzale Loreto e non riusciamo a liberarci del vergognoso ricordo. Per questo non troviamo pace: i fratelli colpevoli non sopportano la vista di quelli innocenti e il sangue che ci dovrebbe accomunare diviene al contrario una contraddizione irrisolvibile.

Certo, se parlate con i traditori, troveranno spesso il modo di indorare la pillola. La situazione era mutata, richiedeva nuove soluzioni, bisognava adattarsi ai tempi, dialogare con il potere, perché non si poteva restare troppo isolati, ecc. Anzi, spesso addossano la colpa ai traditi che restano fedeli fino alla fine! In fondo, se un reporter oggi potesse intervistare Bruto o Giuda, sentirebbe una serie di autogiustificazioni e critiche degne dei moderni politicanti borghesi: “era diventato troppo estremista … non si vedevano prospettive … ormai era in minoranza … il nostro rapporto si era deteriorato … non mi ascoltava … non voleva rinnovarsi … non era democratico … io volevo solo essere realista … i vertici andavano cambiati … le mie idee erano mutate, la mia posizione si era evoluta”. Ancora oggi, quando sentiamo parole simili, ricordiamoci che sono spesso la copertura per i tradimenti più squallidi.

Chi tradisce, chi scende a compromessi sui principi si vende per una illusione malata e per trenta denari. Chi alla fine vince, nella Storia, è Cesare e chi trionfa nell’Eternità, è Cristo. E insieme a loro, chi è rimasto fedele. Chi persevera fino alla fine sarà salvo.