Tutti i nemici di Aldo Moro. Intervista esclusiva al professor Paolo Possenti

Tutti i nemici di Aldo Moro. Intervista esclusiva al professor Paolo Possenti

Il quarantesimo anniversario del sanguinoso rapimento di Aldo Moro, e del successivo ritrovamento del suo cadavere nell’ormai famosa Renault rossa, ha riportato l’attenzione di storici e cronisti su uno degli eventi chiave della storia italiana del dopoguerra, ma, anche nelle ricostruzioni più recenti e meno convenzionali relative a quel periodo, molte sono le domande senza risposta e le zone grigie. Le recenti farneticazioni dei brigatisti, inoltre, hanno riaperto vecchie ferite mai rimarginate.

Ordine Futuro ne ha parlato con il professor Paolo Possenti, che negli anni del caso Moro fu direttore dell’ufficio studi di Confindustria. Amico e discepolo di Fernando Tambroni e di Enrico Mattei, marchigiani come lui, Possenti ricevette dallo stesso Moro l’incarico di scrivere la Storia della Democrazia Cristiana, opera poi pubblicata con la prefazione del ministro Luigi Gui. Negli anni ’80, lo stesso Possenti sarà, poi, attivo protagonista nella formazione dell’ala “populista” della D.C. romana, rappresentata da Vittorio Sbardella e Pietro Giubilo. Storico, politologo e filosofo dai vasti interessi, è autore di numerose opere, tra le quali i quattro volumi de “Le radici degli italiani”, editi da Effedieffe.

In questa intervista esclusiva, ricostruiamo con lui – testimone diretto di quel periodo – una fase cruciale della recente storia d’Italia i cui avvenimenti non hanno, a distanza di quarant’anni, smesso di riversare i propri effetti sull’attualità sociale, politico-economica e culturale. 

Professor Possenti, quale fu il ragionamento che mosse Aldo Moro verso il Compromesso Storico con il Partito Comunista Italiano?

Moro voleva evitare la guerra civile, impedendo alle Brigate Rosse di gettare l’Italia nel caos, e bloccare la deriva pidduista che condizionava ampi settori dello Stato e della politica. Bisogna conoscere, altrimenti non si capisce più nulla, quel che avveniva in quei mesi: l’Unione Sovietica era certamente il Paese guida per i partiti comunisti, ma non per alcuni Paesi dell’est, come la Germania Est e la Cecoslovacchia, che erano usciti dall’orbita del KGB per quanto riguardava i loro servizi segreti (STASI) e apparati militari. La Germania Est (D.D.R.) aderisce, infatti, in quel periodo ad una strategia di stampo neotrotzkista (1). Mentre il Cremlino, consapevole dei limiti posti da Yalta, affidava la propria strategia ai partiti comunisti classici, che predicavano un comunismo di stampo brezneviano con venature sicuramente staliniste, la DDR e la Cecoslovacchia avevano sposato la strategia neotrotzkista. Capo della STASI a Berlino-Pankov era Markus Wolf, conosciuto come “l’uomo senza volto”, figlio dello scrittore ebreo Friedrich Wolf.

In cosa differivano esattamente le strategie del Cremlino e del neotrotzkismo della Stasi?

C’è una differenza ideologica: lo stalinismo vede l’U.R.S.S. come guida dei Paesi socialisti impegnati a diffondere il marxismo-leninismo nazione per nazione, arrivando al potere attraverso una classica conquista dello stesso con elezioni o colpi di mano, con un retroterra di lotte di classe e la costituzione passo dopo passo di una internazionale dei Paesi socialisti; i trotzkisti (che videro, come è noto, il loro capo eliminato da Stalin) sono invece per una rivoluzione immediata e permanente, violenta e radicale, che mira a destabilizzare la società attaccata per poi “liberarla” con leggi radicali sia in campo morale (fu Trotzky a volere il matrimonio gay in Russia subito dopo la rivoluzione e ad esigere l’eliminazione fisica di Zar e armata bianca) che sociale ed economico. Il trozkismo mantiene, infatti, anche un legame fortissimo con la finanza internazionale: Trotzky ha, ad esempio, stretti contatti con la NYE Banke di Stoccolma, che finanziò i marinai rivoltosi russi, la National City Bank dei Rockfeller e con il potente banchiere Jacob Schiff. La Stasi controllava sia le Brigate Rosse che la RAF (Rote Armee Fraktion) e la strategia di questi gruppi terroristici non fu più quella iniziale della lotta armata di Curcio, ma piuttosto quella degli omicidi mirati all’ interno del sistema, volti a destabilizzare l’Italia o tutti i Paesi che la strategia stessa intendeva colpire.

Quindi cosa succede con Moro?

Moro, come dicevo prima, temeva la guerra civile ed aveva ricevuto, nel settembre 1974, pesantissime minacce da Henry Kissinger (ne parla diffusamente la moglie Eleonora nella sua testimonianza in tribunale) (2), che era piuttosto interessato a mantenere l’ Italia in una posizione di totale subordinazione. Fu in quel periodo che mi affidò il compito di scrivere il libro sulla Democrazia Cristiana. Del resto, come sostenuto dalla figlia Maria Fida, poco tempo prima, il padre era scampato, grazie ad un provvidenziale imprevisto, ad un attentato (3). Moro decide di parlare con il leader cristiano democratico bavarese Joseph Strauss della sua idea, cioè del coinvolgimento del PCI nel governo italiano per evitare la guerra civile. Pertanto chiese a me, che ero di fatto bilingue e avevo parentele in Germania, di spiegare a Strauss la situazione. Lo feci, e Strauss, uomo di sicura fede anticomunista, mi disse che era d’accordo, anche e soprattutto perché sentiva l’esigenza di mettere fine alle trame della STASI, che in Germania era da tutti considerata la mente strategica della RAF. Fu così che Strauss mi chiese di organizzare un incontro ristretto che si tenne poi, ma che purtroppo non fu ristretto, alle Rughe in casa dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone; siamo a settembre del 1977.

È noto, ed è ormai acquisito, che uno spezzone dei servizi legato alla P2 faccia di tutto per far fuori Moro. La famigerata seduta spiritica, l’appartamento di via Gradoli, il fake comunicato di Cucchiarelli, ecc. Quindi: qual è il motivo che vede la coincidenza di intenti nel volere la morte di Moro sia di brigatisti che di pidduisti?

I poteri forti che volevano la destabilizzazione italiana miravano al naufragio della vecchia DC, che, in alcune sue componenti, aveva incarnato il sogno di Mattei: vedere un’Italia autonoma politicamente e in dialogo con la Russia dal punto di vista energetico. È la filosofia che aveva guidato Mattei, che verrà ucciso sul suo aereo per volontà delle sette sorelle e per mano della mafia, e di Tambroni, carissimo amico di Mattei, che muore colpito da un attacco di cuore appena uscito dall’ambasciata sovietica dove aveva cercato di ottenere (con successo?) un rapporto energetico con la Russia. Lo avevo incontrato un attimo prima che entrasse… era pieno di speranze… poteva cambiare la politica italiana, anticipando di 40 anni l’entente cordiale con la Russia. Con Moro, che oltre tutto aveva avuto l’ardire di stampare moneta di Stato per il valore di 900 miliardi di lire (le banconote da 500 lire), muore la visione di un equilibrio nel Mediterraneo, di una posizione molto attenta alla causa palestinese, anche per volontà del Vaticano, e di un’Italia più sganciata dall’America. Pochi mesi dopo, verrà attaccato da una violenta campagna di stampa proprio il Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Gli autori della campagna – il Gruppo Espresso, la Cederna e il Partito Radicale – saranno smentiti da sentenze di Tribunale che condanneranno i diffamatori a ingenti risarcimenti, ma è troppo tardi: Leone aveva già dovuto lasciare la Presidenza per fare spazio a Pertini. Giovanni Leone era l’ ultimo uomo di Stato rimasto disancorato dalle potenti lobby della sinistra interna democristiana che si faranno avanti negli anni successivi: pagava, dopo Tambroni, il fatto di essere stato eletto con i voti del MSI.

Quando vediamo i brigatisti parlare in TV e sui giornali come se fossero liberatori, magari un po’ ingenui o sognatori, ma che rischiavano per un ideale, non c’è nulla di più falso. I brigatisti erano criminali e terroristi che, come la RAF, non colpivano gli “affamatori del popolo”, i capi delle banche o delle multinazionali, ma piuttosto gli uomini che cercavano di mantenere la pace nell’ordine, smussando le ingiustizie sociali o cercando di dare all’ economia italiana, o se vogliamo al capitalismo nazionale, un volto più umano. Le BR, cercando di destabilizzare e distruggere lo Stato, assolvevano una funzione assegnatagli dalla STASI neo trotzkista in collegamento (dato che emerge oramai in modo inconfutabile) con i poteri forti USA (Kissinger) e con la P2.

Il vero obiettivo finale di questa strategia è il depotenziamento delle strutture preposte alla difesa dello Stato e degli interessi nazionali, la confusione sociale, seminare il terrore nei settori chiave per la salvaguardia delle libertà e delle ricchezze nazionali. È un dato di fatto che negli anni successivi all’affare Moro inizieranno lo svuotamento dell’IRI e l’accaparramento delle nostre banche e delle nostre strutture finanziarie ed economiche, fenomeno che non si è certo fermato. In questo saccheggio spiccheranno le banche francesi, De Benedetti, con il coro della sua stampa di riferimento, e tutti i poteri alleati del neotrotzkismo, gli stessi che furono protagonisti delle prime operazioni di rapina in Russia e in Europa nei primi anni del ventesimo secolo.

Note

(1) Sul neotrotzkismo il professor Paolo Possenti ha appena pubblicato “Neotrotzkismo – e il razzismo antitaliano e antieuropeo”, Casa Editrice San Marco, via Val Sillaro, 5 00141 Roma, 331/6387911, prezzo di copertina € 15,00.

(2)  Nel giugno e luglio del 1982, Eleonora Chiavarelli Moro testimoniò in tribunale che l’assassinio del marito fece seguito a serie minacce di morte, esercitate da colui che lei chiamò “una figura politica americana di alto livello”. La signora Eleonora Moro ripetè la stessa frase attribuita ad Henry Kissinger nella testimonianza giurata di Corrado Guerzoni, portavoce del marito: «O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo». Richiamato dai giudici, a Guerzoni fu chiesto se poteva identificare la persona di cui aveva parlato la signora Moro. Guerzoni confermò che si trattava di Henry Kissinger, come d’altra parte aveva precedentemente dichiarato, e spiegò come Kissinger fece le sue minacce ad Aldo Moro in una stanza d’albergo durante una visita ufficiale di alcuni leader italiani. Il 25 settembre 1974 Moro incontrò Kissinger. Dopo il colloquio fu colpito da un malore e venne soccorso dal suo medico personale Mario Giacovazzo e da quello del Presidente Giovanni Leone, Giuseppe Giunchi, che lo fecero rientrare in anticipo in Italia. Che cosa aveva bofonchiato Kissinger di tanto sconvolgente a Moro perché questi fosse colpito da un malore?

(3) Ecco la nitida testimonianza di Maria Fida Moro: «Ricordo il 3 agosto del 1974, altra data infausta della storia italiana. Papà allora era ministro degli esteri e avrebbe dovuto raggiungerci in treno a Bellamente, sulle montagne del Trentino, dove di solito trascorrevamo insieme le vacanze estive. Era già salito sulla sua carrozza, alla stazione Termini, e il treno stava per partire, quando all’ultimo momento arrivarono dei funzionari e lo fecero scendere perché doveva tornare per firmare delle carte. A causa di quell’imprevisto perse il treno e fu costretto a raggiungerci in macchina. Un ritardo provvidenziale, perché quel treno era l’Italicus. Non ho alcuna prova per dirlo con certezza, però ho avuto il sospetto che la bomba esplosa poche ore dopo nella galleria di San Benedetto Val di Sambro avesse come obiettivo proprio lui – dal 1974, dopo la strage dell’Italicus, papà volle che avessimo una scorta anche noi figli». Cfr. per quanto sopra riportato il seguente documentato link: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/03/minacce-di-morte-moro-targate-kissinger.html