Trump sceglie la strada del protezionismo: il libero mercato non è più una “religione”?

Trump sceglie la strada del protezionismo: il libero mercato non è più una “religione”?

Alle 12:30 ora americana (le 17:30 in Italia) del 22 marzo Trump ha firmato un provvedimento che impone tariffe sulle importazioni di acciaio pari a 60 miliardi di dollari, entrate poi in vigore a partire dal 23 marzo; le imprese americane, queste le accuse mosse dall’amministrazione americana, sono costrette a condividere le proprie tecnologie per poter fare affari in Cina. Le misure coinvolgeranno anche altri settori, a partire dall’elettronica per arrivare alle calzature e a restrizioni sugli investimenti cinesi negli USA. Ma perché si è arrivati a queste misure? Proviamo a capirlo brevemente.

Questo è il grafico (FONTE: TradingEconomics) relativo alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ossia la differenza tra le esportazioni e le importazioni. Da molti anni, la bilancia commerciale statunitense è costantemente in rosso (dagli anni ’90 in poi c’è stato un boom del deficit di bilancia commerciale), cioè importa più di quanto esporta, il che ha portato l’amministrazione americana alla decisione di introdurre dei dazi sulle importazioni provenienti dalla Cina (per il momento l’UE è esclusa) per riequilibrare il saldo commerciale anziché contrarre la domanda interna tramite il consolidamento fiscale (vedi il governo del “Salvatore” Mario Monti), oppure svalutando il fattore lavoro contribuendo a un dumping salariale nei confronti dei lavoratori nazionali, che privi di diritti sociali saranno costretti ad accettare paghe da fame (vedi la riforma Hartz IV in Germania); il tutto si riflette in prezzi più bassi sui prodotti che vengono acquistati.

In tal modo, i cittadini statunitensi sarebbero spinti a una maggiore propensione al consumo nei confronti di acciaio e alluminio prodotti all’interno del territorio nazionale (sui quali, ovviamente, i dazi non si applicano), con conseguenti ripercussioni positive sull’occupazione e sui salari. Ma come mai Trump ha deciso di colpire la Cina, nonostante sia il suo primo partner commerciale?

[FONTE: US Census Bureau]

Nell’immagine relativa ai partner commerciali americani, che vede il Dragone al primo posto come già detto, notiamo che il commercio fra USA e Cina ha raggiunto i 636 miliardi di dollari, composto di 130 miliardi di dollari di esportazioni americane e di 506 miliardi di importazioni: un surplus di 376 miliardi a favore di Pechino che Trump è determinato a ridurre. Già in campagna elettorale il tycoon aveva promesso che, in caso di sua vittoria alle elezioni presidenziali, avrebbe contrastato la deindustrializzazione e la compressione salariale attraverso una lotta massiccia all’immigrazione clandestina e politiche commerciali che mettessero al primo posto l’America (da qui lo slogan “America First”). Le politiche protezionistiche, volte a ridurre il pesante deficit commerciale statunitense, rientrano pertanto in questo quadro.

[FONTE: World Steel Association, January 2018]

Secondo la World Steel Association, organo di commercio internazionale per il ferro e per l’acciaio, la Cina da sola produce quasi la metà dell’acciaio grezzo mondiale; numeri davvero importanti, che incidono in maniera significativa sul bilancio dell’amministrazione Trump, segno che la scelta di imporre dazi proprio sull’acciaio non è per nulla casuale. I sostenitori del libero scambio, tuttavia, sostengono che le politiche protezionistiche appena approvate porteranno a una riduzione del reddito nel lungo periodo per alcuni gruppi di persone che difficilmente potranno essere sanate. E’ vero che l’apertura al commercio internazionale redistribuisce il reddito nei confronti dei lavoratori impiegati nel settore che presenta un vantaggio comparato (esempio: in un paese ad alta specializzazione tecnologica, i lavoratori che avranno più benefici in caso di apertura al commercio internazionale saranno i lavoratori del settore tecnologico), contraendo gli altri settori. Ma a quanto ammonterebbe questa redistribuzione netta? Ovviamente, dipende dal livello di apertura commerciale di partenza del Paese coinvolto.

Dani Rodrik, economista turco e professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università di Harvard, nel suo studio intitolato “Populism and the economics of globalization”, ha elaborato un modello econometrico sull’attuale situazione USA nel quale dimostra che se l’apertura ipotizzata fosse stata del 40%, per ogni dollaro aggiuntivo ci sarebbe stato un aumento della redistribuzione dei redditi all’interno della popolazione pari al 6%.

In un’altra analisi econometrica, condotta dall’economista Antoine Bouet, considerando il caso di apertura totale dell’economia e prendendo sempre il caso degli Stati Uniti, la realizzazione del pieno libero scambio comporterebbe un guadagno dello 0,1% del Pil. Dall’analisi di questi due studi, un’eccessiva apertura al commercio internazionale, dove il livello di apertura commerciale fra l’altro è già elevato, porterebbe a un aumento delle disuguaglianze, ma soprattutto a costi distributivi molto alti, decisamente superiori ai guadagni.

Prima di ritenere le proprie convinzioni come una religione, propagandata dai media come tale, facendo passare per populisti o xenofobi chiunque non sia d’accordo con il pensiero unico, contate all’infinito, così rimarrete in silenzio e ci risparmierete tutto questo strazio.