Non sottovalutare l’Islam

Non sottovalutare l’Islam

Attenzione a non sottovalutare l’Islam e la disarmante semplicità dei suoi “5 pilastri” – unicità di Dio, preghiera giornaliera, digiuno nel mese del Ramadan, elemosina legale, pellegrinaggio a La Mecca – con i quali attrae a sé chi, tra noi europei, è alla ricerca di una spiritualità genuina, oppure si accinge a convolare a nozze con un musulmano o una musulmana.

Ripeto, attenzione, perché questi “pilastri” costituiscono il biglietto da visita strumentale a far sfoggio di presentabilità, ma vi sono altri precetti ai quali l’Islam militante ha messo la sordina, perché sono suscettibili di rivelare la tendenza di fondo all’intolleranza. Ritengo che il buon musulmano – in quanto homo religiosus – sia a me molto vicino nella professione onesta della propria fede, ma esiste un discrimine, e quel discrimine si identifica proprio con quell’aggettivo: «buon».

Il buon musulmano, conscio che la sua professione di fede può portare all’intolleranza violenta nei confronti di chi musulmano non è, ne mitiga la portata ripudiando quella militanza attiva che invece impronta il musulmano militante, l’islamista, disposto a tutto, anche ad uccidere, pur di far trionfare la sua fede.

Di tali musulmani, convinti di essere «er mejo», l’Europa è ormai piena (si stima il 10% della popolazione).

Quanto al “buon” musulmano, come ho già avuto modo di spiegare nelle varie conferenze tenute sull’argomento, ritengo sia perfettamente identificabile con il “discorso di Toumliline” pronunciato dall’allora Principe Ereditario e poi Sovrano marocchino Hassan II all’atto di inaugurazione dell’omonimo monastero:

«In questo paese che Sua Maestà il Re spera veder diventare il ‘trait d’union’ tra l’oriente e l’occidente […] signore e signori, siete a casa vostra, perché l’uomo dabbene, il credente, l’uomo onesto, dappertutto si trova a casa sua […] quindi, questo paese che è anche il vostro, è soprattutto la casa di Dio, la casa di tutti i credenti, la casa di tutti gli uomini che hanno uguali aspirazioni in un mondo migliore».

Ma, ritorniamo all’argomento dei 5 pilastri coi quali si vuol far sfoggio di semplice, innocua e “presentabile” fede religiosa, e diamo un’occhiata ai precetti. Scopriamo così che alcuni  incidono direttamente sul vivere civico e che sottendono una “impresentabile” intolleranza di fondo. Su tutti vi è il (taciuto) precetto secondo cui un uomo o una donna non musulmani che si sposino con un musulmano o una musulmana devono farsi musulmani.

Tale precetto, per la militanza islamista, assume un valore fondamentale perché funge da moltiplicatore della nota propensione a figliare delle famiglie arabo-islamiche.

La costrizione alla conversione matrimoniale costituisce una trappola ben congegnata nella quale è facile cadere, perché “in fondo si tratta solo di recitare la formula dell’unicità di Dio, e anche noi cristiani crediamo in un Dio unico”. Ma non è esattamente così, perché nei paesi ove vige l’Islam attivo e militante, oltre alla shahada (la formula che attesta la credenza nell’unicità di Dio), è necessario assumere un nome evidentemente arabo-islamico e sottoporsi alla circoncisione (ovvio: se vuoi diventare musulmano, devi portare inciso nella carne il segno della tua appartenenza) e quella conversione per amore, apparentemente solo formale, viene anche ratificata da un notaio (‘adul’) che mette il timbro sulla musulmanità del neo-musulmano. Ed essendo divenuto musulmano, qualora decidessi di «smusulmanizzarmi» – o scoprissero che non sono diventato musulmano come vogliono loro – in quei paesi arabo-islamici, ove l’Islam impone al credente la militanza e chi musulmano non è viene ridotto in stato di dhimmitudine (sottomissione amministrativa), diventerei immantinente apostata e sarei soggetto alla pena capitale.

Gli islamisti (leggi la confraternita dei Fratelli Musulmani) contano molto sull’arma demografica e sanno che, fra una generazione, tra i figli delle coppie originariamente musulmane, i convertiti per amore e i loro figli, in Europa essi avranno raggiunto una quota numerica destinata a far sentire tutto il suo peso sulle nostre miopi istituzioni democratiche.