Breve riflessione sulla nostra Patria

Breve riflessione sulla nostra Patria

Una breve riflessione sulla storia e sulla spiritualità che caratterizzano la nostra Patria, l’Italia, il cui primato morale e civile era dato per scontato almeno fino alla sua unità politica.

Un’antica leggenda di cui non ho esatta contezza se non nel mio ricordo, dice «mentre gli ebrei adoravano il vitello d’oro, un angelo del cielo lasciava cadere un ramoscello d’alloro alle foci del Tevere»… ci vuol poco a pensare a Roma e alla sua inoppugnabile provvidenzialità nella storia dell’uomo («madre che doni ai popoli la legge»).

Dante, nel primo canto della Divina Commedia, smentendo ogni considerazione che fa nascere l’idea di Italia come patria con carbonari e massoni, parla chiaro: il Veltro (evidentemente Cristo) che ricaccerà la lonza nell’Inferno.

« … non ciberà terra né peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui mori’ la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e niso di ferute».

Dante, uomo medievale per eccellenza, assieme all’umanista Petrarca e al rinascimentale Michelangelo, non si sentiva meno italiano del Manzoni, che è riuscito a piazzare sul mercato una frase di una banalità sconcertante come: «liberi non sarem se non siam uni».

Gli italiani sempre si sono sentiti italiani e sempre si sono identificati con il loro campanile, riferimento di pietra di un’antica struttura amministrativa e sociale di stampo tardo romano (e cattolico), la Diocesi. Mai gli abitanti della penisola italica non si sono sentiti italiani e sempre hanno identificato nel cattolicesimo di Santa Romana Chiesa e nel campanile della propria diocesi la cifra della loro italianità.

Molto più tardi, dalla Francia, il Cardinale Bossuet, per confermare la provvidenzialità storica del Cristianesimo, dirà: «Per lui (Cristo) ha pensato Aristotele, per lui hanno marciato le legioni di Cesare», sancendo così la centralità storica di Roma (dell’italica Roma) per cui, sempre Dante, nel XXXII canto del purgatorio farà dire a Beatrice:

«qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco senza fine cive

di quella Roma onde Cristo è Romano».

Anche a quei tempi era impensabile una Roma non italiana, ma era altrettanto impensabile un’Italia strutturata come uno Stato i cui connotati son tutto fuorché integrabili con l’universalità dell’Impero Romano e della spiritualità che la romanità aveva abbracciato, il cattolicesimo.

Proprio come l’Italia dei giorni nostri, alla quale è stata imposta una camicia di forza che le impedisce di esprimere al meglio la genialità del suo popolo.  

Infatti, tranne la prima affermazione di cui sopra (quella del ramoscello di alloro), che si perde nella notte dei tempi e che potrebbe avere i connotati di una profezia, le altre sono solo affermazioni, tuttavia evidenziano e confermano quello che il Gioberti indicherà come il primato morale e civile degli italiani.

Un primato che purtroppo sembra essersi spento quando con l’unità si è andata affermando un’Italia via via distante dalla sua naturale e provvidenziale spiritualità e proiettata verso tradizioni altre, che non le appartengono.

La provvidenza storica stava operando per realizzare una realtà territoriale, patria a misura del popolo italiano, un piccolo «impero» fatto di diverse autonomie territoriali, unite da storia, cultura e religione; ma la controprovvidenza incarnata nella nebulosa protestante-illuministico-massonica ha accelerato il processo, facendo sì che l’Italia si unificasse a spese della sua cultura, tradizione e spiritualità in una realtà politica unitaria che non era nelle sue corde e che l’ha ingessata.

Infatti, malgrado lo sforzo bellico della 1^ Guerra Mondiale, che ha accelerato l’integrazione, e a parte i 20 anni di fascismo – che le ha dato lo slancio classico delle terapie azzeccate,  ma che non risolvono il problema, perché la malattia è mortale, e che ha prodotto strutture urbane e sociali di notevole rilievo – dalla sua unità politica l’Italia non ha prodotto niente di italiano, ma solo obbrobri urbanistici e sociali, copiati, male, dalle nazioni protestanti e massoniche che l’hanno tenuta – e che continuano a tenerla – a balia.

Pertanto, come dice il sommo poeta «Ritorna a tua scienza …», al tuo campanile e alla tua tradizione romana e cattolica, al tuo naturale primato morale e civile e, come direbbe quello che reputo essere il miglior filosofo europeo della seconda metà dell’800, Donoso Cortes, «fuggi dall’eresia».