Sentenza di primo grado sulla cosiddetta trattativa, a Palermo si vendono specchietti per le allodole

Sentenza di primo grado sulla cosiddetta trattativa, a Palermo si vendono specchietti per le allodole

Dopo cinque anni, morto anche Totò Riina, si è concluso a Palermo il processo di primo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Secondo questa prima verità processuale, i corleonesi di Riina, attraverso un clima di terrore, ricattavano lo Stato per ottenere la sospensione del 41-bis… e lo Stato si mise a trattare.

Il teste principale – altre volte, e in processi collaterali, considerato inattendibile – è stato, come è noto, l’ex enfant prodige Massimo Ciancimino, il quale viene però condannato, per calunnie rivolte all’ex capo della Polizia De Gennaro, a otto anni. Condannati anche Dell’Utri, un ufficiale – De Donno, che fu peraltro collaboratore di Falcone – e due generali dei Carabinieri, Mori e Subranni. Assolto, invece, Nicola Mancino, allora Ministro dell’Interno. Sui mafiosi, condannati e non, tornerò dopo perché ho un forte ronzio nelle orecchie. È la voce dell’unico “pentito”, della primissima ora per giunta, del circo dell’antimafia di professione: il mio amico Gioacchino Basile. Il solo “pentito”, mai pentito, che nulla ha guadagnato lasciando il campo di chi lo schierava tra le proprie fila prestigiose.

“I nostri Eroi (Falcone e Borsellino Ndr.) non morivano perché scoprivano imperscrutabili segreti (la trattativa tanto cara al fu PM Ingroia, oggi discretamente in ambasce, e alla nuova MagiStar Di Matteo, ndr.), ma un attimo prima di applicare la semplice legge che metteva in grave difficoltà il vile grumo politico – affaristico (mafia e appalti), in cui s’incontrano gl’interessi della mafia e del vile teatrino dell’antimafia; l’altra mafia”. Questo ripeterebbe quel matto di Gioacchino.

Cosa dice invece Nino Di Matteo? “Nella nostra impostazione accusatoria, che ha retto completamente, si sostiene che Dell’Utri sia stato la cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e il governo Berlusconi”. A parte qualche incongruenza con la precedente condanna, per concorso esterno, a Dell’Utri (“ha mantenuto rapporti con i boss fino al 1992”, il primo governo Berlusconi è del ‘94), sta tutta qui la ragione dell’epocale soddisfazione del PM Di Matteo e dei suoi fan?

Ancora Gioacchino: “Non c’è mai stata alcuna trattativa fra cosa nostra ed i vili governi, nazionali e siciliani che manipolarono l’onore dello Stato e le risorse pubbliche fino alla strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992. Qualsiasi società che può definirsi Stato, anche quello di bassa credibilità morale ed istituzionale come il nostro, non può esser minimamente messo in difficoltà (contro la sua vera volontà) dalla feccia umana associata in cosa nostra. È vero invece che negli anni ‘70, in concomitanza del consociativismo, si riconsolidò in Sicilia lo storico accordo fra l’indegna classe economica e politico-istituzionale e cosa nostra, che per circa un ventennio venne utilizzata in funzione militare a garanzia degli indegni patti politico-affaristici e criminali stabiliti nei tuguri dei palazzi della borghesia siciliana, […] una sorta di coordinamento trasversale tra fiduciari del potere […] L’urgente strage di via D’Amelio, compromise la tenuta di quel quadro infame e quelle istituzioni politiche furono costrette a tradire i loro miserabili servi, ad eccezione degli esecutori della strage, i Galatolo, che non furono disturbati fino al 12 luglio 1997…”.

“Una sorta di coordinamento trasversale tra fiduciari del potere”, un sistema consolidato e storico, non un’emergenza occasionale, il braccio armato mafioso viene poi colpito solo nella sua componente ormai inutilizzabile, pentita o perdente.  Ma c’è chi canta vittoria per la sentenza di ieri, e non è certo mia intenzione difendere i condannati, non è questo il punto. A domande fondamentali, tuttavia, non arriva alcuna risposta.

Perché fu insabbiata la pista mafia-appalti, seguita prima da Giovanni Falcone e poi da Paolo Borsellino, che interessava anche i grumi storici ed essenziali delle partecipazioni statali?

E il grand commis degli USA Napolitano? Quelle intercettazioni distrutte tra l’ex capo dello Stato (dopo il suo più recente replay dei “Non ci sto” che Scalfaro, Presidente della Repubblica negli anni delle bombe, aveva pronunciato a suo tempo di fronte alle accuse sui soldi presi dai servizi segreti) e l’assolto Mancino?

E il ruolo della massoneria, le cui relazioni con le cosche sono ormai storia vera anche per la stampa mainstream e la Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi? Possibile che nemmeno la vicinanza trasversale delle logge ad ogni luogo del potere, dalla magistratura alle cancellerie dei tribunali, entrambe in grado di rallentare i processi e di smarrirne i fascicoli, trovi posto in una trattativa con la criminalità organizzata?

E i vertici dei Carabinieri e della Polizia, dobbiamo davvero credere che si trattò solo dell’operato di Mori o Contrada, prima campioni della lotta alle mafie e poi singolarmente conniventi? O si tratta, piuttosto, di un modus operandi ben consolidato, che poi difende se stesso e la propria continuità sacrificando alcuni pezzi per una sorta di selezione naturale?

Possibile che lo Stato dialogante con la mafia sia solo quello rappresentato da alcuni carabinieri e dall’amico siciliano di quel Berlusconi, che diventerà premier nel ’94, condannato per interposta persona?

E i Presidenti del consiglio, Amato e Ciampi, in carica in quegli anni in cui lo Stato trattava? È davvero poca cosa questa trattativa, a Palermo si vendono specchietti per le allodole.

Sui mafiosi tornerò, avevo scritto. Giovanni Brusca, quello che ordinò di sciogliere nell’acido un bambino, che secondo i magistrati avrebbe azionato il telecomando che fece saltare in aria Falcone, non viene condannato, per prescrizione del reato, in questo “importantissimo” processo. Trattamento di favore per il suo pentimento? O per la sua fedeltà militare? O per tutte e due le connesse manifestazioni?

L’essenza di questa “trattativa” è, insomma, al di là della gioia dei neo-boiardi grillini (l’esultanza di Fico è davvero commovente), lo ripeto, davvero poca cosa, perché il contatto, occasionale e contingente, tra Stato e mafia sarebbe stato cercato solo da alcuni pezzi dello Stato e non da altri, anzi a loro insaputa? Può la magistratura considerarsi del tutto innocente, ad esempio, quando sono ben noti l’espressione “nido di vipere” che sulla Procura di Palermo usò Paolo Borsellino e l’isolamento dei due magistrati eliminati con modalità non certo ascrivibili alla sola cosa nostra e a qualche piccolo pezzo deviato dello Stato? Perché non si tiene conto, poi, degli storici rapporti di sistema che, dai tempi dello sbarco americano in Sicilia, massoneria e antifascismo hanno sempre tenuto con l’utile braccio rappresentato da cosa nostra, perché tutto sembra iniziare e finire all’interno di brevi segmenti temporali?

Sì, non c’è alcun motivo di cambiare idea dopo questa ”storica” sentenza tutta palermitana e anche per questo di rilevanza nazionale: siamo di fronte alla prima tappa di uno dei consueti interminabili depistaggi che servono, come è storica consuetudine in Italia, a salvaguardare il sistema al di là di chi di volta in volta lo rappresenta. Si dà una botta a chi è sacrificabile, salvo poi riabilitarlo in extremis come già avvenuto per Contrada, per coprire le responsabilità di quei poteri dello Stato la cui salvaguardia è prioritaria per la conservazione del sistema stesso.

Peccato sia morto il solito Riina, in compenso hanno caricato sulle spalle del “povero” Bagarella altri 28 anni di carcere, ma nessun ruolo emerge per quei Galatolo all’interno del cui storico territorio saltavano in aria un giudice, alcuni poliziotti e un palazzo.

Aspettiamo di poter leggere sui giornali dell’effimera ascesa politica di un nuovo Pietro Grasso – dalla Procura di Palermo si esce morti solo quando si ha la vocazione dell’eroe e non si è venerati in vita dalla sinistra, in caso contrario si fa carriera – e delle solite dichiarazioni di circostanza sulla capacità di riorganizzarsi di un’eternamente invincibile cosa nostra che, anche un bambino lo capirebbe, se davvero fosse estranea allo Stato sarebbe già stata fatta fuori da un pezzo, senza mai intavolarvi alcun genere di trattativa.