Vivere e vegetare

Vivere e vegetare

Alfie è morto.

Intorno a lui si è scatenata una battaglia folle, nella quale non credo, per la complessità della situazione, che le parti schierate fossero chiaramente individuabili: da una parte i buoni, i cattolici che hanno pregato perché il piccolo non fosse staccato dal respiratore e dall’altra, come molti scrivono, i cultori della morte che, pure, sono molto attivi ai nostri giorni.

Penso non si sia brave persone se si crede che l’uomo sia padrone assoluto e indiscusso del proprio destino e che dare la morte ad un innocente, anche se per motivi ragionevoli, sia un atto moralmente legittimo.

Penso anche non si sia buoni cattolici se si pensa che debba essere sempre, comunque, forzatamente, ossessivamente evitata la fine a corpi devastati, attaccando quei corpi a delle macchine che li faranno vegetare. Ma vivere non è vegetare!

La dottrina della Chiesa di Roma su questo è chiarissima e, mi pare, altrettanto saggia perché se è vero che: “un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana”; altrettanto limpidamente insegna che: “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima.”

Non si sarebbe potuto, dunque, interrompere l’idratazione e l’alimentazione ad Eluana Englaro, perché Eluana, incredibilmente, godeva di ottima salute, era serena e non sofferente nel suo coma “eterno”. 

Mi chiedo però perché la Chiesa di Roma abbia anni fa alzato le barricate quando un malato di Sla decise di non essere più ventilato, alimentato, idratato?

Non si trattava nel suo caso di cure onerosissime, straordinarie, sproporzionatissime? Difficile negarlo.

Nella Evangelium Vitae leggo: «Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.» 

La vita di un cristiano prevede anche l’accoglimento della propria ed altrui fine, anzi, la vita di un cristiano non è davvero cristiana senza l’accettazione della morte.

Complessa, ma tutta da valutare, la situazione del bambino inglese, in primis perché non c’era una diagnosi certa. Anche solo per questo avrebbe meritato una possibilità, che solo Roma (stavolta davvero caput mundi!) gli voleva concedere! 

Le cure a cui era sottoposto erano sicuramente straordinarie, ma sembra non fossero particolarmente onerose per il piccolo, che appariva sereno; i risultati attesi erano infausti, ma non certi… anche perché mancava la diagnosi!

Come mai, allora, si è deciso di non lasciarlo partire per l’Italia? Strano sia morto poco dopo un intervento sanitario… cosa gli è stato fatto? In quell’ospedale ci sono solo medici o, forse, operano pure quei cultori della morte che procurano aborti ed “eutanasizzano” anziani?

Ho paura che Alfie sia diventato un problema internazionale di cui sbarazzarsi. Non si può e non si deve far “vivere” per forza, ma soprattutto non si deve far morire per forza.

Mi pare che in Gran Bretagna qualcuno abbia optato per questa seconda, spaventosa possibilità, però quelle barricate che ho visto alzare anni fa per malati che legittimamente sceglievano di evitare l’accanimento terapeutico, non mi pare siano state fatte né invocate per un bambino di due anni, senza diagnosi e con un aereo italiano pronto a prelevarlo.

Clero troppo silenzioso o troppo loquace, troppo spesso a sproposito… questa la mia impressione.