I 200 anni del Male. Karl Marx 1818 – 2018

I 200 anni del Male. Karl Marx 1818 – 2018

Il 5 maggio del 1818 nasceva Karl Marx. Questa scarna nota biografica apre le porte ad un intero mondo. Un mondo infernale nel senso etimologico del termine: dominato dalle spinte più basse e materiali dell’uomo.

Certamente il comunismo non è una “creatura” del solo Marx, in quanto affonda le proprie radici nella sovversione che ciclicamente si alza a sconvolgere le civiltà tradizionali. Tuttavia, la centralità del suo pensiero all’interno della retorica e dell’ideologia comunista – di cui spesso “marxismo” è sinonimo – lo rende il deus ex machina di un intero sistema politico e filosofico.

Questo intervento non vuole fermarsi a considerazioni – quasi calcistiche – su chi “abbia fatto più morti” fra le ideologie di massa. Non è questo il piano su cui deve giocarsi una critica radicale del marxismo. Infatti, è la struttura del pensiero elaborato da Marx, di per sé, a rappresentare la completa antitesi di una concezione dell’uomo, della vita e della storia sana ed ordinata.

Nel mondo teorizzato da Marx l’unica forza in gioco è l’economia: i rapporti umani si basano su confronti meramente quantitativi fra domanda ed offerta, fra manodopera e forza lavoro. La dialettica nel divenire storico fra queste due forze fa scaturire il “conflitto di classe”. In questa accezione, borghesia e proletariato vengono intesi come due schieramenti impermeabili e per natura reciprocamente ostili: i proprietari dei mezzi di produzione vengono demonizzati, mentre viene esaltata la forza della massa che nulla ha ma che tutto vuole.

Da qui derivano alcune conseguenze fondamentali per comprendere ed avversare il pensiero marxista. Consideriamo, a titolo di esempio, le più evidenti.

Primo: non vi è alcuno spazio per la dimensione spirituale e qualitativa dell’uomo. Concependo l’individuo come una monade di forza-lavoro, i rapporti umani vengono valutati su base meramente quantitativa ed aritmetica: due uomini valgono più di uno perché possono sviluppare più forza lavoro. Nessuno slancio spirituale, eroico, individuale viene concepito all’interno di una società massificata, al cui interno la “produzione” e la realizzazione economica (più benessere materiale per la massa) sono gli unici obiettivi. La religione, la cultura, l’arte – perché non comprese dalla massa abbrutita – vengono qualificate come sovrastrutture da abbattere e da eliminare. E qui il pensiero va spontaneamente alla grande frase di Ernst Jünger: “profondo è l’odio che l’animo volgare nutre verso la bellezza”.

Secondo: non vi è alcuno spazio per concetti quali lealtà, gerarchia, coralità. Se il maestro diventa padrone e l’allievo diventa proletario, non vi sarà alcuno sforzo comune per raggiungere un obiettivo superiore a sé stessi, ma soltanto odio e desiderio di rivalsa e di prevaricazione. Trovare il proprio posto nel mondo – umile o grande che sia – diventa peccato mortale: tutti devono occupare un unico posto, diventare repliche infinite del medesimo uomo astratto. La società predica la libertà fine a se stessa per far dimenticare all’uomo i propri doveri e quanto sia nobile adempierli. Nessun cavaliere percorre le strade tracciate da Marx.

Terzo: viene affermata la pericolosa ed errata equiparazione fra il concetto di “desiderio” e quello di “diritto”. Come già preannunciato dal libello “Cos’è il Terzo Stato?” che aveva infiammato la rivoluzione francese, il voler “diventare tutto” coincide automaticamente con il diritto a diventarlo. Le – legittime – rivendicazioni dei lavoratori ad una vita dignitosa vengono canalizzate verso la direzione puramente quantitativa e materiale del termine: pancia piena, testa vuota. Nessun dovere o pensiero, ma una isterica identificazione di tutti con tutti, in cui confondersi ed appagarsi indefinitamente.

La natura demonica del comunismo emerge, così, dalla patina di idealismo di cui è rivestita. Dietro al “sole dell’avvenire”, infatti, si nasconde una terra arida e bruciata, densa di città geometriche e di anime vuote. Il mondo teorizzato da Marx, dunque, è quanto di più lontano possa essere concepito dalla concezione tradizionale della civiltà e della storia.

Per contrastare il comunismo e tutte le sue derivazioni attuali, dunque, non serve recitare slogan senza comprenderli o vomitare insulti. È necessario conoscere il nemico, soffermarsi a riflettere su ciò che realmente è, chiamarsi fuori dalla sua orbita con uno sforzo individuale, consapevole e risoluto. Uno sforzo da uomini liberi, quelli che Marx avrebbe odiato.