Maravigliosamente. Amore. Vita. Politica

Maravigliosamente. Amore. Vita. Politica

“Um der Gotter Ende / gramt mich die Angst nicht,/ seit mein Wunsch es will!”

(Più non mi affligge l’angoscia per la fine degli Dei, dacché la vuole il mio desiderio!)

In questa chiara coscienza di morte come trascendentale giustizia, il dio Wotan, nella Walkure, accetta il compimento del destino approntatogli sin dall’inizio dei tempi. Così, nella lotta tra la lancia del Dio e la spada dell’Eroe, emerge l’infrangersi della necessità cieca (Notung, spada di Siegfried) contro il Wille zur Macht che arderà finalmente il cosmo, consumandolo.

È, questa dell’amor fati, traccia carsica dell’ultimo libro di Anna K. Valerio, Maravigliosamente. Amore. Vita. Politica (Il Cavallo Alato – Edizioni di Ar, Padova 2018), silloge infiammata che raccoglie abbacinanti “Esercizi di ammirazione” (e come non raccomandare perlomeno quelli su Cristina Campo, su Nicolas Gomez Davila, e poi il Giappone eroico del Bushido, e Carlo Michelstaedter, e la “Danza immobile”), una rilettura estatica del miglior Meyrink esoterico, quello del “Viso verde” (l’amore, l’a – mors, è la via esoterica per definizione), la sprezzatura come cifra che tutto riunisce, sprezzatura del dolore inutile e pietoso, senza forma né forza, ostile alla vita.

Perché amor fati? Perché è fuoco che consuma e ripulisce, restituendo alla scrittura l’origine sua propria, alla radice dell’atto creatore, una “eugenetica tradizionale” per usare parole (e vita, lei che tanto bene la conosce) dell’autrice stessa.

La via al simbolo, altra definizione per l’amor fati, si fa corpo e scrittura per il tramite dell’aristocrazia di sangue e spirito di Cristina Campo e Gomez Davila, o dei versi di Antonia Pozzi e Pierluigi Cappello, o dell’eros marziale di Riccardo Bacchelli – e dona forma all’inesprimibile kairos.

Questo conduce al miglioramento del simbolo, al suo impiego superiore. Se infatti lo spirito creativo si pone in contatto con l’arte, o si arrischia a fissare in forme visibili le idee e il gioco eterno del fanciullo-tempo (e quanto Eraclito balugina tra queste pagine, al modo del fulmine che, per dirla con una vecchia battuta, “quando guardo verso di esso il fulmine non scocca, non appena volgo lo sguardo, eccolo”), allora il simbolo deve per così dire estendersi a ciò che è senza limiti e confini. A questo livello esso deve sollevarsi oltre se stesso ed incarnare i principi più totalizzanti/totalitari ed elevati. Se però l’inesauribile pienezza e l’imperscrutabile profondità deve diventare manifesta nella forma, allora nasce un compito che, considerato così semplicemente, annullerebbe se stesso. O sarebbe in grado ciò che è condizionato di fare le veci dell’illimitato, e ciò che è mortale essere veicolo dell’immortale? Da questa insufficienza di forza rispetto al compito, deriva ora un duplice tendere.

O il simbolo segue la sua tendenza naturale, che è rivolta verso l’infinito, oppure il simbolico si dà dei confini, e si mantiene sull’esile linea mediana tra spirito e natura. In certo senso è in grado di rendere visibile perfino il divino.

Qui l’essenza non ha di mira lo sconfinato, ma, obbedendo alla natura, imbevendosi di amor fati, si dispone nelle sue forme, le penetra e dà loro vita.

Ecco dunque il fuoco che ardendo crea, etsi mortuus urit, “solo una fiamma può accostarsi così all’orecchio di un uomo e sussurrargli: Guarda… ho incendiato il mondo per te! E bruciarlo e continuare a ballare – a crollare – lieve nel cerchio della propria bellezza e poi ritrarsi, dopo averlo già contagiato e reso fiamma” (pag. 28).

E reso fiamma e reso fuoco… fuoco eracliteo, che alchemicamente trasmuta il divenire, dunque la morte, in rigenerazione attraverso il polemos, fuoco segreto e lavico, lo stesso che accolse Empedocle quando volle ascendere.

fbt

Qualcosa di simile, del resto, testimonia Nietzsche stesso, quando rievoca il giorno della prima visita a Tribschen, magari – occorre pur dirlo – romanzando lievemente la fausta occasione: dice di aver ascoltato il Maestro che, sul pianoforte, eseguiva un passaggio del “Siegfried” rinascente: “Verwundet hat mich,/ der mich erweckt” (Ferita m’ha chi m’ha svegliata): frammento indistinguibile del resto, e non certo memorizzabile. Ma, anche qui, non è l’esattezza minuziosa del particolare ad offuscare la luminosità del ricordo felice.

Maravigliosamente ferita dal risveglio, sta la scrittura di Anna K. Valerio, dunque Anna, là dove lampeggia il fulmine quando si distoglie lo sguardo.