Tutti proprietari! La dottrina sociale naturale e cristiana nel distributismo di Hilaire Belloc

Tutti proprietari! La dottrina sociale naturale e cristiana nel distributismo di Hilaire Belloc

Curioso il destino editoriale italiano de Lo Stato servile, il testo politico-economico più importante del grande e prolifico scrittore cattolico anglo-francese Hilaire Belloc che, insieme ai fratelli Chesterton, a padre Vincent McNabb e ad altri, è un illustre rappresentante di quella, altrettanto illustre, piccola schiera intellettuale del battagliero cattolicesimo inglese, capace da sola di produrre centinaia di titoli importantissimi dei generi più svariati e in grado di vantare, tra gli altri meriti, anche quello di aver formato J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, unico anglicano tra questi, ma non certo il meno prezioso nel fornire le armi necessarie per uscire vincenti dalla temperie dell’antiumanesimo agnostico moderno e contemporaneo.

Quello che è forse il primo manifesto del distributismo, Lo Stato servile (1912), infatti, filtra in Italia solo nel 1968 per la collana “La critica alla democrazia” dell’editore alternativo Volpe, ma viene tradotto integralmente, per essere pubblicato solamente nel 1993, a cura di una casa editrice liberal-democratica, la Liberilibri di Macerata (che lo ha poi ristampato nel 2012), con l’intento pressoché dichiarato di  arruolarne l’inconsapevole autore (con le introduzioni dell’economista Marco Vitale e del sociologo Robert Nisbet, quest’ultima relativa ad un’edizione americana del 1977) fra le schiere di quel cattolicesimo liberale a cui il grande amico di G.K. Chesterton – un cattolico roccioso, che oggi verrebbe definito “tradizionalista”(è del resto lo stesso Vitale a lasciarsi sfuggire l’espressione “veemente ed ortodosso cattolico”) – mai volle appartenere.

Ma tant’è, senza l’interessamento degli ormai maggioritari cattoliberali, ai tempi del prolifico scrittore della rinascita cattolica inglese assolutamente minoritari, Lo Stato servile di Belloc attenderebbe ancora di essere tradotto in italiano, così come, del resto, attende ancora una versione italiana, solo per rimanere nell’ambito tematico che adesso ci interessa, quell’Economics for Helen pubblicato nel 1924 dal fondatore (con G.K. Chesterton) della Distributist League.

Eppure, per chi conoscesse già Giacinto Auriti, e non lo avesse ancora fatto, la lettura de Lo Stato servile sarebbe indispensabile perché – nel condiviso, strettissimo collegamento con la Rerum Novarum (che, come scrive Pio XI nelle prime pagine della Quadragesimo Anno, “senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo” “affrontava coraggiosamente gli idoli del liberalismo e li rovesciava”) – coglie perfettamente l’essenza sociale ed economica di una terza via che non può non assumere come motto qualificante e programmatico quel medesimo “tutti proprietari” con il quale proprio il grande giurista abruzzese sintetizzò il contenuto operativo dell’enciclica di Leone XIII, ricavandone la sacrosanta necessità della proprietà popolare della moneta.

Per chi, invece, nulla sapesse di Auriti, il testo di Belloc potrebbe senz’altro servire da introduzione al concetto di fondo che collega in modo strettissimo l’idea di libertà in esso presente – idea niente affatto liberale, malgrado la comune radice linguistica – ad un’adeguata distribuzione della proprietà dei mezzi di produzione, concetto certamente propedeutico anche per la più completa comprensione dell’opera del prezioso don Giacinto.

In ogni modo, una formazione storica, oltre che, naturalmente, economico-politica, che voglia correttamente privilegiare la matrice spirituale di ogni scienza umana non può fare a meno della preziosa opera di Belloc, utilissima, oltre tutto, per l’educazione al corporativismo di ogni militante forzanovista.

Stato servile e Stato distributivo, “la libertà attraverso la distribuzione della proprietà”

Tutte le spiegazioni in pillole del Servile State di Belloc non possono esimersi dall’utilizzare la definizione che ne fornisce lo stesso autore a pagina 11: “Chiamiamo Stato servile quell’ordinamento sociale per il quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.  
La tesi del volume è che la società industriale tende a ripristinare la schiavitù, lo Stato servile (dall’aggettivo latino servus), appunto.

Questo sistema ha storicamente avuto origine nella forma dello “Stato servile pagano”, dato di fatto da cui non scaturisce un giudizio di valore in sé negativo, scomparendo “lentamente man mano che si sviluppava la civiltà cattolica, e, a dire la verità, ha cominciato lentamente a ricomparire laddove la civiltà cattolica è retrocessa”.

L’unica alternativa allo Stato servile, storicamente determinatasi fino al secolo XIX, è lo Stato distributivo. Esso era “… in via di formazione allorché lo smembramento della nostra civiltà europea avvenuto nel sedicesimo secolo ne arrestò lo sviluppo, generando lentamente al suo posto […] il capitalismo” (1).

L’instabilità costitutiva del capitalismo (vera e propria catastrofe, come afferma più volte Belloc) in cui i mezzi di produzione sono già nelle mani di pochi (ma che conserva una certa libertà politica), la sua necessità di eliminare le laceranti contraddizioni e tensioni interne per raggiungere una forma stabile, lo conducono (“e gli uomini sarebbero lieti di accettare e perpetuare una simile condizione”) (2) alla forma di Stato servile.

Paradossalmente – ma neanche tanto, a pensarci bene – è proprio la garanzia della sussistenza del lavoratore proletario, il salario minimo garantito, a perpetuarne la condizione di schiavitù, facendogli dimenticare la possibilità di libertà che gli viene negata: essere proprietario. Più si riduce la piccola proprietà, più aumenta la concentrazione dei mezzi di produzione della ricchezza in poche mani e più crescono gli squilibri.

Questo processo non era ancora del tutto compiuto nei primi anni del ‘900, ma i traguardi perseguiti più o meno consapevolmente dal capitalismo – e dalla pseudo-alternativa collettivista da esso facilmente assimilata, nel corso di un’inevitabile normalizzazione che ne smascherava le sostanziali affinità – in direzione di uno Stato servile erano chiari. Si trattava già allora di schierarsi: “Questo nuovo Stato – continua Belloc – sarà gradito a chi desidera consapevolmente o implicitamente che fra noi si ricomponga una differenza di status tra proprietari e non proprietari, mentre risulterà intollerabile a chi vede con sfavore o teme una tale distinzione”. (3)

Può “una società solida, libera ed equilibrata” esistere in mancanza di “una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”? E quali sono stati, e potrebbero ritornare ad essere, gli strumenti necessari per tentare di ricostituire questa forma ottimale di società? (4)

La natura retorica della prima domanda che ricavo dal testo dello scrittore inglese è evidente. Riguardo al secondo quesito, è nel Medio Evo cristiano delle gilde e delle corporazioni che l’autore individua l’essenza del modello distributista, alternativo a capitalismo e collettivismo statalista; è un sistema corporativo, che presenta indubbiamente una forte spendibilità programmatica anche oggi, almeno per chi non voglia limitarsi a soluzioni statali tampone o non sia fermo al fideismo laicista nel magico potere regolatore della “mano invisibile del libero mercato”.

Il realismo cristiano, del resto, rifugge dalle sperimentali fughe in avanti e fonda le proprie ragioni sulle tracce di ciò che a lungo ha già funzionato, sulle basi concettuali di un modello reale che – al di là del tipo di economia che lo fondava, agricola e non industriale, né tanto meno post-industriale – trasmette un’alternativa spirituale e politica verso cui tendere in virtù di un destino che, per essere politico, non può che essere metapolitico.

Si tratta certamente di una prospettiva strategica rivoluzionaria, che ha come fondamento l’analisi storica già operata da Leone XIII, quando afferma (nell’introduzione della Rerum Novarum) che dopo la soppressione delle corporazioni di arti e mestieri nulla fu pensato “in loro vece”, consistendo uno degli scopi delle gilde e dei vari corpi intermedi nella più equa distribuzione della proprietà, oltre che nella protezione dei lavoratori, rimasti “soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni”, “di una sfrenata concorrenza” e di “un’usura divoratrice”.

La gilda era una società in parte cooperativa, ma per lo più formata da detentori di capitale privato che si univano in modo autogestito, con funzioni di controllo della competizione fra i suoi membri; preposta, quindi, a prevenire la crescita dell’uno ai danni dell’altro”, […] salvaguardava con estrema cura la divisione della proprietà, con lo scopo di non permettere che all’interno dei suoi ranghi si formasse un divario fra proletariato da una parte e capitalismo monopolizzatore dall’altra”. (5)

Inoltre: “Al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute…”. (6)

Stiamo parlando dell’essenza stessa, insieme pratica e metafisica, della libertà, perché l’uomo “è provvidenza a sé stesso” (“Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. […] Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato…”) (7), essenza che avrà la sua influenza, sia detto per inciso, anche sull’intuizione del corporativismo fascista, perché l’anteriorità dell’uomo allo Stato è ben compresa, ad esempio, da quel Carlo Costamagna che, nella sua Dottrina del fascismo,  parla di “popolo a soggetto dello Stato […] quale organismo etico identificato da una coscienza unitaria” (8), garantita dalla superiorità della sfera politica (8 bis) senza la quale “il sistema corporativo non tarderebbe a diventare il paravento del grande capitalismo; le singole corporazioni si trasformerebbero in trusts perfezionati e preparerebbero i monopoli di fatto a danno dei consumatori”, con una classe operaia così ridotta a mera “classe consumatrice” (9).

Effetto nefasto che ogni serio corporativismo si propone di scongiurare, volendo evitare che il monopolismo che si intende far uscire dalla porta possa rientrare dalla finestra; è lo stesso Belloc, del resto, a rintracciare anche nella mancanza di un forte potere centrale una delle cause della catastrofe costituita dall’avvento del capitalismo. C’è quindi una parentela tra la via inglese e quella italiana al corporativismo, che trova naturalmente comune origine, anche se con risposte non sempre del tutto sovrapponibili, nella dottrina sociale della Chiesa.

Concluso l’inciso. Lo Stato proprietario o distributivo, dunque, spiega Belloc, “consiste nella più ampia distribuzione della proprietà finché questa non diventi una caratteristica di tutto lo Stato, e finché i cittadini liberi si trovino a essere possessori di capitale o di terra, o di entrambe le cose”. (10)

Nelle società europee, alla fine del Medio Evo, dopo diversi secoli di sviluppo unitario della civiltà cristiana, si era raggiunta una condizione di ottimale libertà economica che nell’Inghilterra madre del capitalismo, a cui fa riferimento il nostro autore, cominciò prima che altrove a venir meno.

Il processo nefasto che conduce alla concentrazione della ricchezza in pochissime mani – e della proprietà dei mezzi di produzione da cui è determinata – dopo la virtuosa parentesi medioevale, ha inizio fin dai tempi di Enrico VIII (con la requisizione della proprietà ecclesiastica e della piccola proprietà, assorbite però non dalla Corona, a causa della debolezza del potere centrale, che pure le aveva requisite, ma da un limitato numero di potenti famiglie), dunque non a causa della successiva Rivoluzione industriale, ma circa due secoli prima, con il dilagare della cosiddetta Riforma protestante. È la Rivoluzione industriale, con l’avvento della meccanizzazione, piuttosto, ad assumere i noti effetti particolarmente devastanti proprio in virtù di favorevolissime precondizioni già capitaliste su cui viene ad innestarsi. Così: “Al giungere del diciannovesimo secolo il danno era divenuto irreparabile, e, prima della fine del secolo, l’Inghilterra era diventata uno Stato totalmente capitalista, simbolo e modello del capitalismo per il mondo intero: una minima parte di cittadini aveva le mani ben salde sui (nuovi, ndr) mezzi di produzione, mentre la massa prevalente della nazione non aveva né terra né capitale, trovandosi, dunque, privata della sicurezza in ogni caso e, spesso, anche del necessario”. (11)

Conclusioni

Quanto siano non solo genericamente profetiche, ma più che mai attuali diagnosi e formula di Belloc in epoca di turbo-capitalismo, globalizzazione e proprietà ”tipografica” della moneta, ognuno può giudicarlo da sé; in un mondo in cui nelle nazioni industrializzate, America in testa, l’unica proprietà diffusa è quella dei beni di consumo, spesso più effimeri che indispensabili, dei debiti e del debito pubblico e in cui quelli che una volta si chiamavano Paesi sottosviluppati fungono da serbatoio di manodopera servile a basso costo, non senza squilibri sociali destabilizzanti per l’Europa, l’essenza servile del capitalismo sembra aver fatto passi da gigante.

Per di più, allo stato di cose denunciato dal grande scrittore e dalla dottrina sociale si aggiungono oggi, nel mondo del post-2008, il dato nuovo della proprietà assente delle mega-corporations – un’assenza di proprietà che comporta la totale assenza di responsabilità di investitori non proprietari e di manager anch’essi proprietari di nulla – e quello del nuovo schiavismo vissuto da un precariato obbligatorio, oltre che paradossalmente permanente, realtà che sembrano allontanare ogni possibilità di poter anche soltanto prendere in considerazione il modello arcaico che Belloc, e con lui Gilbert Chesterton, propone non solo come auspicabile, ma come possibile.

Tuttavia, la risposta a queste non certo nuove obiezioni è interessante e per alcuni, forse, sorprendente, al di là della semplice dimensione storica e di alcune soluzioni pratiche suggerite nel testo, proprio perché proveniente da un’Inghilterra in cui il cattolicesimo era già quasi scomparso agli inizi del ‘900 e perché riguardante l’intera Europa (“Nessun cambiamento nella società europea può diventare effettivo se non riguarda tutta l’Europa”) (12).

“Ogni nazione dal passato cristiano cova in sé un complesso groviglio di forze, che è come il fumo denso dei vecchi fuochi”(13), afferma Belloc. Quindi, visto che è stato “l’avvento della fede cristiana” a rimuovere la base servile dell’antica società pagana e che questa base, “declinando il cristianesimo”, “ritorna con naturalezza”, è indispensabile che la fede torni “ad occupare il suo posto di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo – è la sua conclusione – che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata e invertita” (14).

Quella parte d’Europa che cambia – e risorge, ritrovando quella civiltà cristiana tanto temuta dai burocrati e dai poteri economici, dalla Polonia all’Ungheria, all’Austria – sembra abbia ascoltato la voce di Hilaire Belloc.
La sua consapevolezza che ogni sistema politico-economico fondato sulla concentrazione della ricchezza è originato dalle condizioni e dagli interessi da cui ha avuto origine, che esso non è eterno, globalizzazione dei mercati compresa, e che nessun fenomeno del genere può essere considerato ineluttabile, quasi fosse “il risultato cieco e necessario di forze materiali e impersonali”(15), è senz’altro più diffusa che in passato.

Il sistema politico-economico più vicino al diritto naturale, il più armonico, equo e meritevole di durata si fonda senza dubbio sulla distribuzione più ampia possibile della ricchezza e sull’organizzazione corporativa del lavoro e dei lavoratori.

Vale la pena leggere, e studiare, quindi, almeno questo volume di uno degli studiosi più convenientemente dimenticati, l’uomo di cui il per noi più noto G. K. Chesterton, riferendosi con modestia a se stesso e, con il senno di poi, in questo caso, non indovinando la profezia che lo interessava, scriveva: “Chi era mai questo signor Tizio con il quale pare che Belloc abbia intrattenuto delle conversazioni?”(15).

Note

(1) H. Belloc: “Lo Stato servile”, prefazione alla seconda edizione, p. LI, Liberilibri 2012

(2) Ibidem, p. 3.

(3) Ibidem, p. 4.

(4) Ibidem, p. XXIII.

(5) Ibidem, p. 33.

(6) Ibidem, p. 35.

(7) “Rerum novarum”, parte prima 2.6.

(8) Carlo Costamagna: “Dottrina del fascismo”, vol. I p.136, edizioni di Ar 1982.

(8 bis) Del resto come dice Ugo Spirito ne I fondamenti dell’economia corporativa (p.18, Milano 1932): “Lo Stato per realizzarsi nella sua integrità non ha bisogno di livellare, disindividualizzare, annientare l’individuo e vivere della sua distruzione: al contrario esso si potenzia col potenziamento dell’individuo, della sua libertà, della sua proprietà, della sua iniziativa, della sua peculiare posizione nei rapporti con gli altri individui. E tutto ciò è possibile, in quanto l’individuo non è più un mondo particolare e la sua libertà non si chiama più arbitrio, ma è individuo sociale, che nella prosperità dell’organismo statale vede il proprio fine. L’individualismo del liberismo e lo statalismo del socialismo sono superati perché sono trasvalutati i termini di individuo e Stato che avevano condotto ai due assurdi opposti”.

(9) Ibidem, vol. III pp. 58-59, Ar 1983.

(10) H. Belloc, op. cit. p. 68.

(11) Ibidem, p. 39.

(12) Ibidem, p. LII.

(13) Ibidem, p. 128.

(14) Ibidem, p. 129.

(15) http://uomovivo.blogspot.com/2008/01/chesterton-su-hilaire-belloc.html.