Una missione nuova per una Forza Nuova

Una missione nuova per una Forza Nuova

Mi ricordo una certa sinistra. La identifico con i ritmi da ballo liscio delle Feste de L’Unità, nelle sere d’estate. O con una casa del popolo con un enorme disegno “Nessun ricco, nessun povero” e il Che d’ordinanza a far la guardia con sigaro acceso e basco più grande di lui. Quella degli anziani che giocano a carte con il bicchiere di bianco alla mattina, o degli operai del dopolavoro che parlano di silicosi e di amianto. Non c’era Renzi, non c’erano neppure i “fratelli migranti”, e se ben ricordo non c’erano neppure i gay.

Anzi, neppure il fascismo era nominato più di tanto; al massimo in qualche racconto di bravate dei vecchi, o sussurrato quando si parlava di fatti grossi, troppo grossi per un bambino. Ma negli appunti della mia mente so che non mancano certe pagine: non c’erano proprio. Nessun “migrante”, nessun “pericolo fascista”, neppure i radical chic esistevano, né le droghe, né le “famiglie arcobaleno”. Era una sinistra che esisteva di vita propria e, tirate le somme, si occupava della sua lotta di classe in salsa italiana che non aveva niente di così molesto.

Adesso è finita. Come una tavola ripulita dopo un pranzo durato molto a lungo, durato decenni. Sparecchiato e riapparecchiato per un banchetto a cui anziani, lavoratori, famiglie italiane non hanno più posto. Eppure allora nessuno si chiamava Mohammad, fra gli iscritti all’ANPI. Nessuna coppia lesbica aveva “la tessera”. C’erano operai del gas, ferrovieri, negozianti, qualche impiegato, famiglie per bene; nessuna stranezza, nessuna smania di schierarsi con la parte più deviata.

Abbiamo qualcosa da ereditare dalla vecchia sinistra? Sembra paradossale, ma forse sì. Dobbiamo assumere una missione nuova, qualcosa che venti anni fa – e anche meno – sarebbe sembrata paradossale. Prendiamolo noi quell’anziano che per una vita ha fatto il sindacalista, prendiamola noi quella madre che non trova chi la aiuti perché sono tutti pronti a lisciare Mohammad. Facciamoci carico noi delle battaglie del lavoro, perché non sono di sinistra o di destra, sono battaglie sensate. Gli operai italiani sono soli, e anche i disoccupati. Le famiglie, poi, non possono più neppure entrare dalla porta di servizio della sinistra.

La nostra risorsa più alta, quel patrimonio inalienabile dell’uomo ben orientato, non sta negli slogan di classe, che rigettiamo e che volentieri lasciamo ad altri, ma risiede nel Pensiero, nel lusso sconfinato ed eroico di avere un Ideale. Se abbracciamo gli Italiani abbandonati e li accompagniamo nelle loro sfide vere, nelle loro necessità, sveleremo loro un mondo. Quella che vent’anni fa era la sinistra di provincia italiana era il microcosmo di tanti Italiani, era la casa di tanti Italiani, ma era priva di valori trascendenti e – alla fine – non ha retto. E noi abbiamo questa marcia in più: il senso del pane ed i valori trascendenti, insieme.

Abbiamo anche noi “rifugiati” da accogliere: sono milioni di nostri compatrioti che, per una vita intera, si sono lasciati aizzare contro “la destra” – anche se non sapevano neppure che cosa fosse, in concreto – e si sono cullati nel sogno che Il Partito li avrebbe protetti, li avrebbe amati. Ma non è stato così: Mohammad e le famiglie di due papà li hanno sostituiti. Adesso tocca a noi, e noi questi Italiani non li lasceremo soli. E che ridano pure gli ultimi degenerati sulle navi “umanitarie” o negli attici del centro: gli Italiani ce li prendiamo noi.