Antirazzismo e affini, ovvero le mene moleste del progressismo

Antirazzismo e affini, ovvero le mene moleste del progressismo

Esiste un razzismo camuffato e bieco, più fetente di quello del KKK: è l’antirazzismo di facciata, sostenuto da chi dà del razzista a tutti quelli che non la pensano come lui. Fratello gemello di quel razzismo è l’antifascismo bigotto, ripetutamente lanciato in faccia a chi dissente dalle tesi dell’antifascista di turno.

Suo zio è il pacifismo arcobaleno, e i suoi cugini sono l’accoglienza a tutti i costi e l’eguaglianza data per assodata, intestardita nell’ignorare che nessun uomo è uguale ad un altro, non solo sul piano fisico ma anche su quello spirituale.

Di razzisti, nell’accezione attuale del termine, a parte i positivisti sostenitori della selezione naturale e dell’evoluzionismo (guarda caso tutti progressisti e anti-cattolici), non ne ho conosciuti molti, perché quelli che, cattolici come me, vengono tacciati di razzismo, sono solo delle brave persone che, guardandosi intorno, vedono una specie umana costituita da neri, gialli e più o meno chiari, e lo dicono ingenuamente senza curarsi se qualcuno si offenda o meno, perché:

  • «la verità vi farà liberi» e «il vostro SI sia un SI e il vostro NO sia un NO»… per cui se uno è “negro” è “negro”, senza offesa alcuna;
  • ogni essere umano gode di una dignità – quella che Dio ha conferito alla natura umana – che è stata confermata nel sangue di Gesù.

Ma di razzisti veri – quelli che discriminano le razze, pretendendo di definire il negro «di colore» (come se essere negro fosse un difetto da nascondere) e che estendono il razzismo alla cultura (per cui se non la pensi come loro sei scomunicato, di quella scomunica senza appello. perché su di te riversano il peggio del loro livore) – ne conosco parecchi e sono tutti tifosi del progresso e dell’egualitarismo (ideologia che deforma il vero concetto di uguaglianza tra gli uomini), nonché nemici acerrimi del cosiddetto «oscurantismo clericale» di Santa Romana Chiesa, e sono tifosi della rivoluzione protestante.

Perché tale livore? Uno psicologo potrebbe anche giungere alla conclusione che essi compiono una «redirected activity», ossia riversano addosso ad un altro quel disprezzo represso perché non possono dire al negro «sporco negro», non perché “sporco” sia un insulto ma perché l’insulto, per il loro malato inconscio, è chiamarlo “negro”.

Il dubbio che si tratti di una «redirected activity» effettivamente viene quando si apprende che bisogna sì accoglierli tutti, ma non a Capalbio, dove i più blasonati antirazzisti disquisiscono di antirazzismo, xenofobia e progresso.

Di antifascisti ne vedo in giro molti, anzi mi rendo conto di esserne circondato; non si può pronunciare la prima sillaba di quella parola – «fa…» – se prima non hai rotto gli zebedei all’intero mondo con una serie di premesse:

  • «premetto che non sono fascista»;
  • «il fascismo è stato un periodo nefasto senza se e senza ma»;
  • «la nostra costituzione (che, si sa, è la più bella del mondo: a partire da Benigni, sono tutti esperti di diritto costituzionale comparato) ripudia il fascismo».

E quei coraggiosi che si azzardano a dire che i primi vent’anni di quel periodo non sono poi stati così tanto negativi, si affrettano a chiosare che, se fossero vissuti a quei tempi, comunque non avrebbero aderito al fascismo.

È evidente che l’antifascismo, reiterato dopo oltre 75 anni dalla caduta del fascismo e dalla sua condanna decretata dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, evidenzia una volontà di rimanere abbarbicati intorno ad un rancore strumentale a quella che forse fu la più deleteria delle ideologie: il comunismo. È evidente che l’antifascismo sia stato la stampella di quella deleteria ideologia che si è dissolta, ma che continua ad albergare come abito mentale in un cospicuo numero di aficionados.

Questa caricaturale stampella vive della sua svanita necessità, caricaturale ma nefasta, perché fuori tempo, fuori luogo e fuori dalla realtà; nefasta perché, tra le varie aberrazioni, è stata capace di produrre quella per cui «uccidere un fascista non è reato».  

Il pacifismo, nella sua disonesta ingenuità, è perfettamente rappresentato da quella bandiera colorata di tinte slavate, alzata dai più intellettualmente disonesti registi della società liquida e davanti alla quale si inchinano le teste più vuote (in termini di pensiero).

Ma cosa diavolo significa essere pacifisti?

  • Rifiutare la guerra come mezzo per la soluzione delle controversie?
  • Amare (di un amore generico) la vita tranquilla?

Tutte fesserie!

  • Chi mai ama la guerra per la guerra?
  • Non è sufficiente la nostra Costituzione a ripudiarla ‘sta guerra?
  • Ogni uomo, in linea di principio, vorrebbe vivere in pace col prossimo. Per cui, c’è proprio bisogno di una bandiera arcobaleno e un movimento per la pace per affermare questa realtà oggettiva?

Qual è in realtà il significato di questo termine (pacifista), così banalmente idiota?

  • Se qualcuno ci attacca (e questo sta avvenendo ora, non con le armi ma con la finanza) dobbiamo ispirare il nostro comportamento al programma televisivo: «Ti amo, parliamone»?
  • Se, mentre mi sto godendo la vita tranquilla, un ribaldo mi deruba, che devo fare? Continuo a godermi la mia vita tranquilla e… «ti amo, parliamone»?

Un antico adagio, circa le inutili banalità, recitava «evanuerunt in cogitationibus suis». È evidente che la risposta artificiosamente piatta dei pacifisti al «cosiddetto male» (1) ha dissolto il loro pensiero nelle inutili cogitazioni. In questo mondo molto confuso c’è bisogno di tutto tranne che di un movimento che sciorini una banalità così banale come «è meglio vivere in pace che in guerra», quasi a voler cancellare quel motto, apparentemente banale o contraddittorio, ma denso di verità, che dice «si vis pacem para bellum».

Quanto ai cugini del razzismo, ossia l’accoglienza e l’uguaglianza:

  • ebbene, si sappia che l’accoglienza cristianamente intesa non è una prescrizione morale che possa obbligare lo Stato, ed è una prescrizione morale che non può obbligare, sempre e comunque, nemmeno il singolo cristiano. Si fa tanto parlare dell’accoglienza come prescrizione cristiana, ma si dimentica di evidenziare che il cristianesimo è una religione che ama fare i conti con la verità («sia il tuo si un SI  e il tuo no un NO») e verità vuole che l’accoglienza è legata alla mia onesta disponibilità la quale può essere condizionata da molteplici fattori, ad esempio:
  • posso non essere disposto psicologicamente;
  • posso essere mosso da timore;
  • posso non averne la possibilità materiale.

Per quale ragione devo essere scomunicato moralmente (con accuse fuori da ogni logica, tipo fascista, razzista, xenofobo) se mi trovo in una di queste condizioni?

Che l’accoglienza generi la conoscenza e faccia passare la paura è una delle tante fesserie spiattellate dalle boldrini e dai loro epigoni, perché l’esperienza reale dimostra proprio il contrario: adesso che hanno conosciuto il fenomeno dell’emigrazione clandestina di massa, gli italiani sono più impauriti e arrabbiati.

Io che sono un fiero «baciapile» cristiano , non sono disponibile all’accoglienza indiscriminata, perché ritengo – a ragione, avendone conosciuti parecchi – che i clandestini che atterrano da noi, prima di essere, forse, profughi che fuggono da una guerra sono sicuramente dei clandestini (quindi delinquenti per «prefazione») e la maggior parte di loro aspira solo al malaffare.

Non ho nessuna intenzione di aprire casa mia o fare l’elemosina a uno di loro e spero sinceramente che qualcuno si occupi di rispedirli indietro al più presto possibile; e dell’accusa di razzismo, xenofobia, fascismo, etc, degli anti-razzisti, anti-xenofobi, anti-fascisti, egualitaristi e pacifisti, francamente me ne frego.

Ma perché è d’obbligo essere accoglienti? E per di più nei confronti di chi reclama in maniera insistente che io lo sia e mi accusa di xenofobia se non ho intenzione di accoglierlo?

Quei fetenti sono doppiamente delinquenti, sia perché almeno potenzialmente lo sono, sia perché il loro bieco ricatto morale non innesca, almeno in me, il nobile sentimento della pietà che riservo a ben altri disgraziati (absint iniuria verbis). Quei fetenti hanno dei complici con un nome proprio, si chiamano egualitaristi antirazzisti di professione, antifascisti incancreniti nel loro idiota livore, inconcludenti e banali pacifisti, accoglienti a tutti i costi ma in casa d’altri, e compagnia brutta.

Veniamo all’uguaglianza.

Per fortuna ma, più probabilmente, grazie alla Divina Provvidenza (oppure come vuole il vocabolario razionale e scientifico, grazie alla “teleonomia”),  non esiste un essere vivente uguale ad un altro, è un vero miracolo di differenziazione del creato. La differenza è la cifra del creato, sancita da Dio e non dal caso, come vorrebbe l’evoluzionismo positivista, il quale, pur di negare la Divina Provvidenza, sostiene che noi siamo i pronipoti di una scimmia, la quale a sua volta è pronipote di un’ameba e, al fine di elevare il caso a divinità, arriva ad immaginare che se venissero messe 50 scimmie e una macchina da scrivere in una gabbia non è da escludere che, in un tempo lontanissimo, quei quadrumani, battendo a caso sui tasti,  potrebbero anche produrre la Divina Commedia. Più sopra abbiamo parlato di ragionamenti suscettibili di far svanire l’essere pensante nelle proprie cogitazioni idiote; ebbene, questo ne rappresenta uno ed è il modo di ragionare dell’egualitario progressista. Nessuno è uguale ad un altro, siamo stati creati diversi fin dalla notte dei tempi; abbiamo in comune solo il fatto che siamo stati tutti creati, disuguali, da Dio Padre; è la paternità di Dio, e il sangue di Gesù, che ha nobilitato ogni nascita su questa terra e che ci rende fratelli, non un’illusoria uguaglianza attribuibile ad una lontana ameba comune.

La disuguaglianza è un miracolo che nell’uomo raggiunge l’apice: fortunatamente, non esiste nessuno uguale a me, io non sono uguale a nessuno e, a spanne,  non si può non vedere che la distinzione inizia dal tanto vituperato livello di razza. Non si può negare che gli orientali abbiano gli occhi a mandorla; che gli africani siano abbronzati, coi capelli ricci e il naso camuso; che gli arabi, in generale, non siano biondi e abbiano il naso adunco; che i danesi, nella maggior parte dei casi, abbiano gli occhi chiari e siano più alti dei pigmei, come lo sono i watussi, i quali sono negri e si differenziano dagli abissini, i quali hanno i tratti del viso più armonici, etc. etc.

Questo non è razzismo, è solo sana realtà fattuale, suscettibile di dar fastidio a chi per premessa aspetta solo di accusare di razzismo qualche malcapitato.

Caratteristiche somatiche a parte, non si possono ignorare le differenze di carattere individuale, di propensione a delinquere o all’ascesi, non si può non vedere chi ha talento e chi invece non ce l’ha, oppure ne ha uno diverso, chi è introverso e chi è estroverso, chi ha maturato una spiritualità religiosa e chi, invece, è ateo.

Evidenziare questa realtà non significa rinnegare l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo (che, tra l’altro, non era un pacifista) per cui ogni essere umano, in quanto radicato nella natura umana, detiene pari dignità di fronte al creatore (2) (realtà consolidata nella storia da quella istituzione universale così vituperata dai progressisti che è la Santa Chiesa Cattolica e Romana), ma significa dire la verità. E ci si rammenti – mi rivolgo a qualche prete che dimentica di esserlo, preferendo magari fare del sindacalismo – che la carità e l’umiltà, monche della verità, non hanno senso.

L’uguaglianza tra gli uomini, interpretata dall’ideologia egualitarista, è una impostura che, coniugata alle sue consorelle fraternité e liberté, costituisce il più vuoto slogan che tanto infervora i veri dittatori, quelli che vedono il razzismo, il fascismo, l’intolleranza, la mancata accoglienza, la xenofobia (e altre cazzate) in ogni idea a loro contraria.

Note

(1) È il titolo di un importante lavoro dell’etologo Konrad Lorenz sull’aggressività.

(2) Si tratta della dignità ontologica degli esseri umani, fondata sulla comune natura umana, alla quale si affianca la dignità attuale di ciascuna singola persona, la quale dipende dal comportamento. Se mi comporto in maniera da negare la legge naturale (quella scritta dal Creatore), degrado la mia dignità attuale, la quale non corrisponde più alla dignità che compete alla natura (quella umana, creata da Dio a Sua immagine e somiglianza) nella quale sono radicato. La dignità che non muta è quella della natura umana, ma la dignità di ciascun singolo uomo dipende dalle scelte morali che egli compie.