Due parole di verità sull’immigrazione clandestina

Due parole di verità sull’immigrazione clandestina

Un’attenta osservazione delle dinamiche in atto nel continente africano, da dove parte il maggior numero di clandestini che approdano sulle coste di quella che è l’autostrada per l’Europa, ossia l’Italia, non può non suscitare un minimo di preoccupazione anche nelle persone più disposte, in buona fede, alla cosiddetta «accoglienza».

Intanto, la popolazione dell’Africa si avvia a raggiungere nel giro di una generazione i 2,5 miliardi di persone (l’Europa attualmente conta 450 milioni di abitanti e il trend è, purtroppo, in diminuzione). Ma il dato che più preoccupa per il futuro prossimo è che il 40% degli africani ha un’età inferiore ai 15 anni.

Gli osservatori stimano che il potenziale spostamento di migranti dall’Africa all’Europa, nel volgere di due generazioni, ammonta a un centinaio di milioni di persone, la maggior parte delle quali maschi di età compresa tra i 18 e i 35 anni (1). E a fronte di questa esplosione demografica senza precedenti, gli egualitaristi  de noantri (quelli di Capalbio, dei Parioli e del centro che più centro non si può di Milano) non trovano niente di meglio che starnazzare vuoti slogan antirazzisti e indossare magliette rosse contro Salvini.

Come ho già avuto modo di scrivere in un precedente articolo (2), i clandestini che giungono sui barconi da noi sono persone che appartengono a quella classe sociale che, come si dice in gergo tecnico, è riuscita ad «emergere dalla sussistenza» e non è quindi povera, tant’è che quelle persone possono permettersi i 4-5.000 dollari per intraprendere il viaggio e hanno tutte contatti (per lo più parentali, ma anche con organizzazioni sia umanitarie che di malaffare) con la comunità africana già insediata in Europa.

L’informazione complice dei rossi magliettari omette di spiegare questi aspetti ed evita anche di specificare che la maggior parte dei clandestini proviene da paesi africani in crescita come il Senegal, il Ghana, la Costa D’Avorio, la Nigeria, l’Algeria, la Tunisia e il  Marocco.

Il processo che sta alla base di tale spostamento è ben descritto da Stephen Smith: «Quando famiglie numerose con alta mortalità si trasformano in famiglie più piccole con aspettative di vita più lunga, la migrazione tende ad avvenire in maniera massiccia e l’Africa non farà eccezione».

Si tratta quindi di migranti economici che non appartengono alle classi più povere e non fuggono da guerre o persecuzioni, ma che sono alla ricerca di migliori possibilità di collocazione sociale e si illudono di realizzarla, legalmente o illegalmente, da noi. Solo che, da noi, non c’è trippa per gatti e l’arrivo di un consistente numero di immigrati, per di più clandestini, quindi senz’arte né parte (absint iniuria verbis), non può che scombussolare sia i delicati meccanismi del mondo del lavoro occidentale, sia quelli fondanti la nostra identità (tradizione, spiritualità, cultura).

Quello che stiamo vivendo sono le avanguardie di un esodo biblico destinato a destabilizzare e mutare per sempre la nostra società nei suoi aspetti più profondi, ossia quello antropologico e sociale.

Se noi facciamo credere a quel centinaio di milioni di potenziali migranti che l’Europa è la soluzione, proprio come stanno facendo i rossi magliettari de noantri, avremo reso il peggior servizio possibile all’Africa e al nostro continente; saremo complici di uno stillicidio di stragi in mare e fomenteremo la contrapposizione sociale, culturale e razziale fino allo scontro, perché la cultura, la spiritualità, la tradizione – insomma l’identità di chi arriva – sono inconciliabili con le nostre.

La questione è così evidente che non riesco a credere come i responsabili politici, i capitani d’industria e gli imprenditori della piccola/media impresa, i religiosi di vario grado, gli intellettuali, financo i potenti centri di potere economico/finanziario, non si rendano conto che quello che si sta preparando, e di cui stiamo subendo adesso le avvisaglie, è di una pericolosità epocale per lo sconvolgimento degli equilibri antropologici che comporta.

È incredibile che, a fronte di una tale minaccia, si reagisca indossando magliette rosse e dispensando insulti a chi dice che è ora di alzare un muro tra noi e loro… Stante l’avversione dei rossi magliettari per i muri, scriverò «je suis les murs» (io sono i muri), sia per ridare un po’ di dignità ad una costruzione cara ai nostri antenati romani – il Vallum (la cui eco risuona nella parola inglese wall), chissà perché, così tanto vituperato dai progessisti ed egualitaristi de noantri che ai muri preferiscono i ponti  (attenzione però, i ponti, sotto un peso eccessivo, di solito crollano) – sia perché abbiamo urgente bisogno di innalzarne di muri a fronte di un’ondata simile.

Celie a parte, malgrado quel che continuano a blaterare i rossi magliettari, avversari dei muri e tifosi dei ponti (fra i quali vanno annoverati anche alcuni preti, dediti alla moda più che al Vangelo), è veramente doveroso fermare la folle politica di apertura indiscriminata ai clandestini.

  • È necessario imporre un immediato blocco dei nostri confini, imponendo il numero rigorosamente chiuso degli ingressi, che vanno opportunamente selezionati e centellinati.
  • È necessario indurre i governi africani, anche con pressioni militari ed economiche (non dovrebbe essere così difficile visto che non ci è voluto molto ad affamare con sanzioni l’Iraq e la Siria) a controllare il proprio territorio (per un concetto elementare che sconfessa chi vorrebbe abolire i confini: un confine è «uno spazio negoziale tra vicini che non possono ignorare i problemi dell’altra parte»).
  • È necessario creare hotspot nei territori di partenza (come del resto previsto nel recente vertice UE) e sorvegliare le principali rotte.
  • È necessario smetterla di far passare messaggi di accoglienza che sottendono un falso umanitarismo, suscettibile di alimentare illusioni nelle masse in movimento.
  • È necessario fare una guerra senza quartiere alle organizzazioni criminali che prosperano sul nuovo mercato degli schiavi.
  • È necessario promuovere una politica d’investimenti, affinché l’Africa emergente diventi spazio di intra-migrazione sul modello di come lo è stata l’Europa dopo la caduta del muro di Berlino.
  • In ultimo, è necessario smetterla con guerre di aggressione criminale, come quelle che hanno colpito l’Iraq,  la Siria e la Libia.

Note

(1) Studio del giornalista (di Liberation e di Le Monde) e antropologo Stephen Smith.

(2) «L’Europa e l’Italia non sono il bengodi: bisognerà spiegarglielo» (Ordine Futuro.net – 09.01.2018).