Ma quale “progressismo”!

Ma quale “progressismo”!

Uno dei motivi che rendono la nostra epoca così sfortunata è lo scarsissimo grado di riflessione e di comprensione che accompagna l’uso delle parole. Ad una vera e profonda assimilazione del significato dei termini e delle espressioni, infatti, si sostituisce sempre più un’utilizzazione acritica e inconsapevole di “parole d’ordine” preconfezionate.

E così, distaccandosi dal significato, ci si distacca automaticamente dalla realtà e si attribuisce – erroneamente e a priori – validità ed esattezza a concetti che non hanno alcuna valenza logica né una reale controparte di fatto. Senza avvedersene e in forma puramente materiale ritorna in auge, quindi, proprio quella concezione dogmatica che la ragione nata dal cosiddetto “Illuminismo” aveva preteso di scacciare.

Uno degli esempi più clamorosi di questo abbaglio collettivo è dato dal concetto di “progresso” – e dalla corrispondente dottrina del “progressismo” – nelle scienze sociali e politiche.

Come noto, i fautori del progressismo – spesso, anche se inconsapevolmente, sulla base di una concezione dell’uomo di tipo storicistico e di stampo marxista – sostengono che la società, a partire da un periodo di “barbarie” o “regresso”, sarebbe incamminata in maniera lineare verso un futuro “migliore”, intendendosi sotto tale etichetta sia un progresso dal punto di vista materiale (scientifico, tecnologico, ecc.) sia un avanzamento di tipo culturale (arte, “diritti”, ecc.).

Si tratta, tuttavia, di una evidente fallacia logica, che parte da un paragone suggestivo ma provo di riscontro fattuale: un paragone che nasce dalla geometria.

Nessuno, infatti, può negare che partendo da un punto A e volendo dirigersi fisicamente verso un punto B, data una direzione, si compia un “avanzamento” da A a B: vado da Roma a Milano, da camera mia al salotto, dal bar alla tabaccheria. Ma chi decide – al di là del dato puramente quantitativo e geometrico – che andare da A a B sia un “progresso”? Se A è un paradiso tropicale e B è una miniera di carbone, passando dall’uno all’altra si può dire di aver fatto un “progresso”?

Questa semplice riflessione fornisce, al contempo, sia la soluzione al nostro dubbio iniziale – esiste il “progresso”? – sia la misura del problema che si presenta nel quotidiano. Parliamo di concetti senza comprenderli, li diamo per presupposti e, così facendo, costruiamo sulla realtà un mondo che non esiste.

Anzitutto, infatti, il concetto di “progresso” dipende dalle regole – spesso implicite – che uno spostamento presuppone: vado da A a B perché penso che B sia “migliore” di A. Perché “migliore”? Perché forse è più comodo, oppure perché A era già occupato e non c’era posto per me. Ma queste sono riflessioni soggettive, non criteri oggettivi di verità. E su un criterio soggettivo non può basarsi una visione del mondo che sia logica, invariabile e coerente.

Chi parla di “progresso”, quindi, lo fa perché ha una gran voglia di muoversi: ma se il problema fosse lui? Raramente il movimento consente di cogliere le cose che ci attorniano con nitidezza. Pensiamo alla quantità di dettagli che si osservano dall’alto di una collina, seduti tranquillamente, e paragoniamoli a quei frammenti che possiamo osservare dal finestrino di un treno ad alta velocità: qui si osserva di più, ma peggio. E in un’ora, chi avrà imparato di più? Il placido osservatore o il frenetico viaggiatore?

Ed ecco quindi il cuore del problema: esiste un “progresso” buono di per sé? Un concetto di “progresso” da erigere a valore in quanto tale, ossia in maniera assoluta e a prescindere da ogni altra valutazione? La risposta non può che essere negativa, perché ogni movimento presuppone che il punto di arrivo sia ben fissato e ben determinato, per non tradursi in un girovagare alla cieca.

Così, tornando all’esempio di prima, vado da Roma a Milano per recarmi a trovare un amico o affrontare un appuntamento di lavoro, e allora lo spostamento si giustifica; ma se prendo un colpo in testa e mi imbarco sul primo treno che capita, lo stesso spostamento non avrà alcuno scopo. La tratta Roma-Milano, di per sé, non ha alcun valore “immanente” o valido in sé e per sé.

Un progressismo “assoluto”, quindi, rischia davvero di far più male che bene: rischia di concentrare sul viaggio tutte le attenzioni, perdendo di vista la direzione. Ed è appunto questo il messaggio deleterio che proviene dai fanatici del “progresso” a tutti i costi.

Prima di invocare la distruzione del nostro mondo – un mondo che sta già scomparendo – nel nome di un progresso ad ogni costo occorre quindi divenire consapevoli di ciò che questo “progresso” realizzerà o distruggerà: il treno va preso consapevolmente, non per sfuggire dalle proprie ombre.

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