La guerra delle parole

La guerra delle parole

Iniziata con l’illuminismo e consolidatasi con il movimento sessantottardo, la guerra per la trasformazione delle parole mirava, e tuttora mira, a relativizzarne il significato, quando non a invertirlo, oppure a creare quella confusione necessaria a smorzarlo. Lo scopo era ed è quello di rendere relativa la realtà per poterla tirare di qua e di là a proprio piacimento.

È così che molte parole hanno perso il loro significato, a volte assumendone uno completamente diverso, proprio come vuole Satana, il falso e l’invertito per antonomasia.

Vediamone alcune.

Negro. È La prima parola che mi viene in mente di questa guerra idiota combattuta da «consiglieri fraudolenti» contro beoti che si bevono di tutto e ignavi (fra i quali annovero anche me stesso), privi della volontà di contrastare un tale degrado della sostanza del linguaggio.

Bollata subito come se chi la pronunciava stesse pronunciando un insulto, la parola «negro» è stata sostituita con uno sciocco (nell’accezione toscana del termine) «di colore» (… viola, azzurro, indaco, marrone? Boh!), cancellando così il legittimo orgoglio della negritudine dei negri. Come se cassando dal linguaggio corrente tale aggettivo, che da tempo indica un essere umano che generalmente abita l’Africa, fosse sufficiente ad abolire quella propensione di pensiero, filiata dal positivismo, che è il razzismo (inteso come denigrazione di chi appartiene a razze diverse dalla propria). Il negro rimane negro e quel che si deve cambiare non è la parola ma l’approccio.

  • «Io sono civile perché sono occidentale e moderno, per cui tu, negro o arabo, devi adattarti alla mia civiltà – razionalista e laicista – perché la tua è inferiore». Questo era l’assunto del positivismo in seno al quale allignavano e tuttora allignano numerosi gli egualitari e libertari illuministi;
  • oppure, «io sono meglio di te perché tu sei di destra e quindi xenofobo, oscurantista, ecc.» … questo è l’assunto dei rossi magliettari che indirizzano il loro razzismo non verso una razza in senso biologico, ma verso chi è da loro ritenuto inferiore in quanto manifesta un pensiero (una visione del mondo) diverso e irriducibile al loro.

Per non contravvenire a questi due controsensi che caratterizzano il loro modo di intendere la vita, i positivisti egualitari e libertari hanno pensato bene di fare un po’ di fumo, cassando la parola «negro».

Goliardia. Un’altra parola è goliardia; questa,  caduta in desuetudine perché per i nonni sessantottardi dei rossi magliettari era sinonimo di studente universitario fascista, è stata riesumata da poco  per indicare gli scherzi più banali e idioti fatti da chi, non sapendo scherzare, adotta comportamenti offensivi, finanche pericolosi nei confronti altrui. Recentemente è stato definito “atto goliardico” la cretinata di un giovane figlio di un esponente del PD che ha lanciato uova contro i passanti, le quali uova sono andate a colpire in un occhio un’altra piddina, purtroppo per lui negra e atleta olimpica, per cui, onde evitare di fare la pessima figura di innalzare peana auto-accusatori di razzismo contro quell’idiota lanciatore di uova che tutto poteva essere fuorché razzista (perché appartenente al PD), si è pensato bene di definire quel gesto una goliardata, quando invece si trattava di un episodio marcato da un elevato tasso di cretineria, maleducazione e frustrazione di bassa lega, che con gli scherzi di goliardica memoria nulla aveva a che vedere.

Razzismo. E vogliamo parlare di razzismo? Appioppato a schiovere sul groppone di chi si professa di destra (secondo una delle varie declinazioni attribuibili a questo aggettivo politico, ad eccezione ovviamente di quella liberale), quando in realtà il razzismo è figlio dell’illuminismo e del positivismo, che costituiscono la base culturale degli schieramenti progressisti, dal comunismo al liberalismo.

Un esempio classico di razzismo biologico, fondato sulla denigrazione di chi appartiene a razze o etnie diverse dalla propria, è quello WASP (White Anglo-Saxon Protestant), ossia protestante e liberale, nato presso quegli Stati Uniti che hanno combattuto nel corso della Seconda Guerra Mondiale il fascismo, perché fondamentalmente cattolico e marcatamente anti-massonico, e hanno in odio la Chiesa Cattolica Romana concepita come il nero corvo ostile al progresso (in particolare la Chiesa integralmente cattolica, certamente non quella depotenziata dagli effetti del post-Concilio Vaticano II).

Quello che oggi viene indicato dalla propaganda politica e mediatica italiana come rigurgito razzista dilagante nel nostro Paese, in realtà razzismo non è. Si tratta, infatti, di una naturale reazione alla forzata convivenza con un eccessivo numero di persone appartenenti a etnie diverse dalla nostra, la forte presenza numerica delle quali viene logicamente percepita come una minaccia alla sopravvivenza della nostra identità ed alla nostra sicurezza (l’elevato numero di delinquenti tra gli immigrati, non è certo una fantasia xenofoba).

Immigrati caricati a molla dalla sinistra nostrana, che addita italiani ed europei come colonizzatori responsabili di tutte le tragedie africane, quindi debitori nei confronti di ogni negro che approda da noi, e come xenofobi razzisti in quanto refrattari all’imposizione della trasformazione in senso multi-razziale, multi-culturale e multi-religioso della nostra società.

Crociate, Santa Inquisizione e colonialismo. In questo caso, la guerra per lo stravolgimento dei significati ha espresso il meglio di quel peggio che si era riproposta di realizzare.

  • Le crociate. La parola crociata ha assunto un significato totalmente negativo, quando in realtà si è trattato di un fenomeno storico articolato che ha visto la Christianitas europea andare a riprendersi le terre che le appartenevano e che le erano state tolte, manu militari, da un’offensiva arabo-musulmana.

L’uso della parola ‘crociata’ è stato poi esteso, in senso dispregiativo, anche alle guerre contro un nemico che, per quei tempi e in quel contesto, era considerato pericoloso quanto i «saraceni»: l’eresia catara, che minacciava di sovvertire le fondamenta della società medievale e preoccupava enormemente anche principi ed imperatori, i quali, quando la Chiesa assolveva i reprobi, spesso si premuravano di far eseguire le condanne dal tribunale civile. Le potenze protestanti (Inghilterra in testa) e gli illuministi si sono occupati di gettare una nera coltre di calunnia sulle crociate e su quegli episodi, adulterandoli con la prima operazione di disinformatzija della storia in funzione anticattolica: la «leyenda negra».

Certamente un minimo di senso critico dovrebbe indurre indurre le persone a chiedersi per quale ragione i crociati cristiani – che sono andati a riprendere terre che erano cristiane – dovrebbero essere più crudeli e «imperialisti» (qualche idiota è arrivato anche ad usare questo termine) dei saraceni musulmani che quelle terre le avevano invase.

  • La Santa Inquisizione. Da sempre principale e conclusivo argomento polemico contro Santa Romana Chiesa e i suoi fedeli, è ormai entrata nell’auditum delle persone come sinonimo di intolleranza, efferatezza e arido bigottismo  (purtroppo anche molti cristiani «emancipati», fra i quali molti preti, ne parlano con imbarazzo e solo per condannare acriticamente). Non mi dilungo in un’analisi storica perché non ne ho i titoli, ma alcuni numeri mi hanno colpito e mi hanno indotto a rivedere le mie posizioni condizionate da una vulgata fasulla, come spesso lo sono le vulgate: dal 1480 al 1700, gli inquisitori hanno emesso una media di dieci sentenze di morte l’anno, mentre in un’Inghilterra anglicana e fortemente anti-papista, tra il 1530 e il 1630, la media delle esecuzioni era di 750 l’anno. Enrico VIII non ebbe remore ad applicare la più fervida fantasia per punire: bollendo, bruciando, decapitando, squartando e impiccando chi era ritenuto eretico, ossia migliaia di persone accusate di alto tradimento perché professavano una religione opposta a quella del loro sovrano, ovvero la religione cattolica; i cattolici squartati perché ritenuti colpevoli di alto tradimento furono oltre 70mila. Quanto alle streghe, secondo alcuni storici seri il posto più sicuro per le donne ritenute tali dalla credenza popolare era la Spagna, dove l’Inquisizione mandava al patibolo o sulle galere le folle che le linciavano. Massacratori di streghe erano principalmente i protestanti anglicani, luterani e calvinisti.
  • Il colonialismo. Dato per assolutamente negativo in maniera totalmente acritica, in realtà sottende una parola che indica qualcosa di buono. Pensiamo alle colonie Romane, portatrici di civiltà e garanzia di giustizia. Non mi sembra vi siano dubbi sul fatto che  i barbari preferivano farsi giudicare da un magistrato romano piuttosto che da uno stregone della loro tribù.

Quanto al colonialismo moderno, è stato sicuramente condizionato dal razzismo positivista, ma mi piacerebbe chiedere a quelli che aprioristicamente lo criticano: 

  • se i colonizzatori fossero stati gli africani, gli arabi o gli indiani, siamo sicuri che questi si sarebbero comportati meglio di noi? Ossia, i musulmani, gli indù, i buddisti e gli animisti, si sarebbero comportati meglio di noi cristiani? 
  • trascorso il tempo di quel colonialismo, avrebbero maturato gli stessi complessi di colpa che noi continuiamo ad alimentare dopo ben tre generazioni, da quando quel colonialismo ha smesso di esistere?
  • nelle nostre campagne e città avrebbero lasciato quello che noi abbiamo lasciato nelle loro?

Sono personalmente convinto di no, perché, al netto degli eccessi commessi da alcuni coloni fetenti, il rapporto colonizzato/colonizzatore si basava su di un’etica tutto sommato cristiana. 

Sono certo che:

  • se fossimo stati colonizzati da etnie musulmane saremmo dovuti diventare musulmani, o avremmo dovuto accettare la condizione di dhimmitudine ;
  • se fossimo stati colonizzati dagli indiani, probabilmente questi non avrebbero forzato la mano sulla conversione, ma saremmo stati ostaggio di una condizione di privazione dei diritti fondati sulla legge naturale, come ne sono privi gli uomini delle caste inferiori;
  • se fossimo stati  colonizzati dagli africani, stanti i loro capi di stato quali Bokassa, Idi Amin Dada, Menghistu, Ciombé, Mugabe e compagnia brutta, questi non avrebbero avuto le stesse remore che i coloni bianchi hanno avuto nel trattare il  colonizzato.

Quanto al lascito post-coloniale, non penso proprio che avrebbero potuto contribuire al nostro sviluppo come noi colonizzatori abbiamo contribuito al loro (pur con tutte le contraddizioni, le ipocrisie e le cattiverie commesse).

A titolo di esempio, e per schiarire le idee annebbiate da una tiritera che ci vuole a tutti i costi “brutti sporchi e cattivi”, consiglio di consultare un Calendario Atlante De Agostini degli anni ’30-’40 per rendersi conto di cosa il colono italiano abbia portato in terra d’Etiopia, di Eritrea, di Somalia e di Libia, anche in paesini dell’entroterra: ambulatori medici e veterinari, uffici postali, strade, ponti, corriere, ferrovie, funivie, fabbriche/manifatture, etc.

Madri surrogate. La peggiore delle adulterazioni delle parole è quella che prevede la surrogazione per un essere umano. Il termine è chiaro: «Prodotto o sostanza che surroga, in quanto ha caratteristiche e proprietà analoghe, un altro prodotto o un’altra sostanza, rispetto ai quali è spesso inferiore di qualità ma meno costoso e di più facile approvvigionamento… » e diventa angosciante se applicato a una madre.

In merito alla fregola di certe donne, convinte di essere emancipate, perché disposte a farsi madre surrogata oppure di ricorrere a una madre surrogata… non ho parole perché tale definizione esprime in maniera demoniaca le peggiori storture linguistiche, morali ed etiche proprio come le esprimerebbe il demonio (l’«invertito» per antonomasia).

A quelle che avessero qualche dubbio sull’incompatibilità tra la parola “madre” e la parola “surrogata”, suggerisco la lettura del XXXIII canto del Paradiso, in cui, seguendo una serie di vertiginosi paradossi:

«Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura»

si giunge al nocciolo della questione:

«nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo nell’etterna pace così é germinato questo fiore»

No, non ce la faccio proprio a immaginare una madre surrogata, è un termine in completa contraddizione con quello di femmina, donna e madre, riesco solo a vedere quello che è, il capriccio di una donna frustrata nella sua femminilità che non ha saputo accettare un «limite» imposto dalla natura e che di quella frustrazione ha fatto una bandiera per andare contro la natura stessa, fino ad accettare una definizione di sé rovesciata rispetto al suo essere donna.

Diritto (inteso in senso soggettivo). Circa l’inversione  di significato di tale parola basti pensare a due frasi ricorrenti che nella liberata cultura moderna sessantottarda la fanno da padrona:

  • il «diritto di abortire»;
  • e il «diritto di avere un figlio» a tutti i costi, pur essendo sterile o copulando con una persona dello stesso sesso, anche ricorrendo alle tecniche più contro-natura che possano esistere per ragioni riconducibili a mera  «fregola» o «capriccio».

La parola «diritto» così intesa ha invertito il significato della filiazione, conferendo una connotazione mortifera a un evento che per sua natura esplode di vita, e una connotazione capricciosa a un evento che, pur avendo la caratteristica dell’aleatorietà del dono, attiene al mistero più profondo della natura umana, per cui non è detto che la Divina Provvidenza lo conceda.

Il diritto di abortire fregandosene di quel mistero che ci circonda dalla nascita alla morte e che si chiama vita, e quello di essere madre a tutti i costi, anche a costo di  spernacchiare la natura stessa, ha cassato la regola che da sempre armonizza il mondo e che i nostri avi sempre hanno rispettato: «ab esse ad posse non valet illatio», in pratica «non tutto quel che si può fare è giusto farlo».

Gay o omosessuale. Da dove saltano fuori queste due definizioni per degli uomini e donne che i nostri nonni identificavano come pederasti o lesbiche?

E perché ricorrere a due definizioni, una che suona quasi un vezzeggiativo e un’altra che suona come un parolone dottorale, quando già queste esistevano? Non era sufficiente chiamare pederasta un uomo che desidera congiungersi con un altro uomo e lesbica una donna che vuole congiungersi con un’altra donna?

Potere della tecnica della comunicazione :

  • «gay» è un vezzeggiativo che invita all’accoglienza e alla comprensione, suscettibile di limitare l’emissione di epiteti coloriti.
  • «omosessuale» è più dottorale e induce a limitare sia l’uso di parole colorite, sia l’uso di parole più «educate» e più credibili, come invertito o pederasta, le quali tuttavia lasciano trasparire un’accezione di non normalità dei gusti sessuali.

Il termine che si è voluto cassare, proprio perché è un termine che dice pane al pane e vino al vino e descrive l’omossesualità (maschile) per quello che è, è la parola «pederasta» (tra l’altro usata senza complessi nei confronti di se stessi da persone di un certo rilievo, come Busi e Vattimo).

Di solito con il termine “pederastia” si indica una relazione stabilita tra una persona adulta e un adolescente; la Treccani la definisce «tendenza o pratica erotica che nel significato originario del termine è costituita dal rapporto sessuale di un adulto con un adolescente; con significato più ampio, e più comune nell’uso moderno, con questo termine si indica l’omosessualità maschile.»

È evidente che la pederastia nell’epoca attuale ha assunto un significato molto più ampio di una relazione erotica tra un adulto e un adolescente per un motivo molto semplice, perché la moda comportamentale, la psicologia d’avanguardia, l’ideologia libertaria hanno fortemente condizionato il comportamento del bambino, del fanciullo, dell’adolescente, del giovanotto.

Ho un nipote di 12 anni e ho potuto toccare con mano come dementi programmi di educazione sessuale si facciano un dovere di intervenire nelle prime confuse foie del bambino, per indirizzarlo verso un’identità sessuale sospesa quando non neutra, in attesa che la moda e i condizionamenti successivi facciano il resto e lo trasformino in un moderno transgender.

Il buon senso dei nostri nonni, nella maggior parte appartenenti al mondo contadino (quello delle scarpe grosse e cervello fino), aveva identificato qual era la natura della relazione carnale tra un uomo e un altro uomo: una relazione tra un adulto e un giovane dello stesso sesso, ossia il primo gradino della più degenerata delle relazioni sessuali: la pedofilia.

Ecco perché ci si sbraccia tanto per trovare nomi alternativi a pederasta: in parte si cerca di ridurre l’impatto di un sostantivo considerato troppo forte per le nostre effeminate orecchie, ormai non più avvezze alla crudezza di certe realtà, ricorrendo ad un vezzeggiativo: gay;  oppure si ricorre ad un termine dottorale: omosessuale; ma soprattutto si vuole camuffare una realtà scomoda, ossia che la pederastia, o omosessualità che dir si voglia, sottende una potenziale deriva verso la pedofilia.