“I biafrani non scappavano da codardi, combattevano da uomini”. Contro i falsi della propaganda immigrazionista

“I biafrani non scappavano da codardi, combattevano da uomini”. Contro i falsi della propaganda immigrazionista

“In tre anni siamo diventati il popolo nero più civilizzato e tecnologicamente più avanzato della terra.”

Generale Chukwuemeka Ojukwu, capo secessionista ibo durante la guerra del Biafra (1967-1970)

Scappano dalla guerra” è ormai lo slogan, il mantra, la parola d’ordine magica degli immigrazionisti. Di fronte a questo dogma tutta la nostra razionalità deve sparire, il dissenso tacere, le obiezioni più elementari venir cancellate: è il trionfo dell’irrazionale, o meglio dell’antirazionale emotivo che brucia di odio per tutto il reale che ci circonda. Di fronte a questo, anche chi si professa contrario all’immigrazione clandestina e giura di voler fermare barconi comincia a balbettare che “in certi casi” e “per motivi umanitari” si può fare uno strappo alla regola – e come sempre, al primo strappo ne seguono altri, fino a ridurre a brandelli la regola che ci si sarebbe voluti o dovuti dare. In realtà, a ragionare secondo logica, verrebbe da chiedersi quali guerre devastano paesi in pace come il Senegal o come il Marocco (che la guerra non l’ha in casa propria, ma in compenso l’ha portata a casa dei poveri saharawi, invadendoli) e perché quelli che scappano sono in stragrande maggioranza maschi adulti, quando, da che mondo è mondo, dalle guerre scappano i civili, i più deboli – donne, vecchi, bambini, malati – mentre i giovani combattenti restano a fronteggiare il nemico. Potremmo aggiungere che i veri profughi, appena terminata l’emergenza provocata dalla guerra, tendono spesso a rientrare in patria e a esercitare il diritto-dovere di contribuire alla ricostruzione della loro società. Sarebbe interessante sapere quanti degli africani sbarcati in Europa chiedono aiuto per poter tornare in patria, per strappare i propri popoli dal sottosviluppo, o almeno per scavare pozzi o costruire scuole e strade!

In fondo, è proprio quello che anche noi italiani ed europei abbiamo fatto innumerevoli volte nel corso dei secoli. Se l’Europa è tecnologicamente e culturalmente sviluppata, non lo si deve a una serie di colpi di fortuna, alle presunte circostanze ambientali favorevoli – quasi che in Europa non si siano mai sofferti caldo, freddo, fame, malattie – ma all’intelligenza, alla laboriosità e alla volontà dei nostri antenati nel corso delle generazioni. Basta leggere qualche libro di storia per rendersi conto di quante città siano state fondate, ma anche distrutte e ricostruite più volte nei secoli. Abbiamo presente cosa furono le invasioni barbariche in certe zone già civilizzate? Abbiamo una pallida idea di cosa furono nell’Europa orientale le invasioni dei mongoli? O la guerra dei trent’anni in Germania, con città svuotate e intere regioni letteralmente spopolate? O ancora, le incursioni di turchi, tartari e barbareschi? Ci ricordiamo ogni tanto di quante epidemie o carestie hanno decimato i nostri antenati europei? Oppure, più di recente, dei bombardamenti a tappeto o delle battaglie prolungate casa per casa della guerra moderna? Città, infrastrutture, vie di comunicazione, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, enti assistenziali non fioriscono da soli dopo ogni grande tragedia, se non ci sono uomini che le riedificano ogni volta – uomini che per natura e cultura hanno la volontà di produrre civiltà. Dovrebbe essere un concetto scontato e elementare, se non fosse per la mentalità distorta dei nostri tempi, nei quali, come è stato predetto, è necessario sguainare le spade per dimostrare anche solo che due più due fa quattro.

Certo, esistono terre più fertili e altre più inospitali, e non tutti gli ambienti si equivalgono, ma è altrettanto vero che sono anche gli uomini che le dominano che le fanno fruttificare e gli uomini differiscono per natura, ingegno e formazione culturale. Non a caso, zone dell’Africa settentrionale che sotto dominio islamico sono divenute aride e desertificate, sotto il dominio dei romani erano stati i granai dell’Impero!

Ma non è tutto. A monte ci sarebbe anche un’altra obiezione: quella che la guerra è spesso distruzione e morte da una parte, ma anche motivo di mobilitazione e sorgente di opportunità e accelerazione dello sviluppo dall’altra. Ci siamo dimenticati che, per esempio, le strade romane e certe città sorte in posizioni strategiche, la Grande Muraglia, la Transiberiana – la ferrovia più lunga del mondo – ma anche lo sviluppo tecnologico e quantitativo dell’aeronautica, della missilistica e dell’esplorazione degli abissi marini sono in larghissima parte tutti prodotti della guerra e dei suoi ritmi frenetici e spietati? La necessità di essere sempre superiori al nemico impone uno sviluppo tecnologico e scientifico persino in tempi di pace apparente, vale a dire in tempi di guerra fredda: pensiamo ai computer e all’esplorazione dello spazio. Talvolta, è la stessa organizzazione sociale che si sviluppa totalmente in funzione della guerra – pensiamo a castelli e città difese da mura e torri – e questo vale anche per l’Africa: la società tradizionale zulu, totalitaria e militarizzata, per esempio, è frutto della volontà di Shaka, il “napoleone nero”, di disporre in permanenza di una macchina da guerra in grado di debellare tutte la realtà tribali rivali.

Venendo a tempi più recenti e meglio conosciuti: chi non ha mai sentito parlare della guerra del Biafra? Il tentativo degli ibo, cristiani e patriottici, di avere un proprio Stato indipendente, il Biafra, stroncato in tre anni di guerra e di carestia artificiale provocata dal blocco economico messo in atto dal governo nigeriano, con l’appoggio delle superpotenze e delle multinazionali petrolifere, si concluse con una sconfitta e una crisi umanitaria spaventosa – si parla di circa due milioni di morti su undici milioni di abitanti. I bambini del Biafra divennero l’incubo dell’opinione pubblica europea (e persino il banale ricatto morale usato dalle mamme italiane con i bambini piccoli che non volevano mangiare: a ben vedere, il “Mangia! Pensa ai bambini del Biafra!” era un classico caso di relazione emotiva totalmente irrazionale, e invano i bambini italiani più svegli obiettavano giustamente che, se anche finivano la minestra, per i coetanei biafrani non cambiava un accidente).

Secondo l’immaginario collettivo progressista, si sarebbe trattato della perfetta giustificazione per un’immigrazione di milioni di disperati da un territorio già arretrato e, per di più, ricacciato nel sottosviluppo dalla guerra. Immaginario collettivo smentito e cancellato proprio dal capo politico e militare del Biafra, Generale Chukwuemeka Ojukwu, che nella fase conclusiva della guerra, in una situazione militarmente ormai disperata – gli ibo, accerchiati, erano alla fame e i morti si contavano a molte centinaia di migliaia – proclamava in un suo discorso che era un testamento politico, non solo il diritto degli ibo alla libertà e all’indipendenza nazionale, ma rivendicava la loro mobilitazione totalitaria, il loro sacrificio collettivo e la loro guerra di popolo come momento di gloria, come mito trascinante e unificante, come occasione storica di uno sviluppo senza precedenti:

“Nei tre anni della guerra, la necessità ha generato l’ingegno. Durante quei tre anni di cimento eroico, abbiamo superato il grande abisso che separa la conoscenza dalla realizzazione. Abbiamo costruito razzi, li abbiamo progettati e abbiamo realizzato i nostri sistemi di lancio. Abbiamo guidato i nostri razzi. Li abbiamo guidati lontano, li abbiamo guidati con precisione. Per tre anni, sottoposti al blocco senza speranza di ricevere rifornimenti, abbiamo mantenuto in funzione tutti i nostri veicoli. Lo Stato estraeva e raffinava petrolio, i privati raffinavano petrolio nel giardino dietro casa. Abbiamo costruito e tenuto in efficienza i nostri aeroporti. Li abbiamo tenuti in efficienza sotto i bombardamenti pesanti. Nonostante i bombardamenti pesanti, ci riprendevamo così rapidamente dopo ogni attacco che siamo stati capaci di mantenere il record di aeroporto più trafficato del continente africano. Abbiamo parlato al mondo tramite un sistema di telecomunicazioni realizzato da menti locali; il mondo ci ha sentito e ci ha risposto a sua volta! Abbiamo costruito blindati. Abbiamo modificato aerei da addestramento in caccia, aerei passeggeri in bombardieri. Nei tre anni di libertà abbiamo infranto la barriera tecnologica. In tre anni siamo diventati il popolo nero più civilizzato e tecnologicamente più avanzato della terra”. (1)

Se si avesse sinceramente a cuore lo sviluppo dei popoli neri in Africa, questo discorso e più in generale la lotta di liberazione nazionale del popolo ibo, con la guerra del Biafra, dovrebbero costituire degli esempi emblematici, fonti di ispirazione. In realtà, mentre molti ibo fedeli alla propria identità e radicati nella propria terra ne vanno tuttora orgogliosi, da parte immigrazionista occidentale si preferisce invece dimenticarli. Uno Stato che rivendicava il diritto di avere una propria banca centrale, di stampare moneta e di controllare l’operato delle multinazionali a beneficio della propria etnia, un capo che rivendicava una guerra come legittima e persino utile per i destini del proprio popolo, che riaffermava il diritto-dovere di uno sviluppo nazionale nella propria terra di origine e, per dirla tutta, una guerra combattuta eroicamente da un popolo impregnato di nazionalismo e di senso della stirpe, non si accordano col politicamente corretto dei mondialisti, neppure in Africa. I buonisti politicamente corretti sanno mostrare comprensione solo per i codardi e gli opportunisti, pronti a mendicare o rubare, che fuggono abbandonando patria e famiglia, ma proprio per questo non sopportano i valorosi e i fedeli che si battono allo stremo per il loro popolo e nella loro terra.

Lo sviluppo tecnologico è dunque anche frutto della lotta, della battaglia per l’affermazione della propria identità, della propria razza: piaccia o meno, gli ibo ancora oggi ritengono di essere una razza superiore alle altre che vivono in Nigeria, una razza alla quale si deve tutto ciò che di positivo e costruttivo è mai stato realizzato nel paese. Una razza che discenderebbe dalle tribù perdute della Bibbia (2) e che non riconosce re stranieri sopra di sé.

Gli immigrazionisti non potranno mai neppure comprendere il significato di una simile lotta, che rimetterebbe in discussione tutti i loro pregiudizi ugualitari e pseudo-umanitari. Combattere per la propria stirpe, nella propria terra, è evidentemente un concetto troppo alto per certi buonisti che, favorendo l’invasione, mettono in pericolo il futuro della propria patria introducendo tanti cavalli di Troia all’interno dei suoi confini, ma al tempo stesso drenano dai popoli africani tante risorse che, strette tra lo sfruttamento malavitoso e l’elemosina assistenzialistica, qui in Europa abdicano alla propria dignità e vegetano in una contraddizione carica di tensione.   

Certo, potranno far sorridere certe convinzioni del nazionalismo ibo – il rifarsi simbolico e propagandistico alle lotte tra etruschi e romani, il rivendicare di essere una stirpe eletta, destinata a influenzare gli eventi e la storia, la pretesa di “volare alto” al di sopra di altre etnie africane e di non riconoscere autorità politiche superiori alla propria stirpe – ma resta il fatto che, in Africa come in Europa, lo sviluppo di una nazione è collegato anche alla sua fierezza razziale, alla sua consapevolezza identitaria, al suo radicamento in una terra, alla disponibilità dei singoli che ne fanno parte, di sacrificarsi per il suo destino storico. In fondo, non si tratta solo di benessere materiale e neppure di semplice indipendenza politica – per quanto questi fattori siano importanti per un popolo. In gioco c’è ancora di più: la dignità di una stirpe, la sua vocazione e la consapevolezza del proprio destino, del proprio ruolo nella storia umana, della missione che la Provvidenza divina assegna a quel popolo!      

 Note

(1) “In the three years of the war, necessity gave birth to invention. During those three years of heroic bound, we leapt across the great chasm that separates knowledge from know-how. We built rockets, and we designed and built our own delivery systems. We guided our rockets. We guided them far, we guided them accurately. For three years, blockaded without hope of import, we
maintained all our vehicles. The state extracted and refined petrol, individuals refined petrol in their back gardens. We built and maintained our airports, maintained them under heavy bombardment. Despite the heavy bombardment, we recovered so quickly after each raid that we were able to maintain the record for the busiest airport in the continent of Africa.  We spoke to
the world through a telecommunication system engineered by local ingenuity; the world heard us and spoke back to us! We built armoured car tanks. We modified aircraft from trainer to fighters, from passenger aircraft to bombers. In the three years of freedom we had broken the technological barrier. In three years we became the most civilised, the most
technologically advanced black people on earth.” Gen. Chukwuemeka Ojukwu

(2) Parallelo curioso: la convinzione di discendere dalle tribù perdute del popolo eletto della Bibbia, è una credenza presente anche in una corrente della estrema destra americana bianca, soprattutto quella degli anni ’80 che si coniugava col ricorso alla lotta armata e al separatismo.