Meno male che Putin c’è

Meno male che Putin c’è

È evidente che in Siria – malgrado gli interventi francesi, inglesi, statunitensi e quelli più recenti israeliani (tutti mirati più a colpire le forze di Assad che l’ISIS) – chi la fa da padrone, sia per quanto attiene all’efficacia degli interventi contro la più grande minaccia esistente in Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo, rappresentata dal jihadismo di marca ISIS/DAIISH, sia per quanto attiene alle iniziative di relationship regionale, sia la Russia.

Vediamo:

  • i soldati russi impiegati in territorio siriano sono circa 30.000;
  • il numero degli interventi aerei ammonta a 39.000 attacchi, quasi tutti efficaci, che hanno cancellato dalla faccia della terra decine di migliaia di jihadisti e colpito svariate migliaia di altri bersagli (autocolonne, basi, reparti in stazionamento e movimento, città occupate, aree di diradamento, etc);
  • In questo periodo, grazie ai consigli di un’avveduta diplomazia russa, la Siria ha avviato una serie di contatti con emissari dei paesi del Golfo, che lasciano intravedere un capovolgimento degli orientamenti di quei paesi che solo qualche anno fa volevano la distruzione della Siria ‘Alawita: come non fare un parallelo con il connubio tra la forza delle legioni romane e la saggezza dell’élite dell’antica Roma? D’altronde Mosca non si auto-identifica come la Terza Roma?

È evidente che se ISIS/DAIISH ha deciso di levar le tende da quell’area, lo Sham, considerata storica e strategica, il jihad ha subito una notevole battuta d’arresto nella regione a Est del Mediterraneo e le velleità guerresche dei paesi del Golfo sono state ridotte a più miti consigli, lo si deve a Putin, non certo a Macron, all’imbarazzata May o agli inconcludenti yankee, con le loro altrettanto inconcludenti missioncine aeree contro obiettivi ISIS e le idiote e ingiustificate operazioni punitive di bombardamento dall’aria e dal mare contro Assad.

Già a partire dagli esordi dell’intervento in Siria (storico alleato della fu Unione Sovietica) Putin non ha esitato a schierare armamenti di ultima generazione e a coinvolgere le sue forze armate nella dimensione tridimensionale (Marina-Aeronautica-Esercito).

Perché il presidente russo si è implicato così tanto nella guerra in Siria? Semplice:

  • per dare supporto al vecchio alleato, confermando così la tradizionale lealtà e attendibilità nei confronti dei “clienti” (nell’accesso romano del termine);
  • per dar battaglia e debellare la madre di tutte le minacce, lo Stato Arabo Islamico nell’Iraq e nello Sham, al secolo Dawliya Arabiya Islamiya fi Iraq wa Sham, che si era incistato come una cellula cancerogena nell’area est del Mediterraneo, alleato dei confratelli jihadisti che noi babbei dipingevamo e continuiamo a dipingere come agnellini che si oppongono al tiranno Assad;
  • per «perfomare» le FF.AA. russe, impegnandole su un banco di prova che le avrebbe, e di fatto le ha, proiettate in avanti rispetto alle FF.AA. di quello che vuol essere il mondo occidentale, quello a cui piace vincere facile colpendo in maniera proditoria prima la Libia e poi la Siria. I soldati russi in Siria si sono scontrati con le milizie di quello Stato Arabo Islamico demente e pericolosissimo, testando uomini, armi, sistemi d’arma, mezzi, materiali, procedure, comunicazioni, coordinamento, comando e controllo.

È evidente che la Russia, prima e più di tutti, ha identificato quel che stava avvenendo in Siria come un pericoloso vulnus nella sicurezza di quello scacchiere, sia per la presenza di uno Stato jihadista, sia per le mire che quegli Stati sunniti-wahhabiti del Golfo, che foraggiavano e foraggiano i peggiori jihadisti contro Assad, hanno sulla regione mediorientale:

  • mondarla dalla presenza degli odiati sciiti;
  • stabilire una testa di ponte islamica sunnita e fondamentalista, affacciata sul Mediterraneo, collegata alla sunnita Turchia adepta della Fratellanza musulmana… unico ostacolo, la Siria di Assad e la libanese Hezbollah, dietro il quale ci sono i Pasdaran iraniani.

Ed è per le seguenti ragioni che Putin non ha nessuna intenzione di andarsene dalla Siria:

  • per il tradizionale – direi romano – rispetto per le alleanze;
  • per l’esatta percezione di quel che avverrebbe qualora quella regione si trasformasse nel quartier generale del wahhabismo;
  • per un interesse strategico legato all’approdo dei porti siriani di Latakya e Tartus, dove le navi russe hanno le loro basi nel Mediterraneo.

È da un po’ che seguo con attenzione i programmi ove appaiono le FF.AA. russe, rimanendo tra lo stupito e – stante l’insipienza dei leader politici europei – il tranquillizzato per la presenza di una Forza Armata che prima consideravo nemica e che adesso è, invece, schierata dalla mia parte, dimostrandosi molto efficiente.

Negli anni ‘80 mi sono approcciato all’esercito, allora  sovietico, studiandone i mezzi e le procedure presso la Scuola delle Forze Speciali della NATO. Masticavo per giornate intere i mezzi del Patto di Varsavia (BRDM, BTR, T-54/55, T-62, T-80, BMP, SPIGOTT, etc), studiavo cartine topografiche in cirillico, che scoprivo invertite rispetto alle nostre (il Nord, infatti, sta nel basso della cartina e il Sud in alto), e compulsavo tutto quello che riusciva a trapelare dalla Cortina di Ferro… questione di conoscere il nemico.

Allora era evidente che l’Armata  Rossa puntava tutto su numerose orde di soldati vestiti con un pastrano,  armate con un AK47 e appoggiate da carri armati T-54/55 che avanzavano inarrestabili, spinti dalla convinzione ideologica ma anche dagli zampolit armati di Tokarev che non esitavano a sparare nella schiena ai recalcitranti… solo un ordigno nucleare tattico poteva fermare quelle orde.

Ebbene, è vero che dagli anni ‘80 di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ma è altresì parecchio grande il divario che le FF.AA. sovietiche di prima e russe di oggi sono riuscite a colmare rispetto alla NATO, la quale mi sembra essere rimasta al palo (e forse è meglio così).

Una veloce analisi DENA (Dislocazione, Entità, Natura, Atteggiamento) delle truppe sovietiche che ogni tanto vengono riprese dai reporter di guerra, evidenzia che:

  • quei soldati non avanzano più come orde, il loro atteggiamento è quello di soldati che hanno chiaro in mente come si avanza sotto il fuoco nemico;
  • hanno abbandonato il pastrano per indossare tute da combattimento operative;
  • imbracciano sempre l’immarcescibile Kalashnikov, che era e continua ad essere un’ottima arma d’assalto (specie adesso che è stata migliorata e arricchita di moderni sistemi di puntamento);
  • sono armati con efficaci sistemi d’arma moderni;
  • sono appoggiati da carri armati (cingolati e non) all’avanguardia;
  • possono contare su una tecnologizzazione molto avanzata del sistema Rilevamento, Comunicazioni, Comando e Controllo.

E i loro generali sono efficaci (anche nell’arte della comunicazione, basta vedere i vari briefing che tengono a favore della stampa), come era stato efficace il loro anziano commilitone della 2^GM, Zukov, ma sono psicologicamente preparati a rapportarsi con la truppa anche senza ricorrere alla pistola Tokarev per convincere i recalcitranti.

Parafrasando un noto tormentone di qualche anno fa, mi convinco sempre più che «meno male che Putin c’é»  e, visto che parte di ISIS/DAIISH si sarebbe trasferita nel Sahelo Sahara e starebbe finalizzando  intese-accordi con gli altri gruppi jihadisti ivi impiantati (AQMI, gruppi Ansar tunisini, GSPC algerino, tutti imparentati con le reti del contrabbando/preda Tuareg che navigano in quella regione), speriamo che l’aquila bicipite russa volga il suo sguardo anche in quell’area a ridosso della costa Sud del Mediterraneo che sta per essere investita da quei feroci, dementi e idioti guerrieri di Allah, che possono essere fermati solo da quella che era l’Armata Rossa… fortunatamente ora non più di quel colore.